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la riflessione

«La maledizione di essere Pasolini»

L’influenza che ha avuto nel pensiero contemporaneo si è vista dall’eco dei suoi successi internazionali ma è ancora ostata dalla negletta abitudine italiana alla rimozione

Pubblicato il: 21/06/2022 – 10:58
di Mario Campanella*
«La maledizione di essere Pasolini»

Di recente un caro amico mi ha confidato che il figlio, maturando al liceo classico, non conosce Pasolini e non lo ha mai studiato. Nemmeno la ricorrenza del centesimo anniversario della nascita, che potrebbe far scaturire coincidenze astrali con le tracce dello scritto, ha smosso l’inedia di docenti e addetti ai lavori per organizzare una celebrazione che facesse conoscere alle nuove generazioni la grandezza di questo intellettuale atipico. Forse è la maledizione che si porta dietro, sin dagli anni di una giovinezza travagliata, dalla suburra in cui lo costrinse la sua Chiesa, il PCI, per un’ omosessualità che sfidava l’ortodossia del rito, sino al degradante finale di Ostia, ad avere caratterizzato come un marchio la sua vita. Ci sono  stati molti docenti diligenti che hanno inserito Pasolini nel programma ma anche in occasione del centenario il Ministero non ha attivato quella moral suasion per incentivare lo studio di questo poliedrico genio italico, poeta, scrittore, saggista, regista. Dei resto, Pasolini è un incomodo, attualissimo profeta. Incomodo per la sua totale impossibilità al compromesso, lacerante e ossimorica  in una società dove regna l’apparenza. Profetico, perché la sua didascalia di vita sul trionfo del consumo è della primazia del mercato ha trovato nell’era dei social l’espressione più diffusa. Eppure sarebbe bello porgere ai ragazzi la poetica dell’essenza, la preziosità della naturalezza, l’esaltazione della bellezza come antidoto alla supremazia dell’oggetto e del materialismo, la religiosità della sua arte come segno di recupero di una memoria collettiva, il legame tra vecchi e giovani, la differenza qualitativa tra il mondo rurale e la desertificazione dovuta all’industrializzazione. Pasolini è il cantore dei rispetto etico, ma anche il lucido osservatore di una transizione drammatica tra le contrapposizioni dell’essere e dell’avere. Quale magnifica lezione di giornalismo si potrebbe fare ponendo ai discenti di oggi la sua pubblicistica di fondo, traducibile negli scritti corsari? L’influenza che ha avuto nel pensiero contemporaneo si è vista dall’eco dei suoi successi internazionali ma è ancora ostata dalla negletta abitudine italiana alla rimozione. È scandaloso, forse, il rifiuto che egli manifesta sulla civiltà dei consumi, penetrata inesorabilmente proprio nei contesti pedagogici. Ci vorrà probabilmente un altro secolo per illuminare le bacheche scolastiche che ancora oggi tacciono sull’intellettuale scomodo ed emancipato che ha rivoluzionato l’arte del linguaggio, segnando un punto indelebile sulla strada del futuro.

*Giornalista 

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