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“Gruppo Perri”, storia di un impero nato da un comparaggio di ‘ndrangheta

Nei brogliacci del decreto di sequestro viene ricostruita la vicenda della famiglia di imprenditori. Dal lavoro in bottega alla vendita in proprio di merce rubata. La svolta col battesimo del figli…

Pubblicato il: 23/02/2022 – 17:58
di Alessia Truzzolillo
“Gruppo Perri”, storia di un impero nato da un comparaggio di ‘ndrangheta

LAMEZIA TERME Un patrimonio conquistato con la truffa ma, soprattutto, con la partecipazione delle cosche di ‘ndrangheta di Lamezia Terme.
L’excursus che gli investigatori della Guardia di finanza di Catanzaro hanno ricostruito sulla famiglia degli imprenditori Perri – proprietari, tra l’altro, del centro commerciale “Due Mari” – risale a parecchi decenni addietro e parte dall’attività Antonio Perri, padre dei fratelli Pasqualino, Franco e Marcello Perri, ai quali oggi, su ordine del Tribunale di Catanzaro, sezione misure di prevenzione, è stato sequestrato un patrimonio del valore di oltre 800 milioni di euro. Secondo i giudici «i beni mobili, i beni immobili, le società e il relativo compendio aziendale sopra indicati costituisco il frutto delle attività illecite poste in essere dai rispettivi proposti nel corso degli anni».

Le origini

Le ricostruzioni, coordinate dall’attività della Dda di Catanzaro, sulle attività delittuose che avrebbero dato inizio all’impero dei Perri sui supermercati partono da una bottega di generi alimentari nella quale lavorava Antonio Perri come dipendente. L’uomo – che vedrà la fine dei propri giorni nel 2003, in un agguato di stampo mafioso «commissionato dai vertici della famiglia Torcasio» – già negli anni ’80 si era messo in proprio «vendendo merce soprattutto di provenienza illecita».
Il collaboratore di giustizia Gennaro Pulice ha dichiarato che Antonio Perri era stato «in grado di costruire un impero nelle attività commerciali soltanto grazie agli aiuti delle cosche», prima fra tutte quella del padre dello stesso Pulice insieme al quale si occupava di commerciare materiale alimentare che veniva truffato e poi rivenduto nei suoi esercizi commerciali.
In merito alla figura di Perri senior ci sono anche le dichiarazioni dei collaboratori Rosario Cappello, Giuseppe Giampà e dell’ex collaboratore Giovanni Governa. Tutti fanno riferimento a traffici illeciti di vendita di merce rubata e contraffatta. Il pentito Pasqualino D’Elia aggiunge di avere conosciuto Perri negli anni 1984/1985 «periodo in cui egli stesso, in prima persona, gli aveva venduto merce truffata poiché pagata con assegni a vuoto».
Il casellario giudiziale di Antonio Perri parte dal 1957 (una falsa testimonianza) e arriva al 1996 (acquisto di cose di sospetta provenienza). In mezzo ci sono condanne per porto abusivo di armi e per ricettazione. Gli investigatori fanno anche un lungo elenco dei precedenti di polizia. Nel 1977 i carabinieri lo descrivono «come soggetto di pessima condotta morale e civile, ritenuto capace di commettere qualsiasi delitto pur di assicurarsi illeciti profitti. Soggetto temuto in pubblico a causa della pericolosità sociale dello stesso. Soggetto che vive di espedienti e in particolar modo di taglieggiamenti. Infine, viene descritto come soggetto facente parte della cosca mafiosa capeggiata da Antonio De Sensi».
Nel 1987 il commissariato di Lamezia Terme manda una comunicazione alla Questura di Catanzaro nella quale «Antonio Perri veniva definito soggetto estremamente pericoloso per la sicurezza pubblica sia perché proclive a commettere gravissimi delitti contro il patrimonio e sia perché elemento capace di azioni delittuose. Veniva definito obiettivo e senza scrupoli, che pur di fare denari compiva ogni attività illecita e lucrosa. Facente parte della malavita organizzata nicastrese che faceva capo al noto boss Luciano Mercuri, ucciso in un regolamento di conti, per poi passare a quello guidato dal pericolosissimo pluripregiudicato Antonio De Sensi, anch’egli morto in un agguato nell’anno 1984. Successivamente aveva intrecciato rapporti con Umberto Egidio Muraca e altri noti esponenti mafiosi del Lametino e con altri personaggi della ‘ndrangheta Regina e Cosentina. Lo stesso aveva sempre vissuto ai margini della società prima spacciando soldi contraffatti, poi dedicandosi al contrabbando e altre attività delittuose».

Il legame con i Cannizzaro e poi gli Iannazzo di Sambiase

Secondo le indagini, un rapporto di comparaggio univa Antonio Perri con Giuseppe Cannizzaro al quale Perri aveva battezzato il figlio Francesco. «La vicinanza con i Cannizzaro consentiva al Perri di accrescere il proprio patrimonio ma comportava che il Perri fosse malvisto dai Torcasio, che avevano individuato Perri come una vittima di estorsione», è scritto nei brogliacci del decreto di sequestro.
Il collaboratore di giustizia Pietro Paolo Stranges (sposato con Giuseppina Cannizzaro, figlia del fratello di Cannizzaro Giuseppe) raccontava di un episodio in cui Antonio Perri si rivolgeva a Giuseppe Cannizzaro per via di un tentativo di estorsione che stava subendo a Decollatura, laddove aveva un supermercato di sua proprietà: a seguito di questa richiesta estorsiva, grazie ad un intervento diretto del Cannizzaro, Perri non fu più costretto a pagare alcuna estorsione.
A seguito dell’uccisione di Giuseppe Cannizzaro, Antonio Perri decise di avvicinarsi alla cosca Iannazzo: nei primi anni 2000 Perri senior stava avviando la realizzazione del Centro commerciale “Due Mari” collocato, territorialmente, nella sfera di influenza del clan Iannazzo.

I rapporti con gli Iannazzo portati avanti dagli eredi

Secondo quando rilevano le indagini, il patrimonio de Perri sarebbe stato accumulato illecitamente «e poi trasmesso, per via ereditaria, ai figli». Da quanto emerge, in particolare dall’inchiesta Andromeda, il cui processo con rito ordinario ancora si trascina davanti al Tribunale di Lamezia Terme, Francesco Perri (detto Franco), imputato nel procedimento con l’accusa di concorso esterno, ricoprirebbe «il ruolo di vero e proprio dominus intorno al quale ruotano tutte le attività commerciali del gruppo Perri (ossia tutte quelle di proprietà sua, della madre e degli altri due fratelli) e che lo stesso rappresenta l’imprenditore di riferimento della cosca Iannazzo, avendo creato con la stessa un rapporto cosiddetto sinallagmatico caratterizzato da reciproci vantaggi».
I benefici di questo rapporto, per la cosca Iannazzo, che garantiva protezione alle attività commerciali del cosiddetto “gruppo Perri” «non scaturiscono da un’operazione di imposizione con metodi mafiosi, bensì dall’instaurazione di un legame a prestazioni corrispettive», scrivono i magistrati. Nelle aziende del gruppo Perri sarebbero stati collocati fornitori e dipendenti vicini alla cosca. Le imprese edili direttamente o indirettamente riconducibili alla cosca Iannazzo ottenevano lucrosi lavori. Le iniziative imprenditoriali concorrenti venivano osteggiate.
Per quanto attiene alla pericolosità sociale dei fratelli di Francesco Perri, Marcello e Pasqualino, secondo i giudici «la lettura della proposta di misura di prevenzione, personale e patrimoniale, in atti consente di evincere come le attività dagli stessi gestite fossero, in verità, etero-dirette dal fratello Francesco, secondo le direttive e con modalità e finalità concertate con gli esponenti apicali della cosca Iannazzo». (a.truzzolillo@corrierecal.it)

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