«La sanità della Calabria dipende in misura molto maggiore dalle risorse trasferite dallo Stato»
ll rapporto della Fondazione per la sussidiarietà presentato in Cittadella: con il decentramento 20 servizi sanitari diversi

CATANZARO Dal 19esimo Rapporto della Fondazione per la sussidiarietà su “sussidiarietà e salute”, presentato oggi nel palazzo della Regione, a Catanzaro, a cura della Fondazione per la sussidiarietà, emerge che l’autonomia regionale in sanità ha prodotto, nel tempo, “non un unico Servizio sanitario nazionale ma venti sistemi sanitari regionali, con divari marcati tra aree del Paese e penalizzazione delle fasce più deboli della popolazione”. “Il decentramento – si legge – può funzionare solo quando capacità contributiva, dotazioni e livelli di efficienza risultano omogenei. In Italia, queste condizioni non sono soddisfatte: il divario economico e organizzativo si traduce in differenze concrete nell’accesso alle cure, nelle tecnologie disponibili e nella necessità- per molte persone – di spostarsi per ricevere assistenza”. Il rapporto richiama la “forte disomogeneità della ricchezza territoriale: nel 2023 il Pil pro capite del Nord-Ovest si attesta intorno ai 41 mila euro, mentre al Sud scende a circa 22 mila euro. “Questo squilibrio – si fa rilevare – pesa direttamente sulla capacità delle Regioni di finanziare la sanità e rende necessari trasferimenti perequativi rilevanti. La differenza emerge con ancora più evidenza guardando alla quota di spesa sanitaria coperta con entrate proprie: la Lombardia arriva a coprire quasi il 60% della spesa regionale, mentre la Calabria si ferma intorno al 10%. In altre parole, la Calabria – secondo il rapporto – dipende in misura molto maggiore da risorse trasferite, con effetti sulla programmazione e sulla capacità di investimento. Quando qualità percepita, capacità produttiva e tecnologie non sono allineate, cresce la mobilità dei pazienti”. Il rapporto ricorda che “nel 2022 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto un valore record di 5,04 miliardi di euro, con un forte flusso di persone e risorse dal Mezzogiorno verso le regioni del Nord, in particolare Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Le Regioni con saldo positivo rilevante si collocano tutte al Nord; al contrario, i livelli di mobilitànegativa aumentano scendendo lungo lo Stivale. Per gli spostamenti “di lungo raggio” (non legati alla prossimità geografica), i residenti nelle regioni del Sud rappresentano il 72,78% del totale, con una spesa di circa 742 milioni di euro. Un circuito che, di fatto, – secondo il rapporto – tende a spostare risorse dal Sud – meno ricco – al Nord, andando nella direzione opposta rispetto alla logica redistributiva perseguita con la perequazione”.

ll commento di Vittadini
Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà, commenta: “I dati del Rapporto ci dicono che il decentramento, senza condizioni di partenza comparabili e senza strumenti di governo comuni, diventa un moltiplicatore di disuguaglianze. La prospettiva di miglioramento è chiara: occorre trattare la salute come diritto fondamentale e mettere l’equità al centro, costruendo standard nazionali realmente esigibili e affiancando le Regioni più fragili con investimenti mirati su tecnologie, personale e capacità organizzativa. In Calabria la priorità è rafforzare la sanità di prossimità e l’integrazione tra sanitario e sociosanitario, rendendo trasparenti gli obiettivi su liste d’attesa e presa in carico, e coinvolgendo in modo strutturato i soggetti sociali e professionali del territorio. Solo investendo sulla qualità della sanità regionale – afferma – si permetterà vera libertà di scelta e cure vicino casa, riducendo la mobilità sanitaria: questo è il criterio con cui valutare riforme, risorse e responsabilità”. Il Rapporto propone di affrontare questi squilibri con strumenti di governo più efficaci: dalla costruzione di meccanismi di pre-autorizzazione e accordi interregionali per gestire i flussi, fino a politiche che permettano alle Regioni con minori risorse di rafforzare capacità produttiva e dotazioni, riducendo nel tempo la necessità di migrare per curarsi. Sul versante degli investimenti, inoltre, il Rapporto prefigura un piano “anti-divario” per tecnologie e telemedicina che possa migliorare accesso e continuità di cura, soprattutto nelle aree interne, se accompagnato da interoperabilità e reti tra aziende ospedaliere. Infine, “serve una strategia sul personale (attrazione, sviluppo competenze e benessere organizzativo) e una gestione più efficace della mobilità sanitaria, anche tramite accordi interregionali e meccanismi di pre-autorizzazione per specifiche prestazioni, così da proteggere equità e sostenibilità e reinvestire nel rafforzamento dell’offerta locale”. “Perché le riforme producano risultati – conclude Vittadini – servono strumenti di governance e di controllo all’altezza: parametri chiari, nella valutazione della qualità dei servizi, indicatori condivisi e un sistema di monitoraggio continuo che dica non solo “quanto” si è speso, ma “che cosa” è cambiato davvero per i cittadini. Senza dati omogenei, verifiche periodiche e responsabilità esplicite, i piani restano dichiarazioni di intenti e le difficoltà di attuazione non emergono in tempo”. (c. a.)
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