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la requisitoria

Movente politico e “mala gestio” nell’impianto accusatorio contro Mimmo Lucano

«Può un fine nobile giustificare la commissione di reati?» Si chiede la procura di Locri. L’ex sindaco di Riace: «L’ultimo capitolo non è scritto»

Pubblicato il: 18/05/2021 – 9:07
di Francesco Donnici
Movente politico e “mala gestio” nell’impianto accusatorio contro Mimmo Lucano

LOCRI «Non è un “processo politico”», accusatio manifesta. La requisitoria della procura di Locri parte da quello che l’indagine “Xenia” e l’iter giudiziario che ne è seguito, non sono. «Non è stato un processo al nobile ideale dell’accoglienza», dice il procuratore capo Luigi D’Alessio. Non è stato un processo al “modello Riace” in sé, «per parte mia auspico che Riace possa tornare al centro del mondo come esempio di accoglienza, purché lo si faccia nei modi e nei crismi della legalità».
Al netto di tutto questo, rimane il processo a Domenico Lucano, ex sindaco di Riace (insieme ad altri 26 imputati) per il quale, alla fine delle otto ore di udienza, il sostituto procuratore Michele Permunian ha invocato una condanna a 7 anni e 11 mesi di reclusione derivante dal computo dei 15 capi d’imputazione contestatigli, «riconosciuto il reato più grave quello di concussione». (TUTTE LE RICHIESTE DELL’ACCUSA)
L’accusa ridipinge il quadro che già in origine aveva ipotizzato, dove Lucano diventa il «vertice indiscusso» di un’associazione a delinquere finalizzata a «massimizzare», per fini personali e «clientelari», i fondi provenienti dai progetti di accoglienza attivi nel comune della Locride.
Un impianto accusatorio in parte affievolitosi già dopo le valutazioni espresse dai giudici della fase preliminare, corroborato, secondo la procura, da una serie di intercettazioni e materiali di volta in volta passati al vaglio del collegio del Tribunale di Locri, presieduto dal giudice Fulvio Accurso, nel corso del dibattimento. La camera di consiglio, che porterà alla pronuncia di primo grado, è fissata per il 27 settembre. Nei mesi che la precedono, si avvicenderanno le arringhe degli avvocati difensori chiamati a non lasciare inevaso l’interrogativo posto dalla procura: «Può un fine, presunto nobile, giustificare la commissione di (presunti, ndr) reati?»

La genesi dell’indagine

«L’indagine “Xenia” – sottolinea l’accusa – trova le sue origini in primis nella denuncia-querela di Francesco Ruga» a fronte delle «richieste provenienti da Capone (legale rappresentante dell’associazione “Città Futura”, ndr) e Lucano di emettere fatture “gonfiate” per vedersi corrisposte le somme dei pocket money».
Il negoziante di Riace era passato dall’ammirazione (che gli costò anche una denuncia per alcuni messaggi minatori) all’«astio» nei confronti di Lucano. L’espressione era stata utilizzata dal Tribunale del Riesame, che proprio per via di questo atteggiamento lo aveva definito «inattendibile» sbarrando l’utilizzabilità di alcuni verbali della sua testimonianza la cui contraddittorietà si era palesata in maniera ancor più evidente in dibattimento, lo scorso 11 gennaio.
Partono da qui gli accertamenti della Guardia di finanza, riferiti all’arco temporale che va dal 2014 al 2017, sui progetti attivi nel Comune: Sprar, Cas e quello per minori stranieri non accompagnati (Msna).
Oltre alla querela di Ruga, la procura annovera come fattore di supporto alle indagini «le relazioni ispettive dei funzionari Sprar e dei funzionari prefettizi». «Segnalavano una serie di criticità nei progetti Sprar e Cas attivi a Riace» al centro dell’attenzione dell’ufficio inquirente per via della presunta “mala gestio” perpetrata nel Comune.

Le criticità dei progetti

«Lo Sprar – dice il pm Permunian – ha il compito di emancipare il migrante, insegnargli la lingua, dargli assistenza psicologica e possibilità di entrare nel mondo del lavoro». Obiettivi che a suo dire non sarebbero stati perseguiti a Riace, dove il fine era quello di «massimizzare la percezione di fondi pubblici» e incentivare un sistema «rivolto a creare clientela elettorale».
Secondo l’accusa, le finalità del progetto Sprar non sarebbero state perseguite «attraverso i così detti laboratori, più volte pubblicizzati da Lucano», che dovevano fungere da «specchietto per le allodole. Funzionavano per le personalità e per i turisti».
L’assunto viene ricavato da una serie di criticità, ravvisate dai funzionari nel periodo tra il 2016 e il 2018, che avrebbero fatto di Riace «un “unicum” per numero e pervicacia a non correggerle».
Tra queste, il pm ricorda ad esempio «la confusione tra Sprar e Cas; la debolezza dei servizi minimi garantiti; la problematica dei “lungopermanenti”» alla quale si lega, in termini di rendicontazione, la contestazione dell’abuso d’ufficio.
La storia, parallela al processo, racconta che a fronte di 34 punti di penalità applicati al Comune, il Viminale arriverà ad escluderlo dallo Sprar, salvo poi, a giugno 2020, veder “bocciata” in quanto «contraddittoria e irragionevole» questa decisione da parte del Consiglio di Stato che aveva rigettato il ricorso del ministero, di fatto riammettendo il Comune con tanto di encomio per la gestione dello Sprar.
Quello stesso Viminale, costituito parte civile nel processo, che al termine della requisitoria ha chiesto 10 milioni (2 di provvisionale). «Lo Stato ha subito un danno d’immagine in relazione agli ideali di integrazione ed accoglienza. L’integrazione deve realizzarsi mediante la sinergica integrazione di tutti i soggetti coinvolti».

Il «movente politico»

Di quel progetto, secondo l’accusa, i migranti (beneficiari) avrebbero visto solo le briciole, posto che «le risorse venivano usate come “welfare” per i riacesi» e permutate da Lucano «in consenso politico-elettorale» utilizzando «la sua posizione di sostanziale dominus del sistema dell’accoglienza per assumere personale – non qualificato – ma legato ai componenti della sua maggioranza così da rafforzarsi politicamente».
Torna il «movente politico» nelle parole dell’accusa, che nell’ultima udienza istruttoria aveva chiesto l’acquisizione di un articolo dove l’ex sindaco di Riace annunciava la possibile candidatura al fianco di de Magistris alle prossime regionali. «Non sono fatti che riguardano questo processo», era stata la lapidaria risposta del presidente Accurso nel rigettare l’istanza.
«Lucano fa tutto per un tornaconto politico-elettorale», dice Permunian. «In particolare, tramite la costituzione delle associazioni e, soprattutto, tramite l’assunzione diretta di personale – principalmente nell’associazione “Città Futura” – riesce a distribuire lavoro o, meglio, sostegni economici». Secondo il pm, tutto ciò era permesso perché nel tempo, Lucano «comandava sul Comune», si poneva come un individuo «sciolto dalla legge» ed era il «dominus di fatto dell’associazione “Città Futura”», fondata dal 1996 (anche) dallo stesso Lucano e individuata quale gestore del progetto accoglienza. Rappresentante legale è Fernando Capone (per lui, la richiesta della procura è di 7 anni e 5 mesi di reclusione) che risulta essere «una testa di legno»; «un mero firmatario» al quale il sindaco avrebbe consentito «di compiere una serie di illeciti quale impossessarsi di beni acquistati con fondi pubblici».

L’associazione a delinquere

Quando i sostituti procuratori Permunian e Currao preannunciano le richieste di pena, sottolineano come queste siano «alte, ma potevano esserlo ancora di più» a fronte del tenore delle contestazioni. Su tutte si evidenzia quella di cui al primo capo, l’associazione a delinquere «finalizzata a truffe, peculato, falso e abuso d’ufficio» tra i vari. «Lucano è il vertice», aggiunge il pm, che adduce come fine della presunta compagine illecita quello «di non disperdere il potere».
Lucano e i “suoi” avrebbero utilizzato «un unico “modus operandi”» che concretizzerebbe la fattispecie. «Tutte le associazioni contribuiscono alle spese e gli associati parlano al plurale».
A fronte del “nucleo” associativo ci sono poi dei meri “partecipi”, «quei legali rappresentanti, molti dei quali consapevoli di compiere illeciti per favorire il fine criminoso portato avanti dallo zoccolo duro». Si tratterebbe, aggiunge la pm Marzia Currao, di «un’associazione a carattere stabile, dotata di una struttura fatta di una serie di ingranaggi che a un certo punto si interrompono provocando una frizione che porterà alla crisi».

«Oggi è stata la giornata della procura»

Dopo aver appreso la notizia della richiesta, l’ex sindaco di Riace è tornato a parlare delle connotazioni politiche che avrebbero mosso il procedimento. «La richiesta così alta è l’ennesima dimostrazione che Riace e il modello che avevamo realizzato fanno paura».
Dal canto suo, già prima di essere raggiunto dalla misura cautelare degli arresti domiciliari prima e dal divieto di dimora poi, si era speso a più riprese sottolineando come fosse necessario emancipare il sistema dell’accoglienza rispetto ai fondi pubblici, che dal 2016 al 2018 avevano visto un progressivo decremento nelle erogazioni fino alla chiusura dei progetti.
«L’ultimo capitolo si deve ancora scrivere». Lucano attende ora l’arringa difensiva dei suoi legali, Andrea Daqua e l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, succeduto all’avvocato Antonio Mazzone scomparso sul finire dello scorso dicembre. Loro saranno sentiti dalla Corte a breve distanza dalla camera di consiglio, dopo le difese degli altri imputati. «La Procura – conclude intanto Lucano – insiste che io ho avuto motivazioni politiche legate a candidature. Quello che non dice il pm è che io non mi sono mai candidato se non al Comune di Riace rifiutando proposte come quella al Parlamento europeo, alle politiche e alle regionali. All’inizio mi hanno accusato di aver fatto sparire milioni di euro, poi il teorema della Procura è cambiato perché il dibattimento ha dimostrato che non era vero e così hanno ripiegato su motivazioni politiche inesistenti».

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