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Sistema Rende, il pressing di D’Ambrosio a Principe. «Lo “portava finito”»

La confessione del collaboratore di giustizia Zaffonte. Che aggiunge: «Mai fatta campagna elettorale a Sandro Principe, solo per Cuzzocrea»

Pubblicato il: 13/12/2021 – 14:49
di Fabio Benincasa
Sistema Rende, il pressing di D’Ambrosio a Principe. «Lo “portava finito”»

COSENZA «Non ho mai avuto rapporti e non ho fatto campagna elettorale per conto di Sandro Principe». Lo precisa più volte Giuseppe Zaffonte, collaboratore di giustizia cosentino, chiamato a testimoniare nell’ambito del processo in corso al Tribunale di Cosenza e scaturito dall’inchiesta “Sistema Rende” sui presunti intrecci tra alcuni politici – tra cui l’ex sindaco – ed esponenti del clan Lanzino-Ruà.

L’esame di Zaffonte

Membro del gruppo Lanzino-Ruà, vicino ai fratelli Di Puppo, Giuseppe Zaffonte si è occupato nella sua carriera criminale di rapine e spaccio di droga. Nel 2014, mentre era detenuto, venne “battezzato” ed entrò ufficialmente nel gruppo criminale cosentino guidato dai Di Puppo. «Li conosco da sempre da quando avevo 16 anni, prima di essere affiliato – precisa Zaffonte – acquistavo da loro della droga, soprattutto cocaina. Circa 400-500 grammi al mese». Il Pm Pierpaolo Bruni, oggi procuratore capo a Paola ma all’epoca pubblico ministero della Dda di Catanzaro che firmò l’inchiesta, inizia l’esame del pentito partendo dalle informazioni in suo possesso sul presunto rapporto esistente tra Adolfo D’Ambrosio (condannato con rito abbreviato a 4 anni e 8 mesi) e Sandro Principe. Di D’Ambrosio aveva avuto già modo di raccontare alcuni fatti a sua conoscenza un altro pentito, Adolfo Foggetti. «Mi confessò di aver ottenuto in gestione il bar dell’area mercatale di Rende. Gli davano i voti e facevano “salire” (termine indicato come sinonimo di eleggere) chi decidevano loro». Sulla figura di D’Ambrosio, il pentito ricorda di malumori all’interno del suo gruppo. «C’erano troppi carcerati da mantenere e servivano soldi, erano tutti seccati dal comportamento di D’Ambrosio per alcuni ammanchi nella bacinella. Non aveva fatto presente alcune operazioni». Il rapporto di quest’ultimo con il denaro, racconta Zaffonte, era praticamente morboso: «quando si trattava di soldi era un “animale”, a Principe lo ha “portato finito”». L’espressione tipicamente cosentina indica l’esercizio di una forte pressione che lo stesso D’Ambrosio avrebbe esercitato nei confronti di Principe chiedendo il pagamento per il presunto sostegno elettorale elargito. «L’onorevole – aggiunge Zaffonte – si lamentò con Di Puppo e Superbo della pressione ricevuta e si era allontanato, non voleva casini». Sulle circostanze richiamate, Zaffonte – sollecitato dalle domande del Pm – non riesce a collocare temporalmente le notizie apprese, ma confessa: «si parlava di dare una mano all’onorevole in occasione delle elezioni, ma è passato tanto tempo e non ricordo con chi ho discusso della cosa». Il pentito aggiunge: «Era notorio che i “grandi” facevano campagna per Principe». Sul perché i “grandi” avessero scelto proprio l’ex sindaco, Zaffonte risponde: «Per questioni economiche, Di Puppo e Lanzino sono stati assunti nelle cooperative». Circostanza emersa anche nel corso della deposizione di Adolfo Foggetti che raccontò di una chiacchierata tra Francesco Patitucci, Rinaldo Gentile e Umberto Di Puppo. «Li sentii parlare di una cooperativa e di come fossero assunti criminali come Ettore Lanzino e forse Michele Di Puppo. Percepivano lo stipendio anche senza andare a lavorare veniva usata anche come strumento per liberarsi della sorveglianza speciale. Venivano assunti perlopiù parenti». Nel controesame, l’avvocato di Sandro Principe, Franco Sammarco, chiede lumi al collaboratore in merito al presunto pagamento che l’ex sindaco di Rende avrebbe fatto a favore di D’Ambrosio. «Non so come e quando gli ha dato i soldi, so solo che la campagna a Principe l’ha fatta lui. Sono cose che ho appreso nel corso di una riunione».

La riunione e il presunto sostegno a Cuzzocrea

Il pubblico ministero si sofferma sul summit, richiamando il verbale dell’interrogatorio reso da Zaffonte il 30 agosto del 2019 e all’interno del quale cita l’organizzazione di una riunione, in un periodo non meglio specificato che va dal 2015 al 2016. E’ lo stesso pentito a sottolineare la sua difficoltà nel collocare temporalmente gli episodi citati: «Ho sempre problemi quando si parla di date, sono passati tanti anni». Al summit, al quale avrebbero partecipato oltre al collaboratore di giustizia – tra gli altri – anche Alberto Superbo, Fabrizio Provenzano, Marco D’Alessandro, non si parlò solo di Principe ma anche «di dare una mano a Cuzzocrea (non indagato) e in cambio ci avrebbero concesso di fare feste all’Università dandoci un chiosco. Ma poi non mi sono più occupato della cosa». Il collaboratore aggiunge di aver partecipato direttamente ad una campagna elettorale (non quella di Sandro Principe) e tira in ballo ancora Cuzzocrea «portato da noi da Mirabelli (non indagato)». «Per lui – continua – abbiamo affisso dei cartelloni per le elezioni ma non ricordo bene il periodo e nemmeno la competizione elettorale ma mi pare di averlo fatto anche per le elezioni universitarie. Non mi occupavo di politica». Sul rapporto con Cuzzocrea, però, Zaffonte insiste e cita un episodio legato ad un controllo effettuato dalla Guardia di Finanza di San Giovanni in Fiore su una vettura da lui guidata senza patente e poi posta sotto sequestro. «All’interno dell’auto avevo i manifesti di Cuzzocrea, alcuni li ho portati via con me quando sono andato via a piedi, altri sono rimasti nella macchina».

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