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L’intervista

Caro energia, Menniti: «Una lobby in Calabria rema contro le rinnovabili»

Il docente dell’Unical denuncia manovre per rallentare la realizzazione di impianti. «Si è perso tempo, ora paghiamo le conseguenze»

Pubblicato il: 22/09/2022 – 11:26
di Roberto De Santo
Caro energia, Menniti: «Una lobby in Calabria rema contro le rinnovabili»

COSENZA «Si è perso tempo utile per avviare la transizione. Mentre si è utilizzato il metano come fonte principale di gestione. Ed ora se ne pagano le conseguenze». È la sintesi del pensiero di Daniele Menniti, ordinario di Sistemi elettrici per l’Energia all’Università della Calabria nonché responsabile scientifico di progetti di ricerca PON e di Ricerca di Sistema Elettrico Nazionale (RdS), per spiegare l’attuale situazione che sta mettendo in ginocchio famiglie ed imprese per i rincari subiti dai costi dell’energia. Secondo il docente si sarebbe dovuto scommettere fin da subito «sulle fonti rinnovabili» promuovendo la realizzazione di impianti. Ed invece sono quest’ultimi ad aver subito, denuncia, «ostacoli spesso insormontabili» per essere costruiti da parte di «“strani ambientalisti” in Calabria». E sul rigassificatore di Gioia, il professore, sostiene: «non risolverà la dipendenza da Mosca». Per Menniti esiste una lobby che “rema contro” la realizzazione delle centrali rinnovabili. «L’autoproduzione di energia da fonte rinnovabile – dice – consente di realizzare la così detta “democrazia energetica” sfuggendo agli oligopoli». E questo dà fastidio alla «lobby dei fossili»

Daniele Menniti, ordinario di Sistemi elettrici per l’Energia all’Università della Calabria

Professore, i nodi arrivano al pettine, dopo tante avvisaglie il peso dei rincari della bolletta energetica si è scaricato su imprese e cittadini. Ora che si può fare per fronteggiare la situazione?
«Sì, i nodi arrivano al pettine c’è poco da fare. Parafrasando l’Ecclesiaste, “v’è un tempo per ogni cosa” è vero, ma purtroppo il tempo per la transizione energetica è finito ed è questo il principale nodo da sciogliere. Se la transizione si fosse avviata e completata, oggi la dipendenza dal gas sarebbe minima o del tutto trascurabile e non avremmo tutte queste ricadute negative su cittadini ed imprese. Anche gli aspetti apparentemente più critici, legati alla natura non programmabile delle fonti rinnovabili, a quest’ora si sarebbero affrontati e risolti con tecnologie d’accumulo avanzate. La transizione energetica si sarebbe dovuta compiere nel 2020, anno simbolico. Già nel 2003 si era riconosciuta l’importanza strategica delle fonti rinnovabili, tanto che con il D.lgs 387 all’art. 12 comma 1 si era affermato il principio che: “Le opere per la realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, nonché le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all’esercizio degli stessi impianti… sono di pubblica utilità ed indifferibili ed urgenti”. E invece, proprio le fonti rinnovabili hanno trovato ostacoli spesso insormontabili e un malinteso senso dell’ambientalismo ne ha favorito il blocco aprendo così le porte all’invasione del gas che, invece di essere una risorsa da utilizzare nella fase di transizione, è divenuta la fonte alla quale ci si è legati mani e piedi. Infatti, mentre in Italia e in Calabria “strani ambientalisti” combattevano contro le rinnovabili, qualcuno stipulava contratti a lunghissimo termine con i fornitori di gas esteri per garantire così la copertura dei costi di realizzazione dei loro gasdotti come, appunto, il “Nord stream”, il grande gasdotto – entrato in esercizio nell’inverno del 2011- che, partendo dalla Siberia attraversando il Mar Baltico collega la Russia al Nord della Germania, contribuisce ad alimentare l’Italia coprendo il 40% del nostro fabbisogno. Il tutto senza preoccuparsi di quanto sarebbe successo affidando le nostre vite al gas. Al momento, quindi, per fronteggiare la grave crisi energetica non possiamo fare altro che cedere ai ricatti… sperando che almeno da ora in poi si operi con decisione verso la decarbonizzazione del sistema energetico, affrancandoci dai combustibili fossili, almeno in misura tale da rendere possibile una inversione di tendenza che elimini o almeno riduca notevolmente le dipendenze energetiche dai paesi esteri. Per fare questo vi è la necessità di realizzare quanti più impianti a fonti rinnovabili possibili, affiancati da sistemi di accumulo di varie tecnologie, al fine di garantire istante per istante l’equilibrio tra la generazione e i carichi del sistema elettrico».

Il professor Menniti in un congresso in Botswana

A livello locale è possibile mettere in piedi una strategia rapida per contenere l’impennata dei costi energetici?
«Sì certo, sarebbe possibile se si accelerasse sia l’iter per realizzare impianti a fonte rinnovabili e sia l’iter avviato a livello nazionale – con il recepimento della direttiva europea detta “RED II”- per la realizzazione delle Comunità di energia rinnovabile (Cer). Queste ultime, sono ancora inspiegabilmente al palo e senza sostegni finanziari, mentre si continuano a bruciare decine di miliardi di euro per tentare di calmierare le bollette, piuttosto che impegnarsi decisamente verso soluzioni strutturali del problema. Miliardi che finiscono ovviamente nelle mani dei fornitori di gas. Se questi miliardi fossero stati utilizzati per finanziare massicciamente la realizzazione di impianti a fonti rinnovabili e la costruzione di Comunità energetiche, sarebbero stati un investimento molto utile verso soluzioni strutturali a favore dei cittadini e delle imprese. Ma ad oggi tutto tace e le uniche voci sono quelle relative a possibili riduzioni degli incentivi previsti per le Cer. Salvo sentire parlare di soluzioni che vengono definite ineluttabili quali, nell’immediato, il ritorno al carbone (che comunque coprirebbe una quota esigua del nostro fabbisogno) o, per il futuro, al nucleare. Opzione, quest’ultima, che a prescindere dalle consuete considerazioni sull’opportunità, richiederebbe da 12 a 20 anni per poter esplicare i suoi effetti. Quindi anche accettando l’opzione nucleare, sarebbe troppo tardi. Le tecnologie delle fonti rinnovabili e i sistemi di accumulo (compreso i pompaggi idroelettrici) sono ormai tecnologie mature. Risulta quindi paradossale pensare a riattivare dall’oggi al domani le centrali a carbone, senza un impegno immediato (al fine di) per rimuovere i vincoli che ostacolano la rapida realizzazione di impianti a fonti rinnovabili.

Al di là dell’attuale contingenza, cosa occorrerebbe fare fin da subito in Calabria per non incorrere in futuro nella stessa situazione?
«Il problema energetico è un problema che dovrebbe sfuggire dalle logiche localistiche e va risolto a livello nazionale e non solo su scala regionale. È però evidente che la Calabria gode di alcune circostanze particolarmente favorevoli per lo sfruttamento di fonti rinnovabili (sole e vento in primis) che consentono a singoli cittadini e/o a singole imprese, anche attraverso lo strumento delle Comunità di energia rinnovabile, di poter affrontare il problema del caro energia su scala locale, sia nell’immediato che nel prossimo futuro. E di questa peculiarità la Regione Calabria dovrebbe tenere conto favorendo e incentivando gli investimenti in questa direzione».

rigassificatore gioia tauro
Un impianto di rigassificazione al largo della costa

Il rigassificatore di Gioia che in tanti segnalano come priorità, secondo lei è risolutivo per ridurre la dipendenza da Mosca?
«Purtroppo siamo finiti in un “cul de sac” e se ciò è stato scientemente determinato non saprei dirlo. Certo però che siamo finiti in una situazione nella quale si è costretti a cedere anche su questo fronte. Ma non possiamo illuderci che un rigassificatore risolva la dipendenza da Mosca e, in ogni caso, che sia questo il vero problema da risolvere. Sia perché, a prescindere da tutto, dobbiamo comunque affrancarci dai combustibili fossili che sono la causa principale del cambiamento climatico e sia perché non è “cambiando spacciatore” che potremo mettere al sicuro i cittadini da future crisi energetiche. In queste condizioni, sarebbe quindi doveroso per i decisori politici impegnarsi a rimuovere i vincoli che ostacolano le rinnovabili così come si impegnano per accelerare gli iter per la realizzazione dei rigassificatori».

Per realizzare impianti in Calabria, i tempi restano sempre lunghi

C’è anche la questione della realizzazione degli impianti in Calabria, i tempi restano troppo lunghi per le esigenze imposte ora dalla crisi energetica. Cosa è possibile fare per sbloccare gli iter autorizzativi?
«Manca la volontà politica di affrontare il problema e questo non è solo tipico della nostra regione. Gli iter possono essere semplificati e accelerati con opportuni provvedimenti legislativi soprattutto in una situazione di gravissima crisi come quella attuale. Dinnanzi a emergenze epocali sono necessari sforzi epocali per superare le difficoltà. Si è riusciti a rimediare in tempi da record al crollo del ponte Morandi a Genova e qui stiamo ancora a disquisire sugli iter autorizzativi degli impianti a fonti rinnovabili, mentre il “Titanic affonda”. Le Soprintendenze devono rendersi conto che il momento è particolarmente delicato e che, tra l’altro, il caro energia è solo un aspetto. Rimane tutto da risolvere, come i cambiamenti climatici che richiedono interventi immediati, altrimenti non vi sarà più alcun paesaggio da tutelare a causa delle catastrofi naturali che porteranno via tutto. Tra l’altro, gli impianti a fonte rinnovabile soprattutto fotovoltaici, come è noto, sono facilmente rimovibili (gli impianti fotovoltaici infatti devono essere protetti contro i furti) mentre la CO2 immessa nell’atmosfera dalla combustione dei fossili, vi permarrà per tempi enormemente più grandi della durata di un impianto o del tempo necessario a rimuoverlo. Ma le emissioni di CO2 (gas climalterante) non sono le uniche, vi sono anche le emissioni dannose alla salute (come le “polveri sottili”) da portare in conto. In conclusione l’accelerazione dell’iter e la riduzione dei vincoli ostativi alla diffusione delle rinnovabili, dovrebbe essere un “must” e il legislatore nazionale e regionale dovrebbe intervenire nell’immediato. Se lo facesse, entro pochissimo tempo, si potrebbe ridurre drasticamente la dipendenza dal gas.

A proposito di azioni da avviare in Calabria, lei è un fautore delle Comunità di Energia Rinnovabile (CER), quali i vantaggi immediati per i territori?
«Le opportunità sono molteplici, poiché potenzialmente si può consentire anche a chi soffre di povertà energetica di godere dei benefici degli impianti a fonte rinnovabile e quindi, anche dei relativi contributi che, sino ad ora, sono stati ad appannaggio solo di chi disponeva delle risorse finanziarie e logistiche, per poter realizzare il proprio impianto. Il problema fondamentale è che si avverte, nell’ambito di molti decisori politici, una mancanza di volontà nell’accelerare la nascita delle CER che, non solo andrebbe affrettata, ma dovrebbe anche essere incentivata cospicuamente. In queste due direzioni dovrebbero muoversi anche le Regioni. Alcune hanno già avviato questo percorso virtuoso ma molte altre, non sono andate oltre le dichiarazioni di principio».

Come far diffondere questa idea innovativa tra le amministrazioni locali?
«Noi, come Università della Calabria è da decenni che lavoriamo in questa direzione con studi e ricerche e ora che l’Europa e l’Italia hanno imboccato questa strada, ci è venuto facile aiutare gli enti locali ad organizzarsi. È da oltre tre anni che lavoriamo sul territorio per aiutare gli enti locali a promuovere le CER tra i cittadini. Sono ormai diverse decine, i comuni che ci hanno chiesto sostegno. Un sostegno che non abbiamo fatto mancare, avviando gli iter per la costruzione delle CER pur in assenza dei decreti attuativi che determineranno le regole per gli incentivi. Vogliamo che gli enti locali siano pronti a partecipare a tutti i bandi che possano consentire di ottenere finanziamenti per la realizzazione degli impianti, da inserire nelle CER a vantaggio dei cittadini. Cittadini che possono anche aderire alle CER promosse dai comuni, anche con impianti di loro proprietà e, così facendo, possono contribuire a ottenere gli incentivi che sono previsti per le CER la cui entità si spera presto venga definita con l’emanazione dei prossimi decreti attuativi».

E la Regione cosa potrebbe mettere in campo?
«La Regione si è già attivata nella direzione di sostenere la nascita delle CER, annunciando importanti finanziamenti per la loro realizzazione e, soprattutto, per la realizzazione degli impianti e per l’installazione di sistemi di accumulo. Non rimane che aspettare di vedere i risultati sperando che arrivino prima possibile».

Secondo lei c’è qualcuno che “rema contro” l’idea di diffondere la cultura della “autoproduzione di energia”?
«Assolutamente sì. Sono in molti che remano contro. L’autoproduzione di energia da fonte rinnovabile consente di realizzare la così detta “democrazia energetica” sfuggendo agli oligopoli. Chi detiene le fonti energetiche può esercitare il suo potere sui cittadini in maniera quasi incontrastata, come conferma la recente crisi energetica. Le fonti rinnovabili, per loro natura non appartengono a nessuno, nessuno può impedire che il sole splenda o minacciare di non farlo splendere e quindi, non si può esercitare il controllo sulle masse attraverso il controllo delle fonti rinnovabili. Ad oggi si può contrastare la diffusione di queste ultime imponendo strumentalmente assurdi vincoli paesaggistici o, peggio, ambientali. Favorendo così i vecchi modelli basati su impianti centralizzati alimentati da fonti fossili, detenute in quantità importanti solo da alcuni paesi esteri. Ma lo stesso vale anche per l’uranio che non è distribuito uniformemente sulla terra come invece lo sono il sole e/o il vento. Poter controllare l’energia, significa poter controllare le masse. Le fonti rinnovabili rendono molto difficile tale controllo salvo che, appunto, i governi non ne ostacolino la diffusione imponendo procedure burocratiche impossibili, sostenute da ignari (per usare un eufemismo) ambientalisti, favorendo così le lobby dei fossili». (r.desanto@corrierecal.it)

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