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L’inferno delle braccianti. «In Calabria chi rifiuta le prestazioni sessuali perde il lavoro» – VIDEO

Straniere e sfruttate, senza alternativa all’abuso e con mariti che si alleano al caporale. Il dramma nei racconti delle lavoratrici

Pubblicato il: 28/04/2022 – 13:14
L’inferno delle braccianti. «In Calabria chi rifiuta le prestazioni sessuali perde il lavoro» – VIDEO

CATANZARO Spesso non hanno nessuno a cui rivolgersi se non il caporale stesso che le sfrutta e le molesta. Sono donne, sono straniere e vivono l’abuso come una condizione dalla quale non è possibile affrancarsi perché «la società non ti dà scelta». ActionAid stila un report sulle donne che in Italia lavorano in nero nei campi sopperendo alla mancanza di dati ufficiali (trattandosi di un fenomeno illegale) con le testimonianze dirette di braccianti, operatrici, ricercatori, psicologhe, sindacaliste che descrivono le molestie come parte integrante della vita lavorativa delle raccoglitrici. La forza lavoro agricola si concentra al Sud (37%) e ad emergere nella ricerca è la situazione critica che vivono le donne nell’Arco jonico, l’area che comprende le provincie di Matera, Taranto e Cosenza.

«In Calabria c’è più omertà e paura»

Cosa succede alle donne che denunciano? Il primo rischio è finire nelle “liste nere”. «I caporali si telefonano l’uno con l’altro per segnalare le piantagrane – dichiara Maurizio Alfano, un ricercatore dell’Arco jonico calabrese. C’è uno scambio di manodopera e quindi di informazioni. Il sistema è sofisticato: è come se fossimo di fronte a un ufficio di collocamento totalmente irregolare e criminoso, in grado di gestire la manovalanza non soltanto nell’area ma anche fuori. Ad esempio, quando finisce la stagione dei mandaranci e inizia la semina delle fragole, i caporali organizzano i trasporti fino alla Basilicata. Vengono preferite le donne perché sono più prostrate e obbligate a sopportare con rassegnazione». Alfano continua il suo racconto concentrandosi sul contesto calabrese, mostrando come la cultura dei territori può influire alimentando fenomeni come lo sfruttamento e la sopraffazione: «In quanto alle molestie sessuali, qui ci sono situazioni di omertà ancora più radicate rispetto ad altri territori. Le donne non denunciano perché hanno paura di ritorsioni a vari livelli. Qualcuna si vede sottrarre i documenti. Altre ricevono minacce contro i familiari rimasti in Romania o in Bulgaria. Chi continua a lavorare è piena di cicatrici e di ferite nell’animo: c’è un carico eccessivo da sopportare». A dare la sua testimonianza sulla presenza del fenomeno nella nostra regione anche Simonetta Bonadies, psicologa e collaboratrice di ActionAid in Calabria. «Quando non sono aggressioni – dice Bonadies – sono comunque avances e minacce. Se pensiamo alla violenza come a una rete, quindi a un sistema fatto di violazioni di diritti e di soprusi, tutte le donne con cui ho parlato hanno subito la minaccia di perdere il posto se non si prestavano sessualmente».

«Ho denunciato, ma molte restano zitte perché non conoscono i loro diritti»

«Io ho denunciato, non ho paura», racconta Zorina, leader di ActionAid in Calabria. È originaria della Bulgaria e fa la stagionale da molti anni. «E lo sai come funziona? Le forze dell’ordine ti chiedono di aspettare perché nella zona si conoscono tutti. Chiamano il proprietario dell’azienda e cercano una soluzione informale, una compensazione economica». Zorina continua: «Stare nei campi mina l’autostima, ci si sente sparire perché si viene considerate degli oggetti. Le donne non parlano con nessuno di ciò che succede e pensano che il sistema in cui si trovano sia normale. I caporali stessi impongono di andare col datore di lavoro, l’ho visto con i miei occhi e succede ancora oggi. Lo sanno tutti, però fanno finta di niente e tacciono. Il problema delle molestie è che le lavoratrici non se le aspettano, non conoscono i loro diritti, non ricevono informazioni adeguate e così restano zitte».

La mappa dello sfruttamento femminile nei campi

«Spesso i mariti si alleano col caporale»

A spiegare la fenomenologia dello sfruttamento c’è anche Adriana, rumena di origine, che è stata operaia agricola in Calabria prima di diventare colf e leader di ActionAid. «Le braccianti che subiscono di più queste violenze fisiche, verbali e psicologiche sono quelle che non conoscono la lingua, che abitano proprio nei campi, e che magari crescono dei bambini da sole, o chi ha un marito che diventa complice dei datori di lavoro». Adriana fa il quadro delle donne più fragili e punta il dito contro l’attuale modello di società: «La società marginalizza la donna sfruttata che così diventa più debole e soggiogata al caporale, questo comporta per lei anche una perdita di identità morale e culturale e l’abuso diventa un’abitudine perché non c’è un’altra scelta». E poi racconta la sua esperienza: «Pulire case è un’occupazione migliore di altre. Sono stata abbastanza nell’agricoltura per rendermi conto di quanto sia difficile, come ambiente. Con il mio carattere sempre ribelle faticavo a resistere e così ho rinunciato».

La video intervista ad Adriana

I bambini delle braccianti negli asili nido irregolari

«Uno dei problemi di cui non si parla è quello della maternità – prosegue la testimonianza di Adriana – la gestione dei figli è davvero difficile per le lavoratrici agricole» dice, alzando le spalle e scuotendo la testa. «Quando la campagna inizia presto, alle due o alle tre di notte, prendono i bambini addormentati e, se non hanno familiari di riferimento, li portano a casa di estranee che ne accudiscono cinque, sei, o dieci nelle loro case. Li tengono fino a quando le madri non tornano a prenderli, il pomeriggio. Mandarli all’asilo non è possibile, l’orario non lo permette». In Calabria esistono gli “asili nido irregolari”, servizi a pagamento, in nero, con personale senza alcuna formazione che si occupa dei piccoli fino all’arrivo dei genitori. E qualcuna si porta i figli nelle serre, facendoli dormire in “cassette” di legno. «Tanto a chi interessa dove lasciamo i nostri bambini?» chiede Adriana. «A nessuno. Non importa se li facciamo restare nei nostri paesi di origine, affidandoli ai nonni o agli zii. Non conta se ci mancano, se non li vediamo per mesi. Le braccianti sono invisibili, sono solo dei numeri. A volte – conclude – devono anche rinunciare al loro nome se è difficile da pronunciare e così per potere avere un impiego, ne trovano un altro, più facile per gli italiani».

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La cittadella della Condivisione a Corigliano-Rossano: un luogo per le donne invisibili

Grazie alla collaborazione delle leader locali, a Corigliano-Rossano Calabro è stata creata la Cittadella della condivisione, tre locali adibiti a sportelli di consulenza, con diverse figure professionali. «La Cittadella della condivisione serve per migliorare la nostra vita. Finalmente le donne non sono più invisibili e c’è un luogo dove possono essere ascoltate. Qui vengono a chiedere consulenza per questioni burocratiche, mediche, psicologiche e c’è la referente di un centro antiviolenza» spiega Viola. È originaria dell’Ucraina e vive in Italia da una ventina d’anni. Parla russo, ucraino, ungherese, bulgaro, polacco e italiano. È diventata una leader per ActionAid dopo avere lavorato nei campi e collaborato con associazioni e col sindacato. «Sono arrivata in Italia per turismo, ero venuta a trovare un’amica. Per curiosità ho fatto la raccolta degli agrumi in Calabria e sono rimasta perché ho incontrato mio marito». Per Viola è importante che le donne si sostengano tra di loro: «Devono avere coraggio, bisogna lottare. Io sono fiduciosa, c’è speranza per tutte, però occorre essere unite perché da sole non si fa niente».

Il progetto “Cambia Terra” a sostegno delle donne

«Dal 2016 ActionAid implementa nel Sud Italia il programma Cambia Terra – si legge nel report – che si pone come obiettivo l’avanzamento dei diritti delle donne impiegate in agricoltura attraverso l’empowerment delle lavoratrici e la co-progettazione di servizi di welfare comunitario sensibili ai loro bisogni. Avviato inizialmente in Puglia nei Comuni di Bari, Adelfia, Noicattaro e Rutigliano, il programma ha allargato nel tempo il suo focus geografico e attualmente si concentra nell’area dell’Arco ionico, a cavallo tra tre regioni: Puglia, Basilicata e Calabria. Il programma si caratterizza per un approccio multidimensionale e trasformativo in risposta alle molteplici forme di violazione dei diritti umani delle donne lavoratrici, fondato sul protagonismo delle operaie agricole e l’aumento della consapevolezza dei loro diritti, e sulla costruzione di risposte sostenibili ai loro bisogni, attraverso forme di collaborazione e di responsabilità condivisa a livello comunitario.
La complessità del problema dello sfruttamento comporta infatti un’analisi profonda dei bisogni di tutti gli attori, poiché solo partendo da risposte alle istanze delle varie forze in campo si potrà arrivare a un avanzamento nella tutela delle condizioni di vita e lavoro di lavoratori e, soprattutto, lavoratrici. Per questo Cambia Terra non focalizza il suo approccio sulla mera denuncia di violazioni di diritti, bensì sulla costruzione di servizi e interventi capaci di rispondere ai bisogni di welfare delle operaie agricole. Tale strategia è costruita per rispondere innanzitutto ai bisogni delle donne, ma di fatto va incontro anche alle esigenze di istituzioni locali, spesso dotate di risorse umane e economiche limitate per far fronte a bisogni sociali crescenti, e di aziende».

Gli interventi previsti dal Pnrr

Nell’ambito dei Piani Urbani Integrati, il Pnrr ha destinato 200 milioni per il recupero di soluzioni di alloggio dignitoso per chi lavora nel settore agricolo in particolar modo in Puglia, Sicilia, Calabria e Campania. Il riparto delle risorse – conclude il report di ActionAid – si è basato sulle evidenze emerse dalla mappatura realizzata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in collaborazione con Anci, che ha coinvolto 3.800 Comuni». (a. col.)

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