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truffa aggravata

Gli “Sbariati” di Zungri e la truffa sui fondi destinati ai lavori nella “Città di Pietra”

Un insediamento rupestre da tutelare e valorizzare. L’inchiesta coordinata dalla Procura di Vibo sull’utilizzo dei fondi regionali

Pubblicato il: 14/02/2021 – 11:45
di Giorgio Curcio
Gli “Sbariati” di Zungri e la truffa sui fondi destinati ai lavori nella “Città di Pietra”

VIBO VALENTIA È uno dei luoghi più suggestivi della Calabria, ponte tra passato e presente, testimonianza tangibile della smisurata ricchezza della nostra regione. La “città di pietra”, l’insediamento rupestre degli “Sbariati” a Zungri, piccolo centro della provincia vibonese, a pochi passi da Tropea, Vibo Valentia, Capo Vaticano e dalla Costa degli Dei, costituisce uno dei punti di riferimento per la definizione di civiltà rupestre. 

Il sito archeologico

«Un insediamento della Calabria medioevale in cui si può cogliere tutta la complessità e la trogloditica raffinatezza del vivere in grotta»

Un unicum definito così dall’archeologo calabrese, Francesco Cuteri. Eppure tutelare e conservare una così grande ricchezza – come accade spesso alle nostre latitudini – è troppo spesso un esercizio assai difficile quando vengono anteposti gli interessi personali a quelli della comunità. 

Il villaggio rupestre di Zungri
Il villaggio rupestre di Zungri

L’operazione

Questo per lo meno il quadro emerso nel corso dell’attività investigativa svolta dalla GdF di Vibo e coordinata dalla Procura della Repubblica guidata da Camillo Falvo, e che lo scorso 22 gennaio ha portato al sequestro emesso dal Gip del Tribunale di Vibo, Marina Russo, nei confronti del rappresentante legale di un’impresa di costruzioni e di funzionari pubblici del Comune di Zungri. Sette gli indagati per il reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. 

Gli indagati 

Tra loro c’è anche il sindaco di Zungri, Franco Galati, Tommaso De Nisi, titolare dell’omonima impresa di costruzioni con sede a Filadelfia, Giacomo Cichello RUP del Comune di Zungri dall’1 settembre 2014 al 30 giugno 2015. E poi Nicola Pugliese, assessore e RUP dall’1 luglio al 30 agosto 2015, Pietro Ferraro, responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Zungri e RUP dal 4 agosto 2015 ad oggi, Anna De Luca, direttore dei lavori e Alessandro Mangone, collaudatore finale dell’opera.

Le presunte irregolarità

Le indagini e la richiesta di sequestro hanno preso spunto dalla denuncia, presentata il 12 ottobre del 2015, da due consiglieri comunali di Zungri e che riguardavano presunte condotte illecite commesse dall’Amministrazione comunale, guidata dal sindaco Francesco Galati nell’ambito della gestione del museo comunale e dei lavori di recupero, valorizzazione e messa in sicurezza del sito degli “Sbariati”.  Gli investigatori hanno acceso i riflettori in particolare su alcune presunte irregolarità relative all’esecuzione del contratto di appalto, finanziato dalla Regione Calabria nell’ambito del progetto Pisl Turismo “Vibo Giardino sul Mare”, per un valore complessivo di 600mila euro, e affidato alla “De Nisi Tommaso impresa di costruzioni”, con sede a Filadelfia, capogruppo dell’a.t.i. verticale realizzata con la “Space S.p.A.” con sede a Prato per una spesa per lavori, al netto del ribasso d’asta, pari a 347.592,95 euro. Somma che in realtà non sarebbe stata interamente sostenuta. Secondo gli uomini della GdF, infatti, il titolare dell’azienda avrebbe «attestato falsamente, nelle certificazioni e nelle schede tecniche dell’appalto, la fornitura di beni che per natura, qualità e quantità si rivelavano diversi da quelli di cui se ne certificava l’impiego» per un totale di 85.255,37 euro.

Camillo Falvo, procuratore di Vibo Valentia

Lavori mai eseguiti e “varianti d’opera”

Il tutto sarebbe avvenuto grazie all’assenso del sindaco di Zungri e alcuni funzionari del Comune. In particolare, secondo gli investigatori, il primo cittadino e il responsabile dell’Ufficio Tecnico, Ferraro, avrebbero «sottoscritto e trasmesso alla Regione Calabria le note (la prima il 21 luglio 2015, la seconda il 24 agosto) nelle quali veniva riportata una consistenza dei lavori non veritiera pari al 68% e al 65%» mentre il 20 luglio 2015, perciò solo il giorno prima rispetto a quanto scriveva il sindaco, il direttore dei lavori, Anna De Luca, aveva firmato al consistenza dei lavori realizzati e «corrispondenti al 66% di quanto previsto nel comparto metrico». Lavori che per «tempi e modi non potevano essere realmente stati realizzati, anche perché parte degli stessi era oggetto di variante d’opera». Un vero pasticcio di date e documentazioni. I lavori nel sito archeologico, infatti, erano partiti soltanto il 3 giugno 2015, sospesi poi il 19 giugno, per poi depositare una perizia di variante il 21 luglio seguente, passata al vaglio del RUP e approvata tre giorni più tardi. I lavori sarebbero così ripresi nuovamente il 3 agosto 2015 e quattro giorni più tardi il direttore dei lavori avrebbe attestato una consistenza dei lavori pari al 75%, fino al 99% del comparto metrico risalente al 12 novembre 2015. 

«Un ingiusto profitto»

Approvando la stato di avanzamento dei lavori e la conseguente liquidazione del certificato di pagamento  secondo gli inquirenti «avrebbero indotto in errore la Regione Calabria (…) procurando un ingiusto profitto per l’importo complessivo pari a 347.592,95 euro, pari all’intero importo dell’appalto». Per gli investigatori tutti, a vario titolo e per le loro specifiche competenze, avrebbero omesso di effettuare i dovuti controlli e le «conseguenti contestazioni relative alle mancate e inesatte forniture previste dal contratto» e «non avrebbero segnalato, bloccato e regolarizzato la fornitura (…) revocando l’appalto, favorendo la condotta fraudolenta della società appaltatrice nel periodo antecedente il 7 settembre 2016» ovvero la data dell’effettivo collaudo.

Un patrimonio da tutelare

Un’attività investigativa complessa e articolata e, al netto dell’evoluzione giudiziaria, è evidente come quello della “Città di pietra”, l’insediamento rupestre degli “Sbariati” di Zungri, sia un immenso patrimonio che va custodito e tramandato ma, soprattutto, tutelato. Tanto quanto la credibilità di una terra, la Calabria, troppo spesso calpestata da chi invece dovrebbe proteggerla e farla crescere. (redazione@corrierecal.it)

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