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Milionari con il reddito di cittadinanza. Quei boss “miracolati” tra Platì, Torino e Crotone

Le segnalazioni della Dda in Piemonte su killer coinvolti nel narcotraffico. Verifiche in Calabria sui clan del Reggino e di Cutro

Pubblicato il: 19/01/2022 – 7:03
Milionari con il reddito di cittadinanza. Quei boss “miracolati” tra Platì, Torino e Crotone

LAMEZIA TERME Una dozzina tra boss di ‘ndrangheta, condannati per omicidi dalle modalità mafiose, eredi di famiglie che, dalla Locride, si sono stabilite al Nord portando con sé affari illeciti e metodi criminali. La Dda di Torino ha acceso i fari su alcune posizioni per lo meno anomale tra quelle dei beneficiari del reddito di cittadinanza in Piemonte. Lo ha raccontato nei giorni scorsi La Stampa di Torino, evidenziando i casi limite.
Uno di essi riguarda un membro del clan Marando, originario di Platì ma con cosche satelliti sia nel Torinese che nel Milanese, destinatario della misura di sostegno nonostante un passato più che controverso. L’uomo, infatti, «figura – scrive La Stampa – tra gli autori gli autori della cosiddetta strage degli Stefanelli, tre morti, uccisi a Volpiano nel giugno del 1997 i cui corpi non sono mai stati trovati». Dopo una condanna a 30 anni è uscito dal carcere ed è finito tra i percettori del Reddito nonostante sia stato «oggetto di una maxi confisca patrimoniale per milioni di euro», soldi derivanti dal narcotraffico internazionale. Ora vive a Roma, ed è lì che la Dda piemontese ha trasmesso gli atti e la denuncia. A Ivrea invece è arrivata invece la segnalazione di un esponente di peso della famiglia Agresta autore di sequestri di persona a Torino «tra cui quello del giovane impresario edile Carlo Bongiovanni, 28 anni all’epoca dei fatti, avvenuto in corso Galileo Ferraris». Lui ha patteggiato una condanna per 416 bis nel processo Minotauro; la sua posizione, come quella di un altro boss, è finita nei controlli che la guardia di finanza ha effettuato sui detenuti del carcere delle Vallette mesi fa.

Il capoclan “sovvenzionato” dallo Stato

Le verifiche dei magistrati antimafia continuano. Anche in Calabria vanno avanti da mesi. E hanno fatto emergere casi limite come quello denunciato dalla guardia di finanza di Catanzaro che ha individuato, nel 2021, quindici persone condannate o in carcere per associazione mafiose. Per tutti la stessa dimenticanza: quella di menzionare i loro guai giudiziari nell’autocertificazione. Storie simili nel Reggino: tra i sussidi anomali vi erano quelli di persone legate ai clan Tegano e Serraino e addirittura stretti congiunti di Roberto Pannunzi, uno dei più potenti broker della cocaina. A San Leonardo di Cutro, invece, il caso è quello di Alfonso Mannolo, boss della cosca sovvenzionato dallo Stato e accusato di associazione mafiosa, traffico di droga, riciclaggio, estorsione e usura nell’operazione “Malapianta”. Assieme al “capo”, c’erano altre sette persone appartenenti alle famiglie vicine alla cosca: tutte con il Reddito di cittadinanza nonostante – secondo l’accusa – conducessero un tenore di vita molto alto, come dimostrato dai numerosi beni di lusso sequestrati al termine dell’operazione dell’antimafia catanzarese.

Il “povero” in Ferrari

Nella Locride, invece, l’operazione “Salasso” si può riassumere nel frame di un video che mostra la Ferrari di uno dei percettori del reddito di cittadinanza denunciati dalla guardia di finanza. Nota a margine degli investigatori: l’uomo è stato destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare domiciliare nell’operazione “Le Mille e una Notte”. Come se non bastasse, due beneficiari risultavano detenuti per il reato di associazione di stampo mafioso dopo l’arresto nel blitz “Canada Connection”. E un intero nucleo famigliare si godeva il bonus nonostante fosse riconducibile a una famiglia di ‘ndrangheta, colpita nella maggior parte dei suoi componenti da una condanna penale definitiva con la conseguente interdizione dai pubblici uffici.

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