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l’indagine

L’azione «ritorsiva» dei medici senza indennità: «Mettiamo in ginocchio il servizio»

La protesta per riavere l’integrazione (illegittima), la paura del Covid, l’interesse ad assentarsi pur mantenendo aperto lo studio privato

Pubblicato il: 21/10/2021 – 20:08
di Alessia Truzzolillo
L’azione «ritorsiva» dei medici senza indennità: «Mettiamo in ginocchio il servizio»

CATANZARO Mentre l’epidemia di Covid imperversava, i Pronto soccorso erano presi d’assalto e i reparti di rianimazione erano a rischio collasso, un gruppo di medici dell’Asp di Catanzaro si organizzava per mettere in ginocchio «il servizio in tutta la regione». Le motivazioni di questo organizzato assenteismo che ha portato a iscrivere nel registro degli indagati 41 medici con l’accusa, a vario titolo, di truffa e falso, secondo l’indagine denominata “Molière” condotta dalla guardia di finanza di Catanzaro, sono tre. 

La ritorsione per la perdita di una indennità illegittima 

La motivazione prevalente è prettamente economica: i medici del 118 percepivano illecitamente un’indennità integrativa aggiuntiva prevista per il caso di svolgimento di attività di promozione di tematiche sanitarie di interesse (donazione organi, cultura del primo soccorso, stesura e revisione di protocolli integrativi, ecc). Tale indennità, in caso di svolgimento di una attività di interesse, ammonta a 5,50 euro all’ora. I commissari prefettizi che si erano insediati nell’Asp dopo lo scioglimento dei vertici per infiltrazioni mafiose, avevano però verificato che questa indennità veniva sempre erogata a tutti i sanitari, sia che svolgessero l’attività di promozione di tematiche di interesse sia «per il mero svolgimento dell’ordinario servizio, divenendo, di fatto, una voce retributiva fissa (goduta anche nel periodo di godimento delle ferie)». I commissari avevano quindi deciso di togliere questa indennità fissa e di procedere con delle trattenute per recuperare le somme indebitamente percepite dai medici durante le ferie. Questo aveva dato vita a quella che il gip Valeria Isabella Valenzi non esita a definire una «una vera e propria reazione ritorsiva» da parte dei medici.
La protesta nasce su un gruppo wathsapp denominato “Convenzionati” «ideato e suggerito dalla dottoressa Maria Rita Foresta» e del quale facevano parte gli indagati Lupia Francesco, Leuzzi Emilio, Mazza Francesca, Biamonte Caterina Rosaria, Palermo Rosina, Orsini Anna Maria, Costanzo Maria Giovanna, Foresta Maria Rita, De Rosi Alessandro, Grillone Maria.
«Dobbiamo bloccare il servizio. Bastano cinque giorni di malattia contemporaneamente», suggeriva il medico nella chat.
«Per lo sciopero ci vuole del tempo, per bloccare il servizio no. Incontriamoci e fissiamo un giorno per aderire tutti insieme», è il suggerimento che viene condiviso subito da Francesca Mazza: «Bisogna agire con la forza!! Secondo me prima di tutto inginocchiando il servizio!!», suggerisce. La chat si dipana tra gennaio e febbraio 2020: la pandemia e il lockdown sono alle porte.
La paura è che «da aprile in poi aspettiamoci la decurtazione del quinto dello stipendio per la restituzione degli anni precedenti!», scrive Mazza.
Infatti è nel mese di marzo, quando l’Asp si avvia al recupero delle indennità che «si manifestavano i primi comportamenti concludenti», ovvero le assenze in massa per malattie inesistenti correlate a certificati rilasciati senza alcuna visita medica ma con una semplice telefonata.
«In definitiva – scrive il gip –, la sospensione dell’indennità che per anni era stata illegittimamente erogata a favore dei medici del 118, congiuntamente alla richiesta di restituzione delle somme riferite all’indennità pagata in corrispondenza delle giornate di ferie (ove, evidentemente, nessuna attività aggiuntiva può essere svolta) hanno costituito il preludio per la “risposta” da parte dei medici interessati».

La paura del Covid

Un altro gruppo di medici, registrano le indagini delle fiamme gialle, ha cominciato ad assentarsi, adducendo motivi di salute, per timore del Covid. «Non a caso, l’assenza dal lavoro coincide perfettamente con l’inizio della pandemia e si estende al periodo di massima espansione del virus».

Assenti ma con lo studio privato aperto

Ci sono anche l’assenza di sanitari «che per diversi mesi non si sono recati a lavoro, presentando svariate certificazioni afferenti a malattie diverse. Alcuni di loro, nonostante il periodo di malattia, continuavano ad esercitare l’attività professionale privata o si trovavano addirittura fuori regione». È il caso, ad esempio, del dottore Giuseppe Foderaro, assente da novembre 2019 a marzo 2020, grazie alle certificazioni del dottore Tavano. Dall’analisi dei messaggi le fiamme gialle hanno verificato che il dottore «svolgeva privatamente fattività di odontoiatra, a dimostrazione della sua capacità di svolgere l’attività lavorativa».

«Sottratti al proprio dovere in un momento di estremo bisogno»

Malattie pretestuose e false «le cui relative certificazioni risultano essere state propriamente strumentalizzate al solo fine di non recarsi a lavoro, ora per paura di contrarre il virus, ora per esercitare una forma di protesta a seguito della già menzionata decurtazione stipendiale, ora per motivazioni ancora ignote», scrive il gip Valenzi.
Tutto questo nel periodo da marzo a maggio 2020 «in cui, come universalmente noto, il virus ha avuto una rapida espansione, causando il collasso degli ospedali ed un numero straordinario di decessi. Tale situazione, come è ovvio, ha infuso in tutta la popolazione un generale stato di terrore, nonché impegnato oltre misura il personale sanitario, che in quei mesi è stato chiamato in prima linea a fornire un decisivo contributo per fronteggiare tale, improvvisa, situazione emergenziale». Un comportamento che viene stigmatizzato dal gip il quale sottolinea come vi siano stati medici che hanno presentato certificati falsi «così sottraendosi ai suoi doveri in un momento di elevato (se non estremo) bisogno, dall’altro, fa da cornice alle condotte di coloro che hanno invece agito motivati dal timore di un probabile contagio e da preoccupazione verso i familiari conviventi».

«Al 118 non ci sono dispostivi, non voglio rischiare»

«Io sono in malattia con sto 118 del cazzo senza dispositivi si rischia troppo… Sono in malattia fino al 23 poi vediamo; io mi sono messa in malattia da giorno 14 fino al 23 perché al 118 ci sono pochi dispositivi mascherine tute quindi onestamente a me non va di rischiare; la situazione è questa e onestamente io ho le bambine a casa e non voglio rischiare si dice che il picco ci sarà in questa settimana quindi io sono diciamo un po’ tranquilla», scrive Angela Stranieri.
Dello stesso tono i messaggi di Anna Leuzzi: «Sono preoccupata per tutta sta gente che è tornata portando come regalo il virus in questa terra perduta… Sono stronzi! Avessimo una buona sanità pure pure… ma qui è un disastro totale. Se me lo becco io… non ho scampo con l’asma che ho. Non ci sono posti in ospedale… e cominceranno a curare i più giovani lasciando quelli più grandi. […] Non sto andando da giovedì. Ho ceduto i turni. Vorrei stare a casa per almeno un ’altra settimana. Tanto guadagnarne come un portiere. Ci hanno levato l’indennità di 5.50 euro ora. Devo restituire 2.000 euro degli anni passati per le ferie».

Assente per sei mesi

Il dottore Francesco Lupia si è assentato dalla metà dicembre 2019 a tutto giugno 2020, producendo svariati certificati medici: prostatite acuta, cistoscopia per stenosi bulbare. A giugno, viste le ritrosie del dottore Canino a emettere ulteriori certificati – tanto che Lupia lo definisce “un isterico” –, Lupia si «rivolge al dottor Putortì, che già in passato – stando al tenore delle conversazioni – lo aveva aiutato a sostenere gli esami e a laurearsi prima del tempo».
«Il punto è che con tale medico l’indagato concertava i contenuti della certificazione chiedendogli anche di retrodatarlo (“giacché oggi finisco i 15 giorni, il certificato puoi farlo anche il 7, con data 5, giusto?”)». E l’amico eseguiva: «Il certificato datato 05.01.2020 veniva rilasciato dal dottor Putortì per giorni 15 in relazione alla diagnosi di disturbi minzionali, con attestazione di visita in presenza, mai posta in essere (e neppure latamente discussa per via telefonica per come si evince chiaramente)», scrive il gip.

La segnalazione

Assenze in massa del personale medico del 118. Un’anomalia che il 16 marzo 2020 il direttore del Servizio di emergenza territoriale Antonio Talesa decide di segnalare. «Si trattava – scrive il pm della Procura di Catanzaro Grazielle Viscomi – di plurime contemporanee assenze che, peraltro nel primo periodo dell’emergenza Covid-19, avevano reso gravosa l’organizzazione dei turni per il servizio di urgenza. La segnalazione coinvolgeva almeno 21 medici e si rivelava degna di interesse investigativo anche in ragione dell’individuazione di una causale sottesa all’assenza. Se in un primo momento, infatti, anche sulla scorta di quanto tristemente accaduto in altri ospedali nazionali, si era pensato ad una “fuga” dal rischio pandemico (sospetto, comunque, rivelatosi per taluni, pure veritiero), il procurato disservizio era stato ben presto ricondotto al taglio di una indennità prima goduta dal personale medico del 118 con conseguente ripetizione dell’indebito quanto del pregresso già erogato»

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