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Microspie e pedinamenti, il “finanziere dei clan” sapeva di essere indagato

La conversazione tra Recordare e il boss di Sant’Eufemia d’Aspromonte: «Ho avuto una mezza soffiata e mi sono accordo che mi seguivano a Lamezia». La cimice nello studio e il timore di nuove perqui…

Pubblicato il: 29/11/2020 – 7:14
Microspie e pedinamenti, il “finanziere dei clan” sapeva di essere indagato

di Pablo Petrasso
REGGIO CALABRIA
Roberto Recordare, nel 2017, sapeva di essere indagato. Non soltanto dalla guardia di finanza, che aveva perquisito il suo ufficio in virtù di un’inchiesta aperta nel 2013; «aveva saputo di essere seguito dalle forze di polizia di Reggio Calabria». Era stato avvertito – è lui stesso a raccontarlo a Domenico Laurendi, una delle figure chiave di “Eyphemos”, l’inchiesta della Dda di Catanzaro contro le cosche dell’Aspromonte – da una fonte che rimane non identificata. È il 24 settembre 2017 quando il misterioso finanziere che secondo gli investigatori è un «riservato della ‘ndrangheta» va a Sant’Eufemia d’Aspromonte e si “sfoga” con il boss “Rocchellina”: «Ho avuto una soff… mezza soffiata e poi ne ne sono accorto quando… prima di partire, sono andato a Lamezia, non mi sono imbarcato subito, ho aspettato per vedere chi erano, se aspettavano qualcuno». Ride, Recordare: «Il problema è che quando spendono tanti soldi per rincorrerti, poi devono arrestarti». «La Dia, sempre loro sono – dice Laurendi – la Dia sono tutti e tre corpi, però stai tranquillo, che sono sempre finanza».
La conversazione viene evidenziata nelle comunicazioni della Squadra mobile di Palmi. Assieme a un’altra registrata nell’ufficio dell’imprenditore. Recordare parla con un suo socio, un ingegnere. Gli spiega che «la persona con la quale parla (la fonte) gli aveva riferito» che anche l’amico «aveva il suo stesso problema sul telefono»; erano, cioè, «entrambi sottoposti a intercettazione». L’informazione è corretta: i due sono sotto controllo dal 24 giugno 2017. Dopo un mese, nell’ottobre 2017, il finanziere di Palmi trova anche una microspia nel proprio ufficio, «in particolare nel case di un personal computer posizionato sulla sua scrivania, ma non utilizzato in quanto oggetto di sequestro da parte della guardia di Finanza». Si tratta di una microspia che era stata installata l’11 marzo 2017. Non è l’unica: visto che quella non risulta alimentata, gli investigatori ne piazzano un’altra. Il ritrovamento non sembra assumere i connotati della preoccupazione. I messaggi whatsapp scambiati con il «fidato sodale» ingegnere sono accompagnati da emoticon sorridenti: «Devo trovare una teca dove metterla», così Recordare commenta la foto che mostra la microspia. L’imprenditore, però, «avendo il timore di poter essere sottoposto a perquisizione», si decide a contattare un dipendente al quale dà disposizioni «affinché preparasse un’altra “macchina virtuale su Aruba in cloud da 500 GB” per spostare tutti i suoi dati, così da preservarli da una eventuale perquisizione». A Laurendi, che andrà a trovarlo a Palmi nel mese di novembre, Recordare dice di ritenere che possano esserci altre microspie.
E i suoi riferimenti alla possibilità di una fuga all’estero – che risuoneranno in più conversazioni – diventano sinistri alla luce della «soffiata» e del ritrovamento degli apparati di intercettazione. (p.petrasso@corrierecal.it)

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