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Nuova narcos europea

La grandeur sbiadita del clan Molè. «Mio padre aveva investimenti in Banca d’Italia. Ma torneremo grandi»

I dialoghi di “Roccuccio” nelle carte della Dda. Il rapporto con i Piromalli e il ricordo delle faide. «Serve almeno un omicidio all’anno»

Pubblicato il: 18/11/2021 – 6:59
di Pablo Petrasso
La grandeur sbiadita del clan Molè. «Mio padre aveva investimenti in Banca d’Italia. Ma torneremo grandi»

REGGIO CALABRIA Per Rocco Molè (sopra nel riquadro; lo scatto riguarda il sequestro di circa 500 kg di cocaina in una sua proprietà), giovane capo della cosca di Gioia Tauro arrestato nell’operazione “Nuova narcos europea”, c’è stato un tempo in cui il suo clan era ricco e potente. Nel Risiko dei casati mafiosi della Piana di Gioia Tauro, la rottura con i Piromalli ha mosso truppe e cambiato destini. C’è stato un tempo in cui il padre del ragazzo poteva permettersi di rifiutare due tonnellate di hashish che gli erano state offerte in regalo: «E mica mio padre voleva soldi – racconta “Roccuccio” intercettato dagli investigatori – … mio padre non ne voleva soldi… a mio padre (Girolamo Molè, ndr) gli hanno regalato duemila chili di fumo, gli ha detto: prendetevi il furgone e ve li portate via… gli ha detto: io ho fatto un favore a un amico mio…». Racconti di una grandeur sbiadita, di potenza economica, guadagni da capogiro e investimenti: «Vedi che mio padre aveva investimenti in Banca d’Italia… quello che ha fatto mio padre, non l’ha fatto nessuno nella storia… noi ce li siamo mangiati noi, ma poi le attività che ci hanno sequestrato, vedi che noi avevamo l’Ideasud, facevamo venti milioni al mese di vecchie lire, ma lascia stare che mio padre aveva fatto il supermercato a Gioia, non vi erano altri supermercati, venti milioni di utili, venti milioni al mese… la Tac… ventimila euro al mese…». Idea Sud srl, società riconducibile a Girolamo e Rocco Molè (classe ’65, morto in un agguato mafioso) e a Carmelo Stanganelli, detto “il professore”, gestiva un supermercato a Gioia Tauro. Quella che “Roccuccio” chiama Tac è invece la “Imagine System srl”, sequestrata nell’operazione Mediterraneo della Dda di Reggio Calabria.

«I soldi li aveva zio Rocco, noi avevamo un mensile»

Per spiegare come i soldi arrivassero alla famiglia, il giovane (e presunto) capo spiega che la cassa era gestita dallo zio Rocco Molè «e che loro prendevano solo un mensile». «I nostri soldi – dice – non ce li abbiamo mai avuti, i soldi nostri li ha avuti sempre lo zio Rocco. Noi non li abbiamo mai avuti. Noi campavamo di mesate, sempre non ci sono mai mancati. Problemi di soldi non li abbiamo mai avuti. Prendevamo trenta, quaranta, cinquanta, che ci servivano per comprare qualcosa».

Lo “sconfinamento” nel territorio dei Piromalli

Sono episodi confinati in un passato nel quale i clan Molè e Piromalli erano ancora uniti da un patto, spezzato poi dal sangue. Un episodio, secondo gli inquirenti, è «indicativo della profonda spaccatura che è venuta a realizzarsi con la cosca Piromalli». È il 5 giugno 2019: Molè deve comprare il pane e, per farlo, si dirige verso un forno nelle immediate vicinanze del distributore Agip, «notoriamente – appuntano gli inquirenti – dei Piromalli». Mentre salgono in macchina, il giovane fa notare al proprio accompagnatore che «non potevano più andare a quel forno perché i titolari, a suo dire, non sapevano da chi guardarsi». «Pippo – dice – io qua non posso venire, e perché hanno paura… ho paura che ci fanno qualche giobba». Distratto dalla conversazione, Molè sbaglia a effettuare l’inversione di marcia e finisce per entrare proprio all’interno del distributore Agi. Si agita e fa una battuta: «Ho sbagliato pure strada, me ne fotto gli entro qua dentro, è la prima volta che entro nella vita mia, mai entrato nella mia vita! Mai, mai, mai, ti giuro su dio».

«Bisogna fare almeno un omicidio all’anno»

Parlando con uno dei suoi fidati collaboratori, Simone Ficarra, “Roccuccio” rievoca i tempi in cui la cosca era guidata dal padre e spiega «che un giorno sarebbero riusciti a riconquistare il ruolo e il prestigio criminale di un tempo». La sua storia era diventata simbolo di come si potesse cambiare strada e abbandonare il clan per costruirsi una nuova vita. Le parole di Molè, però, sembrano ispirate alle più profonda tradizione ‘ndranghetista. Nel ricordare i “bei tempi” in cui la sua cosca deteneva il potere economico (e non solo), evidenzia che «in quel periodo si commettevano parecchi omicidi e che solo così si poteva mantenere il predominio mafioso sul territorio». «Omicidi cantavano con gli angeli – dice –, ma così si deve fare, almeno uno all’anno te lo devi fare sempre, se no alzano…».

«Non valiamo una lira». «Varremo, varremo»

Ficarra sottolinea che la cosca si era indebolita: «Non valiamo una lira, noi già non valiamo una lira», ma Molè lo rassicura facendogli capire che un giorno si sarebbero ripresi: «Varremo, varremo». Al che l’amico suggerisce che «bisognava fare rumore, nel senso che dovevano come cosca compiere qualche efferato delitto». E, riferendosi a un avversario della cosca, annuncia di aver trovato anche il metodo per ucciderlo: «Ti ho detto di fare rumore… non vuoi a quelli… gli entro là dentro, io l’avevo trovato il metodo, avevo pure trovato a quello che mi dava il motorino». Dialoghi che sanno di Gomorra. (p.petrasso@corrierecal.it)

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