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L’INCHIESTA

Droga trasportata nei furgoni del caffè: così la Camorra faceva affari coi “Pesce-Bellocco”

Il ruolo degli elementi chiave del clan Fabbrocino. Gli interessi sull’asse con la ‘ndrangheta, dal traffico di stupefacenti al riciclaggio

Pubblicato il: 19/04/2021 – 12:29
Droga trasportata nei furgoni del caffè: così la Camorra faceva affari coi “Pesce-Bellocco”

NAPOLI È partita da un’inchiesta dei carabinieri di Torre Annunziata, in provincia di Napoli, e abbraccia un arco temporale compreso tra la fine del 2016 e febbraio 2020 l’operazione di stamane che ha portato all’esecuzione di 26 misure cautelari e al sequestro di beni per 50 milioni di euro, evidenziando rapporti fra la Camorra e la ‘ndrangheta.
Due cosche di Poggiomarino, sono in lotta tra loro per l’egemonia sul medesimo territorio, ma sono anche capaci di ricercare e trovare un sostanziale equilibrio nell’approvvigionamento comune di sostanze stupefacenti su larga scala.

Gli affari sull’asse Camorra-‘ndrangheta

È   emersa anche una fitta rete di spaccio di cocaina e marijuana, approvvigionata rispettivamente da esponenti del clan Formicola del quartiere di Napoli di San Giovanni a Teduccio, e dalla famiglia Batti. Le cessioni di narcotico avvenivano mediante pusher anche nella Piana del Sele e nel Cilento e attraverso persone insospettabili (Giuseppe Mingo, guardia giurata; Giuseppe De Regno, titolare di pizzeria; Antonietta Ciofoletti, addetta presso un’impresa di pulizie).
L’indagine ha consentito di riscontrare il traffico di stupefacenti attraverso il sequestro di ingenti quantitativi di marijuana e di hashish, con la partecipazione anche di alcune donne e minorenni in qualità di custodi dello stupefacente da smerciare. Nella parte conclusiva dell’attività d’indagine era peraltro emerso che Rosario Giugliano, sottoposto alla sorveglianza speciale, aveva spostato l’asse dei traffici illeciti a Pagani, avvalendosi della complicità del figliastro Alfonso Manzella, cantante neo melodico, che attraverso le proprie canzoni reclutava sodali e lanciava invettive verso orze dell’ordine e magistratura. Il figlio, Giuseppe Giugliano, è risultato in contatto con la ‘ndrina calabrese dei Pesce-Bellocco di Rosarno, dalla quale si riforniva di marijuana attraverso Giosafatte Giuseppe Elia. Il narcotico veniva poi trasportato e custodito da incensurati insospettabili quali Francesco de Michele e Adriano De Filippo, i quali utilizzavano anche furgoni di copertura per la distribuzione del caffè per movimentare lo stupefacente.
Altro settore nel quale è risultato ben inserito il clan Giugliano è il riciclaggio di denaro sporco all’interno di numerose aziende ubicate anche al dì fuori dei confini regionali. Le indagini patrimoniali, estese ai nuclei familiari degli indagati, hanno consentito di evidenziare l’effettiva sussistenza di disponibilità economiche e flussi monetari con reinvestimenti, anche immobiliari, ritenuti sproporzionati ai redditi dichiarati. Sequestro preventivo relativamente a beni mobili (7 auto e 3 moto), immobili (14 appartamenti e 8 terreni), rapporti finanziari (88 rapporti finanziari e 8 polizze assicurative), imprese (1 ramo d’azienda, 5 quote di capitale sociale nonché i beni aziendali e strumentali di 13 società), per un valore complessivo stimato in circa 50 milioni di euro.

La storia del clan e il ruolo dei Giugliano

Al clan storicamente già riconosciuto in quel territorio, riconducibile ad Antonio Giugliano noto come “O’ Savariello”, luogotenente del clan di Mario Fabbrocino, il cui storico boss è detenuto a Nuoro, si è affiancata e contrapposta una nuova entità criminale dopo la scarcerazione del pregiudicato Rosario Giugliano, “O’ minorenne”, solo omonimo del capoclan. Storico sicario del clan Galasso, Rosario Giugliano è rientrato a Poggiomarino nel 2016, fruendo prima di alcuni permessi premio e poi ottenendo la liberazione al termine di una lunga pena detentiva. Da allora ha cercato occasioni e spazi per affermare l’autonomia di un clan autoctono, proprio nella consapevolezza che il clan dominante su Poggiomarino era nato a Palma Campania ed imposto sul territorio da Mario Fabbrocino. Desideroso di appoggi criminali, Rosario Giugliano decide di intraprendere alleanze con i Batti di San Giuseppe Vesuviano e con gruppi criminali dell’agronocerino sarnese, in particolare con i Ferraiuolo di Pagani mentre, in virtù di legami con il potente clan Moccia di Afragola, ha rivendicato maggiori spazi operativi arrivando più volte allo scontro con il gruppo di Antonio Giugliano, retto dal figlio Giuseppe Giuliano.

L’agguato alla caffetteria del 2017

È emblematico di tale situazione di fluidità criminale l’agguato organizzato da uomini di Rosario ai danni della Caffetteria Giugliano l’11 marzo 2017, in pieno centro a Poggiomarino, con spari esplosi ad altezza d’uomo.
Il commando ha agito nella convinzione che il figlio del boss, Giuseppe Giuliano Giugliano, fosse all’interno del bar. Rosario Giugliano, per lungo tempo ha coordinato le attività del suo gruppo dal carcere attraverso la compagna Teresa Caputo. Suoi fiduciari sono Alfonso Manzella e Cristian Sorrentino, sovrintendenti alle estorsioni e al commercio di stupefacente. In posizione subalterna, Antonio e Salvatore Iervolino, che curano il raccordo tra i vertici del gruppo e le altre componenti del clan dedite al controllo del territorio e al commercio della droga. Giovanni e Giuseppe Nappo e Domenico Gianluca Marano sono il braccio armato del clan, deputato a commettere azioni di fuoco e atti intimidatori.

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