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la lettera

«Signor Presidente, quale miglioramento può esserci se costretti a mendicare le cure?»

Illustrussimo Signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tra poco Lei sarà in Calabria per l’inaugurazione del nuovo anno scolastico e come padre di due bambine in età scolare, come cit…

Pubblicato il: 19/09/2021 – 17:40
di Francesco Pileggi*
«Signor Presidente, quale miglioramento può esserci se costretti a mendicare le cure?»

Illustrussimo Signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tra poco Lei sarà in Calabria per l’inaugurazione del nuovo anno scolastico e come padre di due bambine in età scolare, come cittadino italiano, mi permetto di scriverle una lettera aperta.
Io e mia moglie, come tanti genitori, facciamo molti sacrifici per far studiare le nostre figlie, convinti che è lo studio a poter migliorare le nostre esistenze e le condizioni di questo nostro territorio. Ma, Signor Presidente Le chiedo quale miglioramento può esserci qui, in Calabra, se la nostra vita, quella dei nostri figli è quotidianamente appesa ad un esile filo, quale miglioramento può esserci se bisogna lottare per aver in cambio ciò che ad ogni cittadino dovrebbe spettare per diritto costituzionale?
Quale miglioramento può esserci se gli ospedali pubblici che dovrebbero rappresentare l’accoglienza, la cura, l’assistenza di chi soffre, sono diventati da anni luoghi della disperazione, della rabbia verso quello che è il nostro stesso Stato e dunque verso noi stessi? Io non so, Signor Presidente, se Lei o un membro del nostro governo, del parlamento, sia mai entrato in un pronto soccorso, in uno dei nostri ospedali pubblici senza preavviso di visita, ma come quei semplici cittadini che ogni giorno vi si rivolgono per bisogno estremo spesso in condizioni psicologiche provate e trovano il torto al posto della ragione, l’amara sensazione del sopruso al posto dell’umanità applicata alle scienze, la sopraffazione al posto del giusto diritto alle cure. Io ho provato rabbia per l’ennesima volta, pochi giorni fa, ho provato un senso di vergogna per la mia Nazione, Signor Presidente, non lo posso negare, perché ci si vergogna a fare file di ore sotto un sole estivo, con una bambina di dieci anni dolorante, in attesa di una visita per una possibile frattura e al momento del nostro turno sentirsi dire che i macchinari per i raggi x non erano funzionanti. Accanto a me persone che dovevano sostenere ecografie, rimandate a casa anche loro perché anche quei macchinari erano guasti da giorni e non sono casi isolati, Signor Presidente, come può leggere dai giornali locali ogni giorno.
Costretto a ricorrere ad altro ospedale nella stessa giornata, troviamo la macchina per i raggi x funzionante, ma un’altra attesa di ore e ore per la visita. Si prova un senso di vergogna, Signor Presidente, a passare un’intera giornata con la propria bambina tra ospedali, dove in alcuni, mancano anche i dispositivi minimi essenziali anti-Covid, il liquido disinfettante per le mani. Si prova vergogna in alcuni ospedali persino a ricorrere ai servizi igienici per le condizioni in cui sono tenuti e per la mancanza di tutto.
Non sono riuscito a trovare le parole per spiegare alle lacrime di mia figlia questo stato di cose a cui pare ci si debba oramai abituare… così dicono le spalle che si chiudono dei dottori di fronte alle mie domande. Lacrime che seguono altre lacrime di appena pochi mesi fa dove, sempre la più piccola delle mie figlie, ha dovuto attendere circa 12 ore per un dolore acuto all’addome in un pronto soccorso. Trasferita, dopo una giornata d’attesa, in un altro ospedale nella notte le diagnosticano una peritonite e la operano d’urgenza.
Appesi a quell’esile filo, Signor Presidente.
E, non trovo ancora risposte sincere per rispondere alle domande di una bambina sul perché alcuni anziani che a malapena riescono a deambulare o sono su sedie a rotelle, siano abbandonati in un corridoi gremito di gente che si dispera e maledice questa terra e l’Italia intera, per ciò che non può appartenere ad una Nazione che si proclama Civile. Quei corridoi generano rabbia, sentimenti di impotenza espressi a gran voce o il silenzio di chi prova timore ad alzarla la voce perché umile da sempre, da generazioni. È l’esasperazione che si appropria delle anime abbandonate, è l’esasperazione che spesso toglie il velo dell’invisibilità dai cittadini e li porta ad inveire non di rado contro chi è lasciato in “prima linea”: medici e infermieri, anche loro impotenti, in un servizio già al collasso da anni.
Io non riesco a comprendere, Signor Presidente, di quali terribili colpe ci siamo macchiati, io, mia figlia e i cittadini di questa regione per meritarci tutto questo, solo per aver scelto di vivere in Calabria.
Ecco, Signor Presidente, credo che la rabbia, il risentimento, la sfiducia crescente di molti cittadini nei confronti delle Istituzioni, nasca dalla sensazione e dalla constatazione di una effettiva mancata presenza dello Stato lì dove dovrebbe per legge, per il progresso raggiunto e per senso di umanità invece dimostrare la più alta vicinanza ai propri cittadini con tutte le Sue forze, è questo che ci si aspetta, è questo che insegna lo studio.

Spero, Signor Presidente, di non dover maledire il giorno in cui io e mia moglie abbiamo ascoltato le richieste pressanti delle nostre figlie, benché piccole, per tornarcene da un’emigrazione in Germania, che né loro né noi genitori sentivamo come nazione propria, dove, a loro quanto a noi, mancava tutto quel calore e quei colori che lei troverà nella Sua visita e che invece gli emigranti non trovano quasi mai nelle terre straniere.
Sì, Signor Presidente, sono contento che Lei inauguri il nuovo anno scolastico in Calabria, lo dico senza nessuna ironia, ma purtroppo Lei dopo il cerimoniale ripartirà…
Smontate le “quinte” rimesse a lucido per l’occasione resterà il teatro di sempre.
Ma io mi appello a Lei, Signor Presidente, da padre e cittadino, che nonostante tutto crede ancora nelle Istituzioni, perché quei ragazzi festanti per la Sua presenza possano con la Sua attenzione sentirsi, un giorno non lontano, parte di una Nazione unita anche nella distribuzione delle cure mediche per quel principio sancito nella nostra Costituzione.

Con il massimo Rispetto
Francesco Pileggi, padre*.

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