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salute e sanità

Tumore al seno, Caputo: «I ritardi determinati dalla pandemia avranno conseguenze negative»

Il direttore del reparto di Oncologia di San Giovanni in Fiore. «Un comprensorio di 20mila abitanti lasciato senza mammografo»

Pubblicato il: 23/10/2022 – 7:13
Tumore al seno, Caputo: «I ritardi determinati dalla pandemia avranno conseguenze negative»

LAMEZIA TERME Lotta al tumore alla mammella attraverso prevenzione, strumenti diagnostici adeguati, tecniche innovative e uno stile di vita sano. Tanti gli argomenti affrontati nel corso dell’ultima puntata di “Salute e Sanità”, il format de L’altro Corriere Tv, andato in onda ieri sera. Ospite di Soave Pansa il dottore Antonio Caputo, direttore del reparto di Oncologia dell’Ospedale di San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza.
«Questi due anni di pandemia sono stati di mancata prevenzione, non per colpa delle donne e delle persone che dovevano fare prevenzione, ma per la situazione che si è venuta a creare. Adesso c’è una richiesta notevolissima di prestazioni sanitarie», ha spiegato Caputo che ha posto l’accento sull’importanza della prevenzione per riuscire ad accedere alle cure adeguate in caso di tumore della mammella, un male che colpisce circa 55mila donne ogni anno.

Tumore al seno e prevenzione

Sono diversi gli alleati per il contrasto della malattia. «La metodica di screening principale per cercare di individuare quanto più precocemente possibile questo tumore è la mammografia», afferma Caputo, che fornisce una spiegazione molto dettagliata della differenza tra mammografia ed ecografia. «Per definizione, la mammografia si deve fare dopo i quarant’anni. Noi oncologi, anche i radiologi, consigliamo di fare una mammografia di base a quarant’anni, perché si è visto che a questa età il seno, come caratteristiche strutturali, è meglio visibile con la mammografia a quest’età rispetto ad età più precoci. L’ecografia è una metodica complementare, non è una metodica di screening, però può essere utilizzata per individuare una patologia benigna della mammella che potrebbe poi farci controllare meglio in seguito la mammella stessa. Si comincia a fare la visita e l’ecografia al seno dai 20 anni in su, ma ovviamente tutto questo dipende anche da una predisposizione familiare, cioè se in uno stesso nucleo familiare ci sono uno o più soggetti parenti che hanno avuto un tumore al seno allora si inizia con l’ecografia. Tutti dovrebbero fare dai 20 anni in su un’ecografia una visita al seno per vedere le caratteristiche del seno stesso. Si parla tanto di mastopatia fibrocistica e proprio per vedere se il seno ha una tendenza a proliferare di più, questo dal punto di vista ecografico, e potrebbe essere maggiormente a rischio». Caputo ha poi elencato la differenza di prestazioni sanitarie in base alla fascia d’età. «Per quanto riguarda la mammografia è un esame che viene offerto gratuitamente a tutte le donne nella fascia di età che va dai 50 ai 69 anni e in questo caso si parla di screening, cioè solo in questa fascia lo Stato fa queste campagne gratuite. L’altra fascia di età, dai 45 ai cinquant’anni una donna può recarsi dal medico di famiglia e con una semplice ticket da 1 euro circa e può fare la mammografia al di fuori dello screening. Nella fascia d’età che va dai 40 ai 45 è una prestazione che rientra nelle prestazioni che vengono ad essere garantiti attraverso il pagamento di un ticket sempre in base alla fascia di reddito».

La campagna di screening

Una serie di motivi – secondo il dottore Caputo – hanno fatto sì che il Meridione restasse indietro rispetto alle regioni del Nord. «Se non hai risorse, personale, incentivi, tutto si blocca. Adesso pare ci siano i fondi e speriamo di ottenere buoni risultati». «La campagna massiva di screening è partita proprio in questo periodo, grazie al volere del neocommissario della azienda sanitaria provinciale di Cosenza perché punta tutto su questo, è uno dei metodi per fermare la migrazione sanitaria. Sono state istituite le Breast Unit, sono le unità di patologie mammarie. Si cerca così di intercettare il maggior numero di tumori quanto più precocemente possibile. Questo rientra nei Lea, i livelli essenziali di assistenza, per cui è indispensabile fare tutto ciò e l’azienda sanitaria ha dato un impulso notevolissimo. Sono partiti in questi giorni migliaia di inviti alle donne, non solo per la mammella, ma anche per la cervice uterina e per il colon retto, che sono gli altri due grossissimi capitoli che riguardano lo screening».
Spinosa poi la questione del mammografo all’ospedale di San Giovanni in Fiore, uno strumento fondamentale per la prevenzione del tumore e che, spiega Caputo, «non è stato reintegrato, quindi le donne di un comprensorio di circa 20.000 abitanti, devono andare a Cosenza o a Crotone negli ospedali che hanno il mammografo, oppure in qualche centro privato».

I ritardi e le conseguenze

I ritardi determinati dal Covid avranno un impatto molto negativo, spiega Caputo. «Negli anni a venire, purtroppo, assisteremo ad un aumento non tanto del numero ma delle dimensioni della neoplasia. Saranno neoplasie meno facilmente curabili, mentre prima con un intervento chirurgico si poteva risolvere in alcuni casi, adesso questo non sarà possibile perché è più grande della dimensione, insieme ad altre caratteristiche è minori saranno le probabilità di sopravvivenza globale». Una mancanza che incide negativamente. «Il ritardo diagnostico è notevolissimo. La donna non va a fare il controllo che dovrebbe fare, per cui si assiste alla visione di tumori veramente di dimensioni ragguardevoli. La prevenzione, lo screening si fa per individuare il tumore quando è al di sotto di 1 cm più o meno».

Tumori e innovazione

Dall’altra parte, afferma però Caputo «abbiamo un notevole miglioramento delle possibilità terapeutiche. Da qui a qualche anno si tratteranno i tumori soprattutto con un l’immunoterapia. Io ritengo che da qui a 10 anni la chemioterapia sarà solo un brutto ricordo». Cambiano le terapie e cambia anche la gestione dei pazienti oncologici. «Fino a 5-6 anni fa si faceva solo la chemioterapia profilattica, cioè in assenza di patologia la donna operata di tumore al seno, faceva questo periodo di 3-6 mesi di chemioterapia preventiva, per evitare che il tumore potesse ripresentarsi. Negli ultimi congressi di europei di oncologia è venuto fuori che in alcuni tumori della mammella, quelli ad alto rischio, dove prima si faceva la chemioterapia, si farà invece un’altra terapia: si chiamano inibitori delle cicline, sono delle sostanze che impediscono la replicazione tumorale. Si farà al posto della chemioterapia per questa terapia profilattica per 3-6 mesi». «Ci sono dei protocolli a cui bisogna attenersi e che sono uguali ovunque», precisa Caputo parlando del fenomeno della migrazione sanitaria.

Sane abitudini e prevenzione primaria

Un altro importante capitolo che fa parte della prevenzione è quello che riguarda l’importanza di adottare un corretto stile di vita. «Con la prevenzione primaria noi dobbiamo evitare che i tumori si presentino». «Noi abbiamo la dieta mediterranea, – spiega Caputo – per molti aspetti è quella che gode dei maggiori benefici per quanto riguarda l’insorgenza della patologia tumorale. Ovviamente l’alimentazione dipende anche da dove il prodotto viene prodotto. Per esempio l’inquinamento ambientale porta a dei rischi notevoli». Stop alle cattive abitudini, come fumo e alcool. E poi l’importanza di svolgere attività fisica regolare: «Per me – dice Caputo – l’attività fisica dovrebbe essere una terapia medica, bisognerebbe invogliare i bambini dall’età scolare». «Ci sono delle mutazioni – spiega però l’oncologo – che predispongono di più ad andare incontro a questo tipo di tumore, in quel caso non c’è alimentazione che tenga. E però questo si può determinare adesso attraverso studi di sulla genomica». Per il 70% la patologia neoplastica è dovuta a fattori ambientali. «L’inquinamento atmosferico, – spiega ancora Caputo – è un altro capitolo grandissimo. Lo smaltimento dei rifiuti e le scorie radioattive nei nostri mari e nelle nostre terre, questo contribuisce a far sì che la patologia tumorale aumenti sempre di più».
«Ci sono dei test che assumono il nome di biopsia liquida, prelievi ematici che, in base alla presenza del DNA circolante delle cellule tumorali, sono in grado di vedere se in quell’organismo c’è la possibilità di andare incontro alla malattia. Però ci sono degli studi sperimentali, degli studi in soggetti che hanno già la patologia. Ma non è un test di diagnostica», puntualizza Caputo. L’oncologo è anche vicepresidente dell’associazione Oncomed. Fondamentale, infatti, è il ruolo delle associazioni nella lotta ai tumori e nel supporto ai pazienti: «Le associazioni di volontariato fanno da supporto, da traino verso la prevenzione, verso la cura».

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