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l’inchiesta mala pigna

Rifiuti interrati, terreni avvelenati e la paura di Delfino. «Mi mandano all’ergastolo»

La strategia difensiva, con la compiacenza del consulente, insospettisce la Procura che intensifica le indagini. Con risultati shock

Pubblicato il: 20/10/2021 – 19:28
di Giorgio Curcio
Rifiuti interrati, terreni avvelenati e la paura di Delfino. «Mi mandano all’ergastolo»

REGGIO CALABRIA Un intero cassone caricato per tutta la sua capienza di rifiuti speciali per ben sei volte in poco più di un’ora e mezza. Il mezzo usciva poi dall’azienda per fare poi ritorno – vuoto – nel giro di un quarto d’ora. Movimenti costanti, ricostruiti grazie alle attività di osservazione dei Carabinieri del Nipaaf di Reggio Calabria, finiti al centro dell’inchiesta “Mala Pigna” della Dda reggina, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri. L’azienda è quella di Rocco Delfino, finito ieri in carcere, e titolare della Ecoservizi s.r.l., così come l’autocarro che usciva dai cancelli della società, a Gioia Tauro, e proseguiva il suo viaggio fino ad arrivare nei pressi di un terreno non molto distante, sempre nella disponibilità di Delfino. Le immagini raccolte dagli inquirenti, coincidenti con quelle del circuito di videosorveglianza dell’azienda, hanno portato poi al sequestro dei terreni a giugno del 2019.

Lo stato dei terreni è apparso sin da subito allarmante: segni evidenti di movimento terra, scavi e accumuli di materiale terroso che, già da una ricognizione visiva, appariva misto a scarti di rifiuti speciali, uguali a quelli stoccati dalla Ecoservizi. Un sopralluogo che, evidentemente, mette in allarme tutti. Questo almeno quanto è emerso dalle conversazioni captate dagli inquirenti proprio durante le operazioni e riportate nell’ordinanza del gip. «(…) ma là sopra si vede qualcosa…dove c’è la terra?» chiede Delfino a Vincenzo Muratore (finito ai domiciliari) e tra quelli che si occupava di guidare i mezzi dell’azienda. «No, no no», risponde «ma io pomeriggio prendo la pala (…) una spianata».

Un’estate impegnativa per Rocco Delfino, fino al 16 agosto 2019 quando è convinto, attraverso una iniziativa difensiva “preventiva”. di ottenere il dissequestro dei terreni, autorizzata dal Tribunale di Palmi, attraverso l’esecuzione di alcuni accertamenti e scavi. Ad occuparsene sarà Elia Gullo, indagato a piede libero. Quel giorno Delfino contatta più volte Muratore per capire quanto sia concreto il rischio che possano emergere i rifiuti interrati durante il sopralluogo. E si fa indicare un punto preciso per andare sul sicuro: «L’unico posto che ha terra mezza discreta che se (…) potete provare è nell’angolo di qua» dice al telefono Muratore al Delfino, quest’ultimo in compagnia del perito di parte, che dice: «Tanto lì se c’è mischiato il terreno, a meno che non scendiamo sotto e troviamo il fluff che si vede». E ancora: «secondo me gliela smontiamo perché pure se c’è fluff (…) il problema è che si veda, che non si vedano i pezzi di fluff. Là si vedono che luccicano, non è che non si vedono, si vedono già nel cumulo». «E che ci imbrogliamo le gambe noi stessi, le palle ce le tagliamo noi?» chiede al gruppo Rocco Delfino.

Ancora più significativa per gli inquirenti la conversazione captata al termine delle operazioni. «È importante, questo verbale, molto importante perché se è a due metri e quaranta non trovi niente, dove lo devi trovare, a 20 metri?» dice Rocco Delfino a cui risponde proprio Gullo: «Benedica mi arrestano». «A me mi mandano all’ergastolo! Se a te ti arrestano a me all’ergastolo!» gli fa eco Delfino.

Una strategia preventiva che, purtroppo per Delfino, non paga affatto. La Procura di Palmi decide di vederci chiaro e di approfondire le indagini scientifiche incaricando un proprio consulente tecnico. È il 14 novembre quanto gli escavatori permetteranno di prelevare in tutto 18 campioni. Di questi ben 13 risulteranno poi fuori norma (e di molto) perché altamente contaminati per lo più da metalli pesanti. Ma anche scarti di plastica come sacchetti appartenenti ad un’azienda di Sant’Onofrio o recanti l’araldica del Comune di Milano. E poi copiosi quantitativi di cavi plastici, occultati da appositi sfalci, potature e car fluff. Per gli inquirenti, dunque, è indubbio che nel terreno vi sia stata «un’intensa opera di interramento di rifiuti speciali, metalli pesanti che, con il dilavamento prodotto dalle acque piovane, potrebbero quasi certamente giungere col tempo sino alla falda acquifera, determinandone la irreversibile compromissione». Un vero e proprio disastro ambientale. (redazione@corrierecal.it)

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