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‘Ndrangheta, un vibonese e un bancario in affari con il clan di Roma. «Che non lo facciamo entrare il direttore?»

Dalle carte dell’inchiesta, le vicende di Lino Valente, a Roma dagli anni 90 e in affari con il boss Vincenzo Alvaro. «Per me non è un fratello, è qualcosa che va oltre»

Pubblicato il: 14/05/2022 – 7:04
di Giorgio Curcio
‘Ndrangheta, un vibonese e un bancario in affari con il clan di Roma. «Che non lo facciamo entrare il direttore?»

ROMA Per gli inquirenti è «formalmente appartenente alla ‘ndrangheta», organicamente inserito nel locale di Roma nonché persona di fiducia del boss Vincenzo Alvaro, a disposizione del quale ha messo anche le sue conoscenze per consentirgli di realizzare nuovi investimenti, anche attraverso un dirigente della filiale di BPM di Roma. Lo riporta nero su bianco il gip, Gaspare Sturzo, nell’ordinanza che ha portato all’arresto di 43 persone nel corso dell’operazione “Propaggine” contro il locale di ‘ndrangheta attivo nella Capitale.

Lino, quello del ristorante

Quello di Pasquale Valente, finito in carcere, soggetto originario di Vibo Valentia e con alle spalle delitti legati al narcotraffico, trasferitosi a Roma dagli inizi degli anni ’90, è un profilo di particolare rilievo per gli investigatori al carico del quale sono riusciti ad acquisire molti elementi. «Vincenzo, mi segui – dice Valente in una convresazione finita agli atti – che per me non è un fratello te l’ho detto, è qualcosa che va oltre». Fortissimo, ad esempio, il legame con il boss Vincenzo Alvaro grazie al quale sarebbe riuscito ad acquistare un noto ristorante di Roma. Di lui parla in una intercettazione Francesco Calò insieme all’altro boss della locale romana, Antonio Carzo: «Lino, quello del ristorante…che è brutto forte (…) glielo fece comprare Vincenzo… glielo ha fatto prendere Vincenzo, intascava sopra i tremila euro di…pure qualcosina in più di incasso giornaliero».

Lino e la dote di “Santa”

La figura di Pasquale Valente era anche di un certo livello all’interno della ‘ndrangheta, grazie alla dote di “Santa” che gli era stata attribuita. Circostanza emersa in un’altra intercettazione captata dagli inquirenti il 15 aprile del 2018. «Lino? L’alieno (…) ha la santa, gliel’abbiamo data ora (…) gli è bastata». Particolari, poi, i soprannomi affibbiati a Pasquale Valente: oltre a “Lino”, era noto anche come “Cagnolino” e “l’Alieno”.
C’è poi la “mangiata” del 15 ottobre 2017, quella organizzata dal locale romano di ‘ndrangheta in un’abitazione nella disponibilità di un altro soggetto considerato intraneo, Giulio Versace. Per gli investigatori della Dia Valente non sarebbe riuscito a prenderne parte ma solo a causa di impegni pregressi. Ma le indagini, realizzate attraverso le rilevazioni GPS, hanno consentito di accertare che il giorno precedente alla mangiata, sia Antonio che il figlio Domenico Carzo avevano fatto una serie di “visite” funzionali alla mangiata del giorno dopo tra cui, a fine serata, anche nel locale di Valente.

Il direttore di filiale negli affari del clan

Lino Valente, sostengono gli inquirenti, dal 2001 in poi aveva messo a disposizione di Vincenzo Alvaro tutte le sue conoscenze maturate nella Capitale sin dal suo arrivo, poco più di dieci anni prima. Contatti funzionali alle attività e ai progetti futuri, soprattutto direttori di banca. Uno in particolare, Fabio Marsili, finito agli arresti domiciliari, direttore della filiale della Banca Popolare di Milano di Roma. Per gli investigatori Marsili era perfettamente a conoscenza della caratura ‘ndranghetista di Vincenzo Alvaro, cosa del resto nota a tutti gli operatori qualificati del settore bancario, quanto all’onere di valutare la clientela anche per le norme anti riciclaggio, e soprattutto quanto alla rilevanza nazionale ed internazionale che aveva avuto la vicenda “Café de Paris”, per la quale proprio Alvaro era stato tratto in arresto nel 2011 e condannato assieme a molti dei suoi familiari (in primo grado) nel 2014 per intestazione fittizia aggravata dall’agevolazione mafiosa. Cio nonostante, Marsili gli aveva permesso di aprire conti correnti bancari per tre società, ZIO MELO s.r.l., CALA ROMA s.r.l. e STATION FOOD s.r.l..

«Il direttore vuole entrare in società con noi»

Poi, fedeli alla frase «chi porta sostanza è sempre ben accetto», Valente preannuncia a Marco Pomponio che il direttore Marsili si era detto intenzionato di entrare in società con loro: «(…) dice che vuole entrare in società con noi pure il direttore (…) minimo minimo un venticinque percento, se li volete, sarei contento che mi piacete». È l’uomo di fiducia del clan, Marco Pomponio (finito anche lui in carcere) a comunicarlo al boss Vincenzo Alvaro: «(…) il direttore gli ha detto se c’abbiamo spazio anche per lui….vuole entrare anche lui nel giro dei locali…e queste cose qua», ed entrambi valutavano tale possibilità con entusiasmo considerata l’importanza strategica rappresentata dal fatto di poter fare affidamento su un direttore di banca “amico”. «Che non lo facciamo entrare!? Basta che ci finanzia!».

Le indagini svelate dei “piani alti”

I rapporti tra Valente e Marsili era stretti al punto che – così come risultato dalle indagini – quest’ultimo gli aveva anche comunicato l’esistenza di una indagine grossa che riguardava anche Valente, di cui era venuto a conoscenza “dai piani alti della Banca”, in conseguenza della richiesta di accertamenti bancari effettuati sul suo conto da parte di organi di polizia. L’11 maggio del 2018, poi, il direttore informa ancora Valente in merito ad un pignoramento disposto dal Tribunale di Roma sulla società “Ottavo Colle” (e quindi anche sul conto corrente intestato alla stessa) su richiesta di una società di fornitura di energia elettrica, per un ammontare di 7.251 euro. Il direttore Marsili prima fornisce a Lino Valente alcune importanti e riservate informazioni che avrebbero dovuto, secondo i suoi intenti, scongiurare un prelevamento coatto di somme di denaro dal conto pignorato, poi lo esortava a raggiungerlo in Banca per parlare di persona. Qualche giorno dopo, così come riportato nell’ordinanza del gip, nonostante i numerosi incontri di persona, Fabio Marsili anche telefonicamente riferiva a Lino Valente le modalità con cui avrebbe dovuto gestire il conto corrente della società ormai pignorato, soprattutto riguardo ai versamenti di assegni o denaro, specificando che l’importo versato «non avrebbe dovuto superare la soglia del fido concesso dalla banca», in quanto qualsiasi importo superiore al fido bancario, per legge non pignorabile, «sarebbe stato bloccato e successivamente incamerato dal richiedente».
Insomma, un rapporto strettissimo tra il direttore e Lino Valente, estremamente funzionale alle attività non solo personali ma che, di fatto, riguardavano l’intero locale di ‘ndrangheta a Roma e i rapporti con il boss, Vincenzo Alvaro. (redazione@corrierecal.it)

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