Rinascita Scott, dalla “scissione” alla nuova condanna: la parabola di Pardea e “Mommo” Macrì
Per entrambi pene pesanti, ma riformulate, nell’Appello bis giunto a sentenza ieri. Sono considerati «promotori» del nuovo gruppo vibonese

VIBO VALENTIA Sono due tra le pene più alte inflitte nell’appello bis di Rinascita Scott: Domenico “Mommo” Macrì e Francesco Antonio Pardea, ritenuti dagli inquirenti appartenenti alla ‘ndrangheta operante sul territorio di Vibo Valentia, sono stati condannati ieri rispettivamente a 15 anni e 2 mesi e 14 anni e 8 mesi. Una pena riformulata di poco rispetto alla condanna ricevuta in precedenza e arrivata dopo che la Cassazione ne aveva disposto l’annullamento con la sentenza dello scorso anno, quando era caduta anche l’aggravante per il reimpiego dei proventi illeciti per numerosi imputati. In quel caso Macrì era stato condannato a 19 anni di reclusione, mentre Pardea a 20 anni. Entrambi sono tra gli imputati scarcerati a dicembre, in seguito alla decisione degli ermellini che ha fatto decadere, di conseguenza, la misura cautelare in attesa di sentenza definitiva. La scorsa settimana, invece, sono stati destinatari della misurazione di prevenzione della sorveglianza speciale, oltre all’obbligo di dimora nel proprio comune di residenza.
Le “nuove leve” e il gruppo scissionista
Entrambi sono ritenuti appartenenti alle “nuove leve” della ‘ndrangheta del capoluogo vibonese, in particolare del gruppo nascente e facente riferimento ai Pardea-Ranisi. Le accuse principali sono state mosse dai collaboratori di giustizia, tra cui Andrea Mantella, a capo del gruppo di cui avrebbero fatto parte sia Macrì e Pardea, oltre a Salvatore Morelli, alias “Turi l’Americanu”, quest’ultimo condannato in via definitiva a 19 anni di reclusione e considerato «erede» criminale di Mantella. La ‘ndrina avrebbe operato nella città capoluogo, «con competenza sulla zona ricompresa tra il quartiere Cancello Rosso e quello di San Leoluca e limitrofe». Francesco Antonio Pardea, colui che – a detta del collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena, anch’egli facente parte dello stesso gruppo – «porta avanti il nome della famiglia Pardea», sarebbe stato «promotore» insieme a Morelli del nuovo gruppo dopo la scissione.
Il “quadriumvirato”
Una nuova consorteria guidata da un “quadriumvirato” formato proprio da Arena, Morelli, Pardea e da “Mommo” Macrì. Macrì viene indicato dagli inquirenti come «elemento di vertice dell’ala militare» della cosca, con il compito di «individuare i bersagli delle attività estorsive e delle azioni ritorsi ve volte al controllo del territorio». Anche su di lui hanno versato fiumi d’inchiostro i pentiti, tra cui Mantella, Camillò e Arena. Quest’ultimo ha raccontato la genesi del nuovo gruppo distaccatosi dal locale di Vibo Valentia e di come lo stesso “Mommo” «ha subito sempre la frustrazione di chiamarsi Macrì e non Pardea», dettaglio che gli avrebbe consentito di scalare le gerarchie della famiglia. Così come – afferma Arena – «non ha mai sopportato il maggiore rispetto e carisma di cui gode il cugino Francesco Antonio Pardea». (ma.ru.)
Il Corriere della Calabria è anche su WhatsApp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato