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vite di mafia

«Voglio una vita normale». Nel 2014 la lettera di Riccardo Cordì, oggi le accuse della Dda. «È un giovane boss»

Dal percorso di riabilitazione al ritorno a Locri e a una «vita segnata». Per il gip avrebbe «strumentalizzato la sua storia» per guidare il clan. Quando a nove anni diceva «è tempo di uccidere»

Pubblicato il: 07/07/2022 – 16:27
di Pablo Petrasso
«Voglio una vita normale». Nel 2014 la lettera di Riccardo Cordì, oggi le accuse della Dda. «È un giovane boss»

LOCRI «Caro direttore, sono un ragazzo di Calabria, provengo da Locri e mi chiamo Riccardo Cordì. Di me hanno scritto in molti, anche se non hanno mai fatto il mio vero nome. È capitato che scrivessero cose sbagliate: certo non era la loro storia, è la mia. Ora ho deciso di raccontarla». L’8 maggio 2014 il Corriere della Sera pubblica una lettera di Riccardo Francesco Cordì. Uno dei “figli di ‘ndrangheta” allontanati dalla loro terra per intraprendere un percorso di riabilitazione. Arrestato dai carabinieri di Locri per furto e danneggiamento di un’auto della Polizia ferroviaria, viene assolto con formula piena, «ma nel frattempo era arrivata un’altra denuncia per rissa». Così il Tribunale di Reggio decide di allontanarlo da Locri per un anno. «È iniziato il mio viaggio – racconta Cordì –. Sono arrivato in Sicilia. All’inizio non è stato per niente facile, ero solo e lontano da casa. Tutto è cambiato quando mi hanno trasferito a Messina dove ho cominciato a vedere uno dei volontari di Addiopizzo Messina: uno psicologo, un ragazzo che mi ha accompagnato alla scoperta di una vita nuova. Nel periodo che ho trascorso a Messina infatti ho fatto cose, conosciuto persone, ho vissuto luoghi che non avevo mai visto. Una mattina, insieme a quel ragazzo, sono andato a vedere il mare. Si vedeva la Calabria, la mia terra. Stavolta però la guardavo da un’altra prospettiva: la osservavo da un altro luogo, ma ero io ad essere diverso».
Cordì racconta il proprio percorso di redenzione. E una scelta: «Ho deciso che la mia vita deve essere diversa. Voglio ritornare a Locri, ma non voglio più avere problemi con la giustizia. Non perché non mi conviene, ma anche perché voglio vivere sereno. Voglio essere pulito». Lo Stato, per il giovane Cordì, non è più quello «che ti portava via da casa». 
«Ero piccolissimo quando mio padre è stato ucciso, ho visto i miei fratelli finire in carcere. Per me vorrei un futuro diverso». In quella lettera c’era un auspicio che, otto anni dopo, pare spezzato dalle accuse formulate dalla Dda di Reggio Calabria.

«Cordì detentore ed esecutore delle regole della ‘ndrangheta»

I magistrati parlano, per Cordì, di «piena partecipazione al sodalizio mafioso». Seppur giovane, «viene riconosciuto dai vertici della famiglia Cordì e da altri appartenenti a sodalizi criminali ‘ndranghetistici come» un personaggio «capace di dirimere i contrasti interni al sodalizio o quelli che potevano insorgere con altri esponenti di diverse famiglie mafiose». Quel ragazzo che sognava un futuro diverso sarebbe divento un giovane capo che «non si esime dall’affermare il suo personale carisma criminale mafioso», come quando «tratta la risoluzione del pagamento di “debiti” dei sodali» o «pretende la restituzione di “crediti” dagli stessi vantati nelle loro relazioni affaristico-criminali». Cordì avrebbe goduto «degli appoggi criminali dei sodali, eseguendo anche atti intimidatori, su ordine dei vertici del sodalizio, nei confronti di soggetti appartenenti a diverse consorterie». 
Le parole indirizzate alla stampa nel 2014 assumono, otto anni dopo, un suono sinistro: «Quello Stato che prima era così lontano mi sta dando diverse possibilità. Ora posso scegliere cosa fare da grande. Posso scegliere che lavoro fare, in che città vivere. Posso puntare in alto. Non so se ce la farò, ma ci proverò».  Secondo l’accusa quella prova sarebbe fallita con il ritorno a Locri e il reinserimento nelle solite dinamiche criminali. Riccardo Cordì sarebbe «detentore e obbediente esecutore delle regole non scritte della ‘ndrangheta nelle relazioni interne ed esterne con i “cristiani”, ovvero con tutti coloro che sono stabilmente inseriti nella complessiva organizzazione ‘ndranghetistica». 

Quando a nove anni diceva «è tempo di uccidere»

Il gip Antonino Foti ricorda la storia del giovane Cordì. Il suo allontanamento dalla famiglia di origine e dalla Calabria nel 2011. Il contesto in cui è «nato e cresciuto». Cioè «nel periodo di maggior recrudescenza della faida con i Cataldo». C’è un passaggio dell’informativa “Operazione Lampo” che il giudice considera «emblematico per comprendere il contesto familiare». In quelle pagine, che risalgono al 2005, viene riportato il contenuto di una intercettazione: Riccardo Francesco Cordì, «all’età di soli nove anni (con tutta l’ingenuità di un bambino che non conosce il pericolo delle intercettazioni telefoniche) telefona al fratello maggiore Antonio per ricordagli, in maniera ossessiva, i suoi doveri e lo stato di guerra familiare (“È tempo di uccidere”). Al contempo, lasciandogli ossessivamente nella segreteria telefonica messaggi di analogo tenore, lo incitava ripetutamente, con tono basso e grave, a uccidere (“Puoi uccidere”). Anche alla presenza della madre, il piccolo Riccardo Francesco continuava a ripetere in maniera ossessiva la frase “è tempo di uccidere”». Suo padre Cosimo era stato ucciso qualche anno prima. Tra il maggio e il giugno del 2005, «nei quattro mesi precedenti all’intercettazione», si verificavano gli omicidi di Salvatore Cordì, u cinisi, e di Guido Brusaferri, cugini di Riccardo Francesco Cordì. 

L’allontanamento dalla Calabria. E i dubbi sulla «rassegnazione a una vita segnata»

È per allontanare il piccolo da quel contesto che il Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria firma un provvedimento senza precedenti in Italia. Eppure, «nonostante gli enormi sforzi istituzionali profusi per sottrarre Cordì alle dinamiche del suo territorio di origine», gli atti dell’inchiesta “New Generation”, «dimostrano come lo stesso abbia strumentalizzato la sua particolare storia personale per fare rientro a Locri con un maggiore peso criminale e per organizzare un proprio gruppo dedito al traffico di stupefacenti e altri reati». È la stessa Comunità ministeriale di Reggio Calabria, in una relazione del 2012, a manifestare da parte del giovanissimo Cordì «una certa rassegnazione a una vita segnata» e a un «destino ineluttabile». Per gli inquirenti la lettera al Corriere della Sera è «la strumentalizzazione della sua particolarissima storia per acquisire il comando di quella che è chiaramente la nuova generazione della criminalità organizzata a Locri». Una conclusione tranciante. Che pare una risposta alla domanda che lo stesso Cordì si poneva nel testo pubblicato dal Corsera: «La strada è ancora in salita. Ma non è vero che il lieto fine è solo un’illusione. Può essere realtà?». Oggi quella realtà descrive di un giovane boss in ascesa, con uno sguardo molto diverso da quello che gli permetteva, da Messina, di guardare alla sua terra come al luogo di una nuova speranza. (p.petrasso@corrierecal.it

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