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Asp di Catanzaro, la protesta degli 81 infermieri precari: «Abbandonati da tutti, noi da “eroi” a inutili»

Continua l’odissea degli infermieri assunti per affrontare l’emergenza Covid. Su L’altro Corriere Tv l’intervista a Debora Leone

Pubblicato il: 15/09/2022 – 16:37
Asp di Catanzaro, la protesta degli 81 infermieri precari: «Abbandonati da tutti, noi da “eroi” a inutili»

LAMEZIA TERME Una storia che vede protagonisti gli “eroi” dimenticati dell’emergenza Covid. Continua la protesta degli 81 infermieri assunti dall’Asp di Catanzaro, che dopo aver lavorato per oltre un anno e mezzo a stretto contatto con il virus rischiano il posto a partire dal 31 ottobre. Ospite dell’ultima puntata di “In primo piano”, l’approfondimento condotto da Tiziana Bagnato andato in onda ieri sera su “L’altro Corriere Tv” (canale 75) , Debora Leone, una delle infermiere che potrebbe non vedere rinnovato il proprio contratto dopo il 31 ottobre.

Dall’assunzione nelle scuole all’impiego nei reparti Covid

A partire da novembre 2020 gli 81 infermieri sono stati impiegati in un primo momento negli istituti scolastici al fine di affrontare la riapertura delle scuole in piena emergenza Covid, assunti con contratto “co co co”  per 35 ore lavorative settimanali.
«La prima fase – racconta Debora Leone – era di monitorare i ragazzi all’entrata della scuola». Si doveva procedere, dunque, alla misurazione della temperatura e, nel momento in cui si presentava qualche sintomo, dopo aver fatto una anamnesi all’interno dell’aula dedicata, si eseguiva il tampone. «C’erano delle linee guida da seguire, se il tampone era positivo si doveva intervenire segnalando il caso». Ma all’improvviso le cose cambiano. In concomitanza con la chiusura degli istituti scolastici, infatti, il personale viene contattato e spostato ad altre mansioni. Iniziano gli smistamenti verso Hub vaccinali, reparti Covid e Usca. «Noi avevamo partecipato al bando di concorso per infermiere scolastico, ad un tratto – spiega Debora – nel mese di giugno, quando eravamo vicini alla chiusura delle scuole, con tante chiamate e pressioni da parte dei vertici ci dissero che dovevamo assolutamente andare via dalle scuole perché non c’era bisogno di noi e andare nei luoghi dove c’era più necessità al momento». «È stata una doccia fredda – racconta – perché siamo stati catapultati in questi posti trovandoci senza corsi. Io e altri colleghi abbiamo avuto la “fortuna” di andare negli Hub vaccinali, altri hanno avuto la sfortuna di andare nei reparti Covid. Ci siamo trovati spaesati. Anche negli Hub vaccinali non è semplice. Ci sono tanti compiti diversi da svolgere. Siamo arrivati a fare dai 700 ai mille vaccini al giorno nell’Hub di Lamezia, solo in mezza giornata perché eravamo aperti solo di pomeriggio. Negli Hub di Catanzaro, aperti tutta la giornata, ne hanno superato i mille».

Un contratto «senza tutele» e il rischio che non venga rinnovato

Il racconto di Debora si sposta poi all’Hub vaccinale di Lamezia. «Abbiamo fatto straordinari che non sono stati riconosciuti», racconta. «Noi abbiamo lavorato già dall’inizio come lavoro dipendente, negli Hub vaccinali c’erano turni e orari da seguire. Si firmava l’entrata e l’uscita e il totale di ore da svolgere. La firma dell’entrata e dell’uscita serviva per fare il calcolo delle ore che venivamo retribuite. Se ne facevamo di più però non venivamo retribuititi in più. In qualche struttura per evitare le firme hanno dato il badge, anche a noi all’inizio era stato proposto». «Quando c’è stato il boom delle vaccinazioni – spiega – eravamo costretti, per poter vaccinare tutte le persone presenti, a stare delle ore in più. Lavoro che non è mai stato pagato».  Ore in più senza retribuzione e non solo. «Anche noi, nonostante tutte le precauzioni possibili, guanti e mascherine Ffp2, ci siamo contagiati. Siamo stati quindi costretti a restare a casa e, con il contratto che abbiamo, non siamo stati né tutelati con la malattia, né pagati».
Dopo qualche mese, nel marzo 2022, gli infermieri si vedono dimezzare le ore lavorative: si passa da 35 ore settimanali a 18. L’odissea però non finisce qui. Dall’1 settembre viene effettuato un ulteriore taglio delle ore che arrivano a 12 ore settimanali, il contratto viene rinnovato fino al 31 ottobre. Dopodiché, ne sono convinti Debora e i suoi colleghi, «il contratto non verrà rinnovato».

«Abbandonati da tutti, noi da “eroi” a inutili»

«Dall’inizio fino ad oggi noi siamo abbandonati a noi stessi. Nessuna autorità politica si è degnata di venire a conoscere la nostra storia o di fare qualcosa per noi. Di questo ci dispiace molto e ci sentiamo inutili al momento. Da “eroi” a inutili per loro. Per la popolazione abbiamo dato tutto, tutto quello che avevamo in mano da infermieri». Non è affatto rassicurante la risposta fornita dall’Asp catanzarese in merito alla questione. «L’Asp di Catanzaro – afferma Debora – dice che non ci sono più fondi per noi che possano bastare per coprire il nostro monte orario e la nostra mansione. All’ultimo rinnovo, chiedendo la motivazione dell’ulteriore taglio delle ore, ci è stato proprio detto esplicitamente: “Ringraziate che vi hanno rinnovato anche questa volta, altrimenti ve ne eravate già andati a casa perché soldi non ce ne sono e li abbiamo dovuti prendere da qualche altro progetto per potervi tenere ancora”. Questo ci ha fatto capire che noi a ottobre andremo a casa». Situazione diversa, invece, a Cosenza. «Nell’Asp di Cosenza sono rimasti a 35 ore settimanali. La giustificazione è stata che essendo meno di noi, lì ci sono i soldi per essere pagati».

«Nessuna fiducia nella politica»

Il racconto di Debora è pieno di amarezza. «La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato questo ennesimo rinnovo di contratto che ci ha visto ridurre le ore dall’oggi al domani senza preavviso da 18 a 12. Da qui è iniziata la nostra protesta. Abbiamo voluto far conoscere la nostra storia attraverso le testate giornalistiche, attraverso i social. Abbiamo fatto di tutto, anche contattato qualche politico nella speranza che ascoltasse il nostro grido di protesta, ma la risposta è che adesso essendo in campagna elettorale, se ne parlerà dopo. Quindi nel frattempo noi dovremmo stare zitti e buoni e inermi alla nostra sorte. Ma noi non ci fermiamo, stiamo continuando ugualmente perché non vogliamo farci prendere in giro». Debora afferma poi di aver contattato il presidente della Regione Roberto Occhiuto, anche commissario alla sanità calabrese. «Lo abbiamo contattato attraverso una lettera, ma non abbiamo avuto nessuna risposta, neanche adesso che ne parlano i giornali, non si è interessato». «Non riusciamo a dare una risposta del perché non ci sia interesse da parte della politica alla nostra storia. – conclude Debora Leone – Non abbiamo più nessuna fiducia nei politici. Nessuno di loro si è interessato o si è avvicinato a noi. Da questo si capisce che ci tengano molto alla sanità e alle carenze che ci sono negli ospedali». (redazione@corrierecal.it)

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