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«Il discorso di Draghi e la navigazione del governo»

Il governo Draghi ha ottenuto la fiducia del Parlamento. Fiducia amplissima, nonostante l’opposizione (patriottica) di Fratelli d’Italia e qualche defezione dovuta all’impatto della figura del pre…

Pubblicato il: 22/02/2021 – 11:05
di Antonino Mazza Laboccetta*
«Il discorso di Draghi e la navigazione del governo»

Il governo Draghi ha ottenuto la fiducia del Parlamento. Fiducia amplissima, nonostante l’opposizione (patriottica) di Fratelli d’Italia e qualche defezione dovuta all’impatto della figura del premier sul sistema politico. Si discute se l’ampiezza della maggioranza costituisca punto di forza del governo o (paradossalmente) di debolezza. Il dibattito, allo stato, è ozioso, come ha lasciato intuire Romano Prodi nel corso di una recentissima trasmissione televisiva. In buona sostanza, se troppo stretta, si discute perché la maggioranza è troppo stretta; se troppo larga, si discute perché la maggioranza è troppo larga. Certo, non si possono nascondere le insidie di una maggioranza così vasta, chiaramente legate alla non omogeneità delle forze politiche. Ma non possiamo neppure nascondere – e ci limitiamo a questa legislatura – che non erano nemmeno omogenee le maggioranze strette. Non era omogenea la maggioranza del “Conte 1”, se non per le venature populiste che la percorrevano, e non era omogenea la maggioranza del “Conte 2”, al netto delle successive manovre dirette a guidare un processo di convergenza tra Partito democratico e Movimento 5Stelle. D’altronde, nemmeno può dirsi, sul piano generale, che gli innesti maggioritari nel sistema elettorale siano sin qui riusciti a garantire schieramenti al loro interno omogenei.
Delle difficoltà legate alla navigazione del governo è consapevole lo stesso Draghi. E, molto abilmente, ha messo “le mani avanti”, anche per lusingare e non mortificare i partiti, quando ha detto nel discorso programmatico che il suo governo non nasce dal «fallimento della politica». La politica non fa un passo indietro rispetto alla propria identità, ma un passo avanti «in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione», che risponde alla necessità di combattere l’emergenza sanitaria, economica e sociale. A fronte di quest’immane sfida, Draghi chiama i partiti al rispetto del «dovere della cittadinanza», che viene prima di ogni appartenenza. Il rispetto della comune radice della cittadinanza, cui sono chiamati i partiti della maggioranza (non è un caso se Meloni abbia sentito l’esigenza di definire «patriottica» la sua opposizione), fa del governo di Draghi un governo «repubblicano». Come tale, è nato secondo il rito sobrio e asciutto previsto dall’art. 92 Cost.: il presidente del Consiglio dei ministri incaricato propone al Presidente della Repubblica i ministri e il Presidente della Repubblica li nomina.
Draghi è consapevole che il governo ha una prospettiva non lunga, ma il suo discorso programmatico lascia filtrare un messaggio forte per i partiti quando dice che, seppur mediamente breve, la durata dei governi in Italia, «non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti». Esorta ad un lavoro responsabile: «non contano i giorni», ma «conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni». Ed è qui che Draghi inchioda la politica al senso e al dovere di responsabilità: «Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo». Detto questo, la visione che segnerà il governo Draghi si colloca nell’ambito della scelta atlantista ed europeista in un quadro caratterizzato dall’irreversibilità dell’euro. «Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma fuori dall’Europa – ha detto Draghi – c’è meno Italia», intendendo così sottolineare il contributo fondamentale di un grande Paese come l’Italia, socio fondatore dell’Unione e protagonista dell’Alleanza atlantica, alla costruzione dell’Europa. Per quanto gli Stati nazionali rimangano «il riferimento dei nostri cittadini», vi sono, tuttavia, sfide più grandi dei singoli Stati, che perciò stesso non possono essere affrontate se non a livello sovranazionale: «Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale», senza però perderla perché acquistano – dice Draghi – «sovranità condivisa». Il riferimento deciso all’irreversibilità dell’euro non è solo una risposta a Salvini e agli euroscettici di ogni latitudine, ma costituisce l’indicazione di una diversa rotta delle politiche economiche, fiscali e monetarie dell’Unione europea e, quindi, di una prospettiva «sempre più integrata che approderà ad un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione». Si tratta di un passaggio estremamente importante del discorso programmatico di Draghi perché allude ad una traiettoria che muove dal famoso «Whatever it takes», passa per le politiche legate al quantitative easing e perseguite tenacemente e abilmente ad onta dell’ortodossia monetaria dei Paesi frugali e, infine, giunge – certamente anche per l’accelerazione impressa dalla crisi legata alla pandemia – al Recovery Fund, che rappresenta il primo esperimento di mutualizzazione del debito.

Non mancheranno all’interno dell’ampia maggioranza le fibrillazioni dovute all’esigenza dei partiti di marcare la propria identità, specie nel corso delle elezioni amministrative che si avvicinano. Ma è un fatto che la chiamata di Draghi al governo ha scompaginato il quadro politico. E non mi riferisco soltanto alle inquietudini che attraversano il Movimento 5Stelle, combattuto al suo interno tra l’aspirazione a tornare ai valori originari (in realtà, un misto emozionale che ha poco della razionalità politica che serve a governare, secondo logiche e sistemi complessi, un paese) e la volontà di stare nel Palazzo e di coltivare prospettive politiche con altri partiti su possibili comuni profili programmatici. Mi riferisco, in particolare, alla Lega che si è convertita sulla via di Draghi in maniera solo apparentemente improvvisa. In realtà, da qualche tempo, mentre Salvini continuava ad urlare slogan demagogici per catturare allodole, il partito intanto si assestava con la nomina di Giancarlo Giorgietti, bocconiano e testa pensante, a Responsabile degli affari internazionali della Lega. In sostanza, la Lega imboccava una strada il cui approdo vuole essere quello di stabilire rapporti di fedeltà atlantica, di collocare il partito all’interno della tradizione popolare europea, di dialogare con la Cdu/Csu tedesca. Giorgietti, com’era ben consapevole Maroni, vede nella Lega un partito fortemente radicato nel Nord, feudo di piccole e medie imprese manifatturiere che con il capitalismo manifatturiero tedesco coltivano – e sono interessate a rafforzarle sempre di più – forti interessenze. Non è un caso che Giorgietti, molto vicino a Draghi, sieda allo Sviluppo economico e che la Lega abbia votato a favore del Recovery Fund nel Parlamento europeo. Al centro del quadro politico qualche manovra si intravede sottotraccia, e l’indomabile Renzi, (auto)ridotto all’irrilevanza, coltiva, ancora sotto traccia, prospettive “macroniane”.
Nell’ambito della visione delineata da Draghi, le «scelte decisive» sono plasticamente disegnate nel triangolo “Ministero dell’economia e delle finanze – Ministero per l’innovazione tecnologica – Ministero dell’ambiente, della tutela del territorio e del mare”. Decisive non foss’altro perché costituiscono l’architrave delle politiche pubbliche prefigurate nell’ambito del Recovery Fund e destinate a cambiare il modello di sviluppo economico. L’ha lasciato intendere Draghi quando, davanti al Parlamento, ha detto che coniugare la protezione del futuro dell’ambiente con il progresso e il benessere sociale «richiede un approccio nuovo». È il passaggio in cui cita Papa Francesco: «Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessimo al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore». La tensione verso un nuovo modello di sviluppo anima l’enciclica “Laudato si”: «la cultura ecologica – così scrive Papa Francesco – non si può ridurre ad una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico. […] Cercare solamente un rimedio tecnico per ogni problema ambientale che si presenta significa isolare cose che nella realtà sono connesse, e nascondere i veri e più profondi problemi del sistema mondiale. […] Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale».
Che il triangolo disegnato da Draghi all’interno del perimetro di governo costituisca l’architrave del nuovo modello di sviluppo (e – come credo – l’orizzonte temporale del suo governo), lo si intuisce quando il premier dice che l’ecosistema è al centro di tutte le azioni umane che, come facce di una sfida poliedrica, vanno dalla digitalizzazione, all’agricoltura, alla salute, all’energia, all’aerospazio, al cloud computing, alla scuola, all’educazione, alla protezione dei territori, alla biodiversità, al riscaldamento globale e all’effetto serra. Si tratta di temi che tagliano trasversalmente tutti i settori. Una volta impostati, rimodulati all’interno del piano da presentare entro la fine di aprile alle autorità europee e seguiti nel loro avvio, Draghi potrà continuare a costituire “garanzia” di buon utilizzo dei fondi occupando lo scranno di Presidente della Repubblica.
*Professore associato di Diritto amministrativo all’Università di Reggio Calabria

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