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Caso “piscine” a Catanzaro, resta il sequestro dei beni a Mungo

Il Tribunale di Catanzaro di ha rigettato la richiesta di riesame avanzata dai legali dell’ex assessore allo Sport della città capoluogo Giampaolo Mungo che chiedevano l’annullamento del decreto ch…

Pubblicato il: 10/11/2020 – 18:04
Caso “piscine” a Catanzaro, resta il sequestro dei beni a Mungo

di Alessia Truzzolillo
CATANZARO
La seconda sezione penale del Tribunale di Catanzaro di ha rigettato la richiesta di riesame avanzata dai legali dell’ex assessore allo Sport della città capoluogo Giampaolo Mungo, i quali chiedevano l’annullamento del decreto che dispone il sequestro preventivo della somma di 15mila euro nei confronti del politico, coinvolto nell’affaire della piscina comunale.
Lo scorso 22 luglio il gip del Tribunale di Catanzaro, Claudio Paris, su richiesta del sostituto procuratore Graziella Viscomi, ha disposto il sequestro della somma di denaro nei confronti di Mungo.
Mungo è accusato di traffico di influenze illecite in concorso con Salvatore Veraldi, all’epoca dei fatti fidanzato con la figlia di Mungo, e Antonino Lagonia, titolare della associazione sportiva dilettantistica “Catanzaro Nuoto”. Nei loro confronti, agli inizi di luglio, è stata notificata la chiusura indagini.
Secondo l’accusa Mungo, sfruttando amicizie all’interno del Comune di Catanzaro e della municipalizzata Catanzaro Servizi, si sarebbe fatto promettere e dare diverse utilità da Lagonia, con la mediazione di Veraldi. Con la promessa di mettersi a disposizione di Lagonia e della sua Asd Catanzaro nuoto in relazione alla gestione degli spazi della piscina comunale “Vinicio Caliò” e in relazione alla programmazione dei campi da tennis di Ponte Piccolo, Mungo avrebbe ricevuto 7.500 euro nel 2015 versati dalla Ads Catanzaro Nuoto su una poste pay intestata a Veraldi, con la causale “assistenza spogliatoi, attività agonistiche e assistenza campus estivo”. Lagonia avrebbe assunto fittiziamente il fidanzato della figlia di Mungo il quale risulta sconosciuto a coloro che hanno lavorato nella piscina comunale. Salvatore Veraldi ha ricevuto la somma di 7.500 quale stipendio per i nove finti mesi di lavoro. Ma i soldi, secondo l’accusa, dovevano essere stornati in favore di Mungo, come emergerebbe dai prelievi in contanti da parte di Veraldi subito dopo l’arrivo del bonifico. Stessa somma sarebbe stata elargita a Mungo da Lagonia nel 2016, sempre tramite Veraldi mediante la consegna mensile di 925 euro a titolo di stipendio. Inoltre Lagonia avrebbe assunto la figlia di Mungo nella società sportiva.

IL POTERE DI MUNGO E LA DENUNCIA Il collegio dei giudici della seconda sezione penale (Simona Manna presidente, Valeria Isabella Valenzi e Giuseppe De Salvatore a Latere) condivide le conclusioni del gip che ritiene «pacifico» l’allora strettissimo legame personale tra Mungo e Lagonia «nonché tra Mungo e l’amministrazione comunale, latu sensu intesa, che unanimemente gli riconosce una elevata caratura politica e una non marginale sfera di influenza nel settore». Un fatto che ha spinto i competitors di Lagonia a denunciare tutto alla Procura di Catanzaro. Lo stesso Mungo, tra l’altro, rilevano i giudici, affermava di essersi accorto di alcune dicerie sul fatto che egli fosse socio occulto della Asd di Lagonia. Una circostanza che lo avrebbe spinto a prendere le distanze da Lagonia per evitare tali dicerie. Lagonia avrebbe chiesto e ootenuto la “protezione” di Mungo, il quale a luglio 2015 riceve degli accreditamenti. «In prossimità di tale data – scrivono i giudici – viene infatti siglato un rinnovato accordo, proposto dal Mungo, secondo cui il mantenimento della “protezione” – e quindi della sua perdurante intercessione – necessitava di una controprestazione remunerativa». Il versamento di denaro, quindi, si spiega nella misura in cui tali somme «non venivano richieste per ottenere protezione ma per mantenerla». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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