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vite di mafia

Il rifugio condiviso con i latitanti e le imbasciate per il politico. Storia di un imprenditore legato a due clan

Il ruolo di Mallamace nelle cosche Anello e Bonavota. I progetti economici del boss e la contesa mafiosa per il centro commerciale dell’Angitola

Pubblicato il: 11/08/2022 – 7:05
di Pablo Petrasso
Il rifugio condiviso con i latitanti e le imbasciate per il politico. Storia di un imprenditore legato a due clan

LAMEZIA TERME «Rocco Anello decideva chi, nel suo territorio, dovesse occuparsi dei tagli boschivi. Per quanto concerne i tagli dai privati il monopolista era tale Francesco Mallamace di Vibo Valentia». Il pentito Francesco Michienzi è uno dei primi a parlare del ruolo dell’imprenditore – condannato a 10 anni e 8 mesi di reclusione al termine del rito abbreviato del processo Imponimento – nel contesto della cosca Anello. Il collaboratore, in un verbale del febbraio 2018, descrive Mallamace non soltanto come un imprenditore vicino al clan, ma proprio come un esponente della consorteria mafiosa. «Ricordo – racconta nell’atto riportato nelle motivazioni della sentenza – che allorché Rocco era detenuto per l’operazione Prima, Mallamace mi portò un bigliettino vergato da Rocco Anello. Nel bigliettino c’era scritto che dovevamo rispettare Francesco Mallamace e dovevamo dare conto di tutto ciò che facevamo al figlio di Rocco, Francescantonio. Portando a me e a Vincenzino Fruci (altro membro di spicco della ‘ndrina, ndr) questo bigliettino, Mallamace era legittimato a richiederci di allontanare dal territorio della cosca Anello l’impresa Ardimentoso Legnami che stava tagliando nella zona ex Sir di contrada Palazzo sulla statale 18, alle spalle dell’aeroporto lametino».

L’imprenditore e il lato oscuro della ‘ndrangheta

«Tanto per dirvi il peso di Francesco Mallamace – dice ancora il pentito – considerate che dopo la detenzione di Rocco Anello e di suo fratello Tommaso per i fatti dell’operazione Prima è stato sempre presente alle riunioni che facevamo con i Bonavota, ad esempio per gestire le estorsioni ai villaggi turistici della zona». Ben oltre la zona grigia: è nel lato oscuro della ‘ndrangheta che, secondo il gup, Mallamace avrebbe piantato radici e attività economiche.
Il pentito Andrea Mantella lo indica come «imprenditore di riferimento della cosca Anello-Fruci per il settore edile, essendo peraltro socio del figlio del capocosca» e anche come «soggetto che rivolgeva agli imprenditori le richieste estorsive per conto del sodalizio». Mantella fa riferimento, in particolare, a un episodio «in cui Mallamace aveva sparato – mancandolo – al figlio» di un altro imprenditore nel settore del legname «per contrasti nell’aggiudicazione degli appalti, ma la vittima non aveva sporto denuncia soltanto per l’intervento degli Anello». Ancora, Mantella ha rivelato «che tramite Mallamace, gli Anello-Fruci aspiravano al controllo del settore boschivo».

«Mallamace punto di contatto tra i clan Anello e Bonavota»

PENTITO | Andrea Mantella

C’è un altro aspetto nel profilo dell’imprenditore tracciato dal gup nella sentenza. Per i pentiti, infatti, Mallamace avrebbe fatto da «latore di messaggi tra gli Anello e i Bonavota». In questo senso, l’imprenditore avrebbe avuto un ruolo ancor più delicato, visto che i territori di riferimento dei due clan sono confinanti e, in questi casi, rapporti ed equilibri possono spesso degenerare in contrasti sanguinosi. Il racconto di Mantella riferisce di un incontro in cui Rocco Anello si sarebbe rivolto «al sindaco dell’epoca di Pizzo, Francescantonio Stillitani (successivamente assessore regione, anch’egli imputato nel processo con il rito ordinario, ndr), che stava realizzando un centro commerciale sotto il ponte dell’Angitola». In quella occasione il boss di Filadelfia avrebbe detto al politico «che per i lavori doveva rendere conto a lui e, a mo’ di minaccia, aggiunse che i colpi di fucile gli sarebbero arrivati prima da Filadelfia e solo dopo da Limbadi», riferimento all’interesse preponderante della sua cosca sull’area rispetto a quello dei Mancuso. «Per quei lavori – riferisce sempre Mantella – so che Anello era interessato a che venissero affidati a tale Mallamace che so essere probabilmente socio di suo figlio nell’impresa edile, a quei tempi. Peraltro, la presenza di Mallamace nel cantiere ho avuto modo di verificarla io personalmente».

La sparatoria e il rifugio condiviso con i latitanti Mantella e Giorgi

L’evoluzione della parabola mafiosa di Mallamace occupa parte dei racconti di Mantella. Partita da un legame con i Vallelunga, la traiettoria si sarebbe allineata a quella con il clan Anello, «per conto del quale avvicinava imprenditori a cui rivolgeva le richieste estorsive (…), prestandosi a fatturare quanto introitato a titolo estorsivo». Racconta il pentito che «fra il 2005 e il 2006, quando ero latitante per la cosiddetta operazione Asterix, presso i Bonavota, si riunì a noi (con me vi era ance un latitante di San Luca, tale Antonio Giorgi, poi catturato in Belgio) lo stesso Francesco Mallamace». La coabitazione tra i tre sarebbe dovuta all’episodio in cui Mallamace avrebbe sparato al figlio di un imprenditore concorrente e, «temendo di essere denunciato, si rifugiò nello stesso luogo in cui noi eravamo latitanti». Quella che nel gergo dell’intelligence si direbbe una “safe house”, un luogo sicuro in cui nascondersi, sarebbe stata aperta a tre clan: gli scissionisti di Mantella, i Giorgi di San Luca e gli Anello di Filadelfia. Mallamace, comunque, resterà poco in quel rifugio: «Il suo legale – riferisce sempre Mantella – gli disse che poteva smettere di nascondersi perché non era stata presentata denuncia» visto che «gli anello erano intervenuti per “aggiustare la cosa”».

Il ruolo “politico”. «Portò lui l’imbasciata per il sostegno a Stillitani»

Per il clan dell’Angitola quell’imprenditore era, all’epoca, troppo prezioso. Questione di affari. «Le attività edili di movimento terra gestite dagli Anello (…) erano state aperte unitamente a Francesco Mallamace. (…) Gli escavatori di Giuseppe Fortuna e Francesco Mallamace mi risulta abbiano lavorato presso il centro commerciale costruito tra il 2004 e il 2005 dai fratelli Stillitani al bivio autostradale dell’Angitola». Sarebbe stata una tregua «fra la famiglia Mancuso da una parte e quelle Bonavota-Anello dall’altra» a dare il via all’imposizione di alcuni appalti che sarebbero stati gestiti dall’impresa Restuccia «per conto dei Mancuso e dall’impresa Mallamace per conto degli Anello. Ricordo – parla sempre Mantella – in particolare un grosso appalto per impiantare condotte d’acqua nei pressi del cimitero di Pizzo che si è protratto, se non sbaglio, dal 2005 al 2010». Mallamace avrebbe avuto anche un ruolo “politico” secondo il collaboratore di giustizia. «Quando Francescantonio Stillitani, fra il 2006 e il 2007 si candidò alla Regione, ebbe l’appoggio della cosca Anello-Bonavota. Questo lo dico con certezza in quanto ho sentito l’imbasciata che l’imprenditore Mallamace portava ai Bonavota per ordine degli Anello. L’imbasciata fu portata alla presenza di Nicola Bonavota, Domenico Cugliari, Francesco Fortuna, Domenico Bonavota, oltre che mia». (p.petrasso@corrierecal.it)

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