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Corruzione in Tribunale, per la Cassazione Santoro non si macchia dell’aggravante mafiosa

La Cassazione dichiara irricevibile il ricorso della Procura di Salerno. Stralci di conversazioni non sufficienti a provare l’accusa

Pubblicato il: 11/11/2020 – 16:15
Corruzione in Tribunale, per la Cassazione Santoro non si macchia dell’aggravante mafiosa

di Alessia Truzzolillo
SALERNO
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dalla Procura di Salerno riguardo all’ordinanza del gip campano che il 7 gennaio scorso ha annullato la custodia cautelare nei confronti di Emilio Santoro riguardo all’aggravante del metodo mafioso ipotizzata in alcuni capi di accusa di corruzione in atti giudiziari contestati all’imputato nel processo “Genesi”. Il procedimento riguarda una serie di atti corruttivi dei quali Santoro si sarebbe macchiato vestendo i panni di trait d’union tra altri indagati e il giudice della Corte d’Appello di Catanzaro Marco Petrini. Regali, denaro e altri beni sarebbero stati elargiti al giudice, anch’egli imputato nel medesimo procedimento, in cambio di suoi interventi nei processi davanti alla Corte d’Appello. Uno di questi processi è “Itaca free Boat” contro la cosca Gallace di Guardavalle. Santoro avrebbe chiesto l’intercessione di Petrini per fare assolvere Antonio Saraco dall’accusa di estorsione aggravata e affinché venisse scontata la pena nei confronti di Maurizio Gallelli, affiliato alla cosca. Secondo la Procura di Salerno Santoro aveva consapevolezza «dell’esistenza del sodalizio mafioso e del suo interesse ad assicurare ad un aderente allo stesso un trattamento sanzionatorio e, in prospettiva, penitenziario più favorevole». Lo dimostrerebbe un’intercettazione nel corso della quale l’imputato chiede a Petrini, riferendosi a Maurizio Gallelli: ««ma l’associazione non gli cade?».
Secondo la Cassazione il ricorso è inammissibile poiché «da quello stralcio di conversazione non si desume con chiarezza che il proscioglimento di Gallelli dall’imputazione per il delitto associativo costituisse lo scopo precipuo dell’accordo tra Santoro ed il giudice Petrini, e quindi un punto qualificante del patto corruttivo tra costoro siglato; nulla consente di escludere, allora, che la “caduta” di quell’accusa rappresentasse soltanto l’esito processuale auspicato dal primo, il cui interesse era quello di ottenere, grazie alla mediazione di Petrini sui componenti del collegio giudicante, un trattamento il più possibile favorevole per Gallelli, quale che esso fosse». Gallelli, inoltre, non rivestiva un ruolo di primo piano all’interno dell’associazione e, all’epoca, era detenuto per altra causa. L’intervento di Santoro, dunque, non avrebbe arrecato vantaggio all’intero clan. Santoro, che dopo l’arresto avvenuto il 15 gennaio scorso ha deciso di collaborare con la magistratura, ammettendo le proprie condotte delittuose e raccontando il sistema vigente all’interno della Corte d’Appello di Catanzaro, avrebbe agito, come stabilito dal gip, per il soddisfacimento di un proprio interesse personale.
Lo scorso 29 ottobre è stata chiesta dal procuratore aggiunto di Salerno, Luca Masini, la condanna a 5 anni e 9 mesi per Emilio Santoro. Il 9 novembre ha discusso il suo legale, l’avvocato Michele Gigliotti, il quale ha rimarcato il ruolo collaborativo tenuto coerentemente dall’imputato fin dalle sue prime dichiarazioni. Santoro intende continuare a collaborare, ha detto Gigliotti il quale ha sottolineato l’assenza, come riportato dalla Corte di Cassazione, dell’aggravante mafiosa nei confronti dell’imputato. Il legale ha, inoltre, chiesto di applicare nella sua interezza l’attenuante concessa a coloro che collaborano, ossia la riduzione di due terzi della pena, poiché Santoro non solo avrebbe contribuito a dare prova delle condotte delittuose ma, con le proprie dichiarazioni, ha anche evitato che l’attività delittuosa venisse portata a conseguenze ulteriori. (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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