Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 21:07
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 5 minuti
Cambia colore:
 

l’inchiesta

I clan nell’emergenza Covid: trenta segnalazioni sospette tra società estere e soldi sporchi

La Procura nazionale antimafia conferma l’allarme sulle ingerenze della ’ndrangheta nel business. I rischi per il mercato dei vaccini e per gli incentivi anticrisi

Pubblicato il: 02/02/2021 – 7:09
di Pablo Petrasso
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo
I clan nell’emergenza Covid: trenta segnalazioni sospette tra società estere e soldi sporchi

CATANZARO Società costituite all’estero con capitali di sospetta provenienza mafiosa. Per tutte, un business in comune: quello dei dispositivi di protezione e dell’indotto che ruota intorno all’emergenza Covid. Le Procure di tutto il Paese indagano sui movimenti finanziari dei clan; il mantra è, come sempre, follow the money. E il denaro porta, in alcuni casi, agli enormi capitali a disposizione della ‘ndrangheta. Le cosche calabresi non hanno fermato la propria attività durante il lockdown: hanno cercato nuove rotte per garantire l’arrivo dei carichi di coca dal Sud America, investito nel “welfare”, cercato nuovi sbocchi per il denaro sporco. Gli allarmi si susseguono da mesi, così come gli alert valutati dagli investigatori. Nei giorni scorsi è arrivata – in un’intervista a L’Espresso – la conferma del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, già capo della Dda di Reggio Calabria.
Il magistrato campano ha spiega che «ad oggi sono oltre trenta le situazioni sospette intercettate, con società che addirittura sono state costituite all’estero, che commerciano in dispositivi di protezione, riconducibili a organizzazioni mafiose e ’ndranghetiste». Sono due i gruppi di lavoro dedicati all’emergenza Covid: il primo è un tavolo tecnico della Direzione investigativa antimafia. Ne fanno parte l’Unità di informazione finanziaria per l’Italia (Uif), che ha il compito di intercettare operazioni di riciclaggio, l’Agenzia delle Dogane e il Nucleo speciale di polizia valutario. Questo tavolo ha già monitorato transazioni anomale. E in alcuni casi, l’ipotesi è che siano riconducibili a finanziatori in odore di ‘ndrangheta. L’altra struttura di monitoraggio vede all’opera Ros dei Carabinieri, Sco della Polizia di Stato, Scico della Guardia di finanza. È un avamposto che prova a prevedere quali siano i settori economici più esposti al rischio di infiltrazione mafiosa, ’ndranghetista e camorrista in questa delicatissima fase.

«ESPERTI DI MASCHERINE» Che i clan calabresi (e non solo) abbiano fiutato l’affare è un fatto già emerso in alcune inchieste. Nel volume “Ossigeno illegale”, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il docente universitario Antonio Nicaso evidenziano come, fin dall’inizio dell’emergenza, le intercettazioni, «in diverse indagini» abbiano registrato l’interesse delle cosche per i nuovi strumenti dell’emergenza: «Tutti a parlare di mascherine, guanti in lattice, camici monouso, occhiali protettivi e flaconi disinfettanti. Come se fossero esperti del settore», scrivono. Il porto di Gioia Tauro è stato uno dei primi interessati da un sequestro di Dpi quando, il 28 marzo 2020, i funzionari dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli di Stato, assieme ai militari della guardia di finanza di Reggio Calabria, hanno intercettato e sequestrato due carichi di materiale medito: 364mila paia di guanti sterili per uso chirurgico provenienti dalla Malesia e 9.720 dispositivi endotracheali, provenienti dalla Cina, utilizzati per l’intubazione di pazienti con difficoltà respiratorie.

Il sequestro di Dpi a Gioia Tauro nel marzo 2020

MIRE SULLE SOCIETÀ DEI VACCINI «C’è anche il rischio concreto che le mafie possano appropriarsi del mercato dei vaccini», sottolineano Gratteri e Nicaso. Il primo allarme in questo senso è arrivato nel giugno 2020 dal capo della polizia, Franco Gabrielli, in occasione di un intervento in videoconferenza con i rappresentanti dei Paesi che aderiscono al progetto I-Can (Interpol cooperation against ‘ndrangheta). «La ‘ndrangheta – ha spiegato – punta alla possibilità di entrare nelle società che gestiscono la produzione» di farmaci e vaccini. «Oggi si parla da un lato del famoso doping finanziario, ossia dell’immissione di capitali che vanno a innervare e rigenerare i settori in crisi. E poi c’è il welfare: in moltissime aree e strati della popolazione italiana le mafie possono rappresentare un welfare alternativo che indebolirebbe il Paese e la democrazia», ha detto ancora Gabrielli. «Le mafie potrebbero insinuarsi nell’economia legale basti pensare a tutte le aziende che non necessariamente ripartiranno, a tutto il mondo delle strutture ricettive che a seguito del lockdown avranno maggiori difficoltà».

City Life a Milano

GLI AIUTI PER L’EMERGENZA Un’indagine della Dda di Milano, invece, ha scoperto come alcune aziende avessero messo le mani sui sussidi stanziati per far fronte all’emergenza economica. Le indagini sono state portate a termine dalla guardia di finanza nel luglio 2020. E avrebbero accertato che «il principale indagato, indicato dai collaboratori come inserito» nel «clan di San Mauro Marchesato» nella provincia di Crotone «ha presentato richiesta ed ottenuto» per tre delle società inserite nello «schema di frode» i «contributi a fondo perduto», attestando un volume di affari «non veritiero» e «fondato sulle false fatture». Si tratta dei contributi previsti dal decreto 34 del 19 maggio 2020. Inoltre, si legge ancora, «ha tentato di beneficiare» anche dei finanziamenti del decreto legge 23 dell’8 aprile che servono a «sostenere il sistema imprenditoriale nella particolare congiuntura economica determinata dall’emergenza sanitaria». Con quelle società, create per evadere l’Iva e riciclare il denaro della ‘ndrangheta, gli indagati avevano incassato anche 60mila euro di fondi Covid. E il presunto capo, dal suo appartamento nell’esclusivo quartiere di City Life, si lamentava di aver ricevuto i moduli per chiedere i contributi da 25mila euro invece che da 150mila. Il sistema ipotizzato dai magistrati antimafia ruotava attorno a bonifici esteri effettuati su conti correnti cinesi, in parte supportati da fatture per operazioni inesistenti. Stesso scopo era quello di una società creata per spostare ingenti capitali in Bulgaria. Quello delle false fatturazioni è uno dei capisaldi delle strategie finanziarie mafiose. Utilizzato per nascondere operazioni illegali e reimmettere capitali nel mercato. Forse gli stessi che i clan, oggi, utilizzano per mettere un piede nel business dell’emergenza. (redazione@corrierecal.it)

Argomenti
Categorie collegate

x

x