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la requisitoria

Omicidio Mezzatesta, chiesto l’ergastolo per il presunto killer

Marco Gallo viene considerato il braccio armato della cosca Scalise di Decollatura. Il pm: «Una vendetta trasversale contro la famiglia avversaria»

Pubblicato il: 29/05/2021 – 19:14
di Alessia Truzzolillo
Omicidio Mezzatesta, chiesto l’ergastolo per il presunto killer

CATANZARO Il sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Pasquale Mandolfino ha chiesto l’ergastolo nei confronti di Marco Gallo, 35 anni, accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Gregorio Mezzatesta, impiegato delle Ferrovie della Calabria ucciso la mattina del 24 giugno 2017 a Catanzaro. Quattro colpi di pistola calibro 9X21 hanno raggiunto la vittima alla testa provocandone la morte immediata. L’accusa di omicidio nei confronti di Gallo è aggravata dalle modalità mafiose. Secondo l’accusa, infatti, il killer avrebbe agito per «punire» Domenico Mezzatesta, fratello di Gregorio, ritenuto dalla cosca Scalise il responsabile dell’uccisione di Daniele Scalise, appartenente all’omonimo gruppo criminale dominante sul comprensorio montano del Lametino.

Una faida cruenta

Gregorio Mezzatesta, è emerso dalle indagini, è vittima innocente di una cruenta faida in atto tra gruppi criminali contrapposti, di stampo ‘ndranghetistico, operanti nel territorio di Lamezia Terme e dei paesi limitrofi. La conta dei morti è lunga e concentrata anche in un breve lasso di tempo. A gennaio 2013 vengono uccisi Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo, legati alla cosca Scalise. A giugno 2014 muore Daniele Scalise mentre pochi mesi dopo viene ucciso Luigi Aiello, indagato per la morte di Scalise. Ad agosto 2016 l’avvocato penalista Francesco Pagliuso viene assassinato all’interno del proprio giardino. L’avvocato era difensore di Domenico e Giovanni Mezzatesta, padre e figlio, condannati per il duplice omicidio Vescio-Iannazzo. Infine nel giugno 2017 viene ucciso Gregorio Mezzatesta. Per gli omicidi Pagliuso e Mezzatesta si trova sotto processo, quale esecutore materiale, Marco Gallo. L’input degli agguati, per entrambe le vittime, si inserisce nella strategia di vendetta operata dagli Scalise contro i Mezzatesta.

Intenzione di uccidere e di sfigurare

«Sulla base degli accertamenti fino ad ora ripercorsi era possibile giungere ad affermare che Gregorio Mezzatesta decedeva a seguito di una esecuzione in piena regola perpetrata attraverso una pistola calibro 9×21, nel corso della quale venivano esplosi almeno 7 colpi, 4 dei quali lo attingevano da brevissima distanza direttamente ed esclusivamente al volto, segno chiaro, oltre che dell’animus necandi, anche della volontà dell’omicida di sfigurare e, quasi, rendere irriconoscibile la vittima, privandola di ciò che meglio identifica qualunque persona, cioè il volto», afferma il pm Mandolfino nel corso della requisitoria.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri del Nucleo investigativo di Catanzaro, Gallo ha studiato per diverso tempo le abitudini di Mezzatesta nel recarsi al lavoro ogni mattina con un collega. Il giorno dell’omicidio, a bordo di una moto da enduro, ha «agganciato» Mezzatesta e il suo collega all’altezza del Comune di Tiriolo, li ha seguiti fino a Catanzaro, ha atteso che prendessero, come d’abitudine, un caffè nel solito bar vicino alle Ferrovie della Calabria e quando sono rientrati in macchina si è avvicinato al lato passeggero dove si trovava Mezzatesta e ha fatto fuoco per sette volte prima di inforcare di nuovo la moto e fuggire via. Il collega di Gregorio Mezzatesta, sentito durante il processo, ha raccontato che una volta usciti dal bar «io uscivo per prima, entravo in macchina e stavo per mettere in moto. All’improvviso sento come un rumore di bombette e sento un soggetto all’esterno della macchina urlare “esci, esci”. Al contempo sentivo un rumore, credo di vetri che si rompevano. Io sono subito uscito e mi sono accovacciato prima al lato della macchina e poi davanti al muso della macchina. Poi ho visto un soggetto muoversi via, più che altro ricordo un busto che indossava un indumento nero, era più una macchia che altro. Poco dopo sentivo un rumore come di un mezzo che veniva messo in moto, come qualcosa di “smarmittato” era un rumore forte, come di una moto. Ma non ho visto se effettivamente si trattasse di una moto, né so in che direzione sia andata». Nei giorni precedenti non avevano notato nulla di strano, né Gregorio Mezzatesta gli aveva confidato alcuna preoccupazione.

Un omicidio ricostruito frame dopo frame

I carabinieri del Ros hanno ricostruito il percorso del killer grazie alle telecamere di videosorveglianza distribuite durante tutto il percorso effettuato dalla vittima. Partiti da qui hanno ricongiunto i tasselli e ricostruito, frame dopo frame, l’intera vicenda omicidiaria. Dopo l’agguato il killer si è diretto, stando alle ricostruzioni, verso Lamezia Terme anche se, in località Zappanotte e Quattrocchi il killer ha avuto un guasto alla moto perché nel filmato successivo si vede l’uomo procedere a piedi, prendere la vettura con rimorchio, caricare la motocicletta in panne sul rimorchio e. così, riportare il mezzo al sicuro in un garage in via Indipendenza a Lamezia.
Secondo l’accusa «è più che sostenibile che il killer, che, per realizzare l’omicidio aveva montato una targa fasulla, appunto risultante rubata, dopo il proprio gesto e poco prima di rientrare nel centro abitato di Lamezia Terme, rimuovesse la targa fasulla e riapplicasse la targa propria della motocicletta».

L’aggravante mafiosa

«Orbene, a mio parere – afferma il pm Mandolfino – è forte il compendio probatorio a sostegno dell’aggravante maliosa sia sotto il profilo oggettivo, sia sotto il profilo soggettivo. La chiave interpretativa sta nel definire i rapporti esistenti tra Marco Gallo e il gruppo Scalise. L’esistenza tra i medesimi di contatti telefonici continui, il rinvenimento a casa del Gallo di materiale riconducibile agli Salise, nonché la documentazione rappresentativa di transazioni economiche ingiustificate tra Gallo e Scalise, sono dati che ci restituiscono lo stato di soggezione e di affectio di Gallo nei confronti della famiglia Scalise di Decollatura. In ciò si spiega in un sol colpo sia la sussistenza dell’aggravante mafiosa, sia, in sostanza, il movente del delitto, vale a dire una «vendetta trasversale” maturata in seno al gruppo Scalise nei confronti del gruppo Mezzatesta e, precisamente, l’eliminazione, in seno alla famiglia avversaria Mezzatesta, dell’unica persona che nulla aveva a che fare con le dinamiche di Giovanni Mezzatesta e Domenico Mezzatesta (ricordiamolo, quest’ultimo già indicato come uno dei tre nomi della lista di “condannati”, di cui aveva riferito l’avvocato Francesco Pagliuso ai propri collaboratori), cioè Gregorio Mezzatesta, un uomo semplice, un lavoratore, lontano in prima persona da logiche criminali, ma che aveva la sola colpa di avere per cognome Mezzatesta, così divenendo bersaglio del vile gesto omicidiario». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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