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L’allarme della Dia per la ’ndrangheta 3.0

L’analisi degli investigatori: «I clan fanno proseliti anche tra chi ha un’educazione lontana dai canoni mafiosi ma cerca facili guadagni»

Pubblicato il: 09/02/2021 – 7:02
di Pablo Petrasso
L’allarme della Dia per la ’ndrangheta 3.0

CATANZARO Il pericolo arriva dalla borghesia attirata da facili guadagni e pronta a offrire sponde ai clan. L’inchiesta “Basso profilo” offre soltanto i più recenti esempi dei legami tra settori imprenditoriali e sottocultura mafiosa. Per la Direzione investigativa antimafia – che offre le proprie riflessioni nell’informativa che chiude la prima parte del lavoro investigativo – ce n’è abbastanza per lanciare un allarme e provare a tratteggiare nuovi comportamenti e rischi dell’evoluzione ‘ndranghetista. 

Mafia 3.0

«La mafia 3.0 predilige il dialogo e l’accordo rispetto all’uso di toni alti e di rottura, l’empatia al cinismo, la condivisione degli interessi alla imposizione sic et simpliciter». Negli atti d’indatine, gli investigatori della Dia offrono un’analisi della nuova ‘ndrangheta. Un aggiornamento criminale che segue gli aggiustamenti nella società. La sua evoluzione o, in questo caso, involuzione. «La chimera, a certe latitudini, di un reddito o di un immediato e magari effimero profitto, dovuto a una falsa assunzione o a procurati contributi previdenziali indebiti, crea consenso sociale laddove la mafia può sostituirsi allo Stato, creando occasioni di lavoro, illecite ma tangibili, immediate e concrete, in luogo di prospettive occupazionali oneste ma effimere». È in questo mondo di mezzo che i clan proliferano. E l’inchiesta della Dda di Catanzaro – gli intrecci tra imprenditoria e politica, il ricorso al consenso offerto dalle cosche – è un perfetto esempio dell’involuzione. Di come il “sistema Gallo” (da Antonio Gallo, l’indagato che tiene insieme il mondo dei clan, quello delle imprese e la politica) e i suoi addentellati fossero in grado di muovere preferenze e gare d’appalto, arrivando dall’estrema provincia fino alle porte del Senato. Perché le condizioni al contorno sono mutate e per i personaggi legati alle ‘ndrine è più facile infiltrarsi. «Si registra, pericolosamente, un passo in avanti della criminalità organizzata verso coloro che sebbene consapevoli di quel che sia più giusto fare, per educazione lontana dai canoni malavitosi, compiono comunque la scelta più dannosa, percorrendo la strada più corta: diventare intranei a una associazione mafiosa con l’accollamento di un rischio ma dietro la promessa di un vantaggio economico». 

I “facilitatori”

Tecnici e imprenditori, nel nuovo quadro dei rapporti, «consentono ai gruppi criminali di interloquire alla pari con i cosiddetti facilitatori in grado di creare un punto di incontro, l’occasione, per far imbattere risorse pubbliche e investimenti con le mafie». Nell’inchiesta della Dda di Catanzaro i “facilitatori” non mancano. Sono figure «che, senza referenti nella pubblica amministrazione e nella politica, con particolare inclinazione alla corruzione, non avrebbero motivo di esistere». Eppure proliferano. E aprono, spesso, le porte delle istituzioni. Una ‘ndrangheta così pervasiva non potrebbe prosperare «senza altre componenti quali il disagio della gente comune alla ricerca di un sostegno economico e il rapporto “viziato” tra amministrazione pubblica, imprenditoria e politica». Questo reticolo di rapporti permea la società ed è sempre «più difficile da riconoscere ed evitare». Per un pezzo delle istituzioni è diventato normale scendere a patti con “facilitatori” e soggetti legati alle mafie. Antonio Gallo, perno del sistema individuato dagli inquirenti, ha solo 40 anni. È un giovane imprenditore di successo, conosce altri giovani imprenditori come lui. Sarebbe, assieme a loro, la futura classe dirigente della regione. Parla con politici, dipendenti pubblici, membri delle forze dell’ordine. Secondo gli investigatori della Dia, però, questo ricco quarantenne è «cresciuto dal punto di vista imprenditoriale per volontà e con il supporto di Carmine Arena (il boss di Isola Capo Rizzuto ucciso a colpi di bazooka nel 2004, ndr) e Nicolino Grande Aracri (capoclan di Cutro, ndr)». Entrambi «sono espressione della più alta forma criminale denominata ‘ndrangheta». Tra una foto sorridente sui social, magari scattata in occasione di una fiera all’estero, e una donazione di mascherine per gli ospedali calabresi, Gallo avrebbe continuato a coltivare i proprio rapporti «in favore delle cosche mafiose». Gli investigatori ne parlano come di un «personaggio chiave per l’accantonamento di “riserve occulte di denaro”, utili a qualsivoglia scopo illecito, nonché abile ideatore di “scatole cinesi”». È l’uomo nero di un’inchiesta che prova a raccontare la ‘ndrangheta 3.0. (p.petrasso@corrierecal.it)

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