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Le ombre (presenti e future) sull’export calabrese

Il conflitto in Ucraina con l’impennata dei prezzi ed il caro energia mettono a rischio la crescita registrata nell’esportazioni. Ma resta un settore asfittico. Algieri: «Azioni mirate e una vision…

Pubblicato il: 07/11/2022 – 6:57
di Roberto De Santo
Le ombre (presenti e future) sull’export calabrese

COSENZA L’ombra del conflitto in Ucraina con la conseguente impennata di prezzi si allunga sul futuro della rete di imprese maggiormente impegnate nell’export. Il peso della guerra getta infatti una grande incognita su uno dei motori che si è rivelato maggiormente capace di dare slancio all’economia italiana.
Il “made in Italy” è da sempre valore aggiunto delle produzioni nazionali ed è per questo che ha permesso al sistema imprenditoriale italiano di superare i momenti più difficili anche nel recente passato del Paese. Tanto da rappresentare il moltiplicatore del rimbalzo economico registrato dall’Italia post crisi pandemica.
Ora dopo una robusta crescita nell’andamento delle esportazioni delle merci registrata nei primi sei mesi dell’anno, le prime avvisaglie di frenata arrivano dalle aziende che dell’export fanno il proprio core business. Un’impresa su cinque con queste caratteristiche in Italia, secondo una recente rilevazione del Centro studi “Tagliacarne”, registra una contrazione forte del volume di vendite oltre confine. A pesare soprattutto il costo delle materie prime e dell’energia (per il 90% delle imprese esportatrici) che finiscono per gravare oltremodo sull’operatività delle imprese e sull’intera filiera produttiva, tanto da rendere poco competitivo sul mercato di riferimento il prodotto finale. Un peso che diviene un vero e proprio macigno soprattutto in settori ad altissima competizione internazionale come quelli legati alle produzioni alimentari.
Così le filiere dell’agroalimentare italiane come quella dell’olio extravergine, degli agrumi e in generale dell’intero comparto primario, rischiano di uscire malconci dalla competizione con economie dove il costo del lavoro e degli oneri vari è decisamente più contenuto. Una disparità che si trasforma in una sorta di palla al piede per i sistemi produttivi più fragili in cui la crescita esponenziale delle materie prime e l’impennata dalla bolletta energetica pesano più che in altri territori. Ed è il caso della Calabria, che subisce maggiormente il salasso dei costi incrementati e che dell’agroalimentare ne fa bandiera dei beni principali delle proprie esportazioni. Da qui la delicatezza del momento che potrebbe comprimere ancor di più la già scarsa propensione alle esportazioni dimostrata dal sistema produttivo calabrese.

L’andamento dell’export calabrese

Fonte: Istat


Certo la Calabria resta cenerentola per capacità di esportare le proprie produzioni. Nonostante una crescita importante registrata negli ultimi due anni, la regione resta ultima in Italia per l’incidenza sull’export complessivo dell’Italia. Da sempre, infatti, la quota che occupa su scala nazionale supera di poco lo zero assoluto. Il valore delle merci calabresi esportate, infatti, rappresenta una quota compresa tra lo 0,08-0,12 percento del totale delle esportazioni italiane. In buona parte rappresentata per quanto attiene lo scambio merci made in Calabria, nelle produzioni alimentari.
Nel primo semestre dell’anno il valore dell’export in questo comparto è stato pari a 113 milioni di euro pari al 31,65% del totale delle esportazioni effettuate dalla regione che ha superato i 357 milioni.

Nel dettaglio i beni trasferiti all’estero dalla Calabria hanno riguardato i prodotti delle attività manifatturiere (che comprendono anche quelli della trasformazione alimentare). I dati, registrati dall’Istat ed elaborati per il Corriere della Calabria, indicano in questo macrosettore un valore cumulato nel primo semestre pari a 322.367.858 euro. In termini percentuali rappresentativi di oltre il 90 percento del valore dell’export. Seguono per importanza i prodotti dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca che in questo lasso di tempo ha totalizzato 23.691.601 euro (6,7% del totale delle merci). Valutando i mercati di sbocco, a prevalere sono i Paesi dell’area euro che nei sei mesi dell’anno hanno consentito un volume di traffico pari a 133 milioni di euro. Anche se in termini di crescita è stata la zona europea non euro a registrare il dato più rilevante: +113,9% rispetto al 2021. In assoluto i Paesi che si segnalano come maggiori importatori del made in Calabria sono la Germania, gli Stati Uniti e la Francia.


Per quanto attiene l’andamento dell’esportazioni dei beni calabresi, fino ad ora registra un dato molto positivo segnando una crescita tendenziale di un terzo del valore merci in uscita dalla Calabria rispetto allo scorso anno. Un incremento superiore anche alla media registrata in Italia e nel Mezzogiorno: rispettivamente fermi al 22,5% e al 32,4%.
Un trend che prosegue già dal 2021 quanto il totale dell’export è stato pari a circa 268 milioni di euro, in incremento del 32,7%. Numeri che indicano come il valore delle merci esportate abbia recuperato il crollo registrato nella fase più acuta della pandemia. Ma che al contempo non fa distanziare l’incidenza sul totale dell’export italiano: appunto lo 0,1% che pone la Calabria come fanalino di coda tra le regioni superata anche da regioni piccole come il Molise, la Valle d’Aosta e la Basilicata. L’altro elemento da valutare inoltre è il dato sulle importazioni – decisamente con valori sempre più alti rispetto al valore dell’export – che sbilancia negativamente la bilancia commerciale accusata dalla Calabria.
Considerando solo il primo semestre dell’anno, l’import verso la regione ha superato la quota di 540 milioni di euro registrando una crescita rispetto allo scorso anno pari al 37,2%.
Numeri e dati che ancora non hanno risentito pesantemente degli effetti della guerra in Ucraina, ma soprattutto del caro bolletta energetica e dell’inflazione balzata a circa il 12% su base annua. Variabili che potrebbero, a detta degli esperti, avere contraccolpi negativi sull’andamento dell’export calabrese, comprimendo il trend di crescita finora registrato e sfavorendo le possibilità di contribuire a far recuperare terreno all’intera economia calabrese.

Algieri: «Azioni mirate e una visione strategica»

Bernardina Algieri, professore associato di Economia Politica all’Università della Calabria

L’incremento dell’export calabrese è da attribuire ad alcuni aspetti congiunturali specifici. Da un lato il valore del rimbalzo dopo il tonfo della crisi pandemica, dall’altro lo stimolo fiscale e monetario messo in atto dai Paesi avanzati. Così Bernardina Algieri, professore associato di Economia Politica all’Università della Calabria motiva l’incoraggiante trend ottenuto dalla Calabria. Un trend che però non discosta di molto la performance in materia di export che il sistema produttivo regionale ottiene su base nazionale. Limiti che secondo la docente di Economia Internazionale e Financial Markets all’Unical, attribuisce alla «fragilità strutturale della rete di imprese calabresi». Per sopperire a questo gap, per Algieri, «occorrono investimenti mirati». Ma con un’avvertenza, dice la docente: «c’è bisogno di capacità di pianificazione, visione, rapidità nelle azioni di intervento e controlli».

Gli ultimi dati riferiti all’export calabrese indicano che l’andamento è decisamente in crescita, recuperando la situazione pre-pandemia. A cosa è dovuta questa impennata?
«Questi valori, molto incoraggianti, devono comunque essere analizzati attentamente. Le percentuali elevate, infatti, derivano dalle forti contrazioni registrate nella fase acuta della crisi sanitaria che hanno determinato un rimbalzo molto marcato nella fase di rallentamento pandemico. La ripresa del secondo trimestre del 2022 è stata “solo” del 18% rispetto al secondo trimestre del 2018, periodo in cui si è registrato il valore più elevato delle esportazioni della Calabria negli ultimi venti anni. L’incremento del 18% è da attribuire sia al forte stimolo fiscale e monetario messo in atto nei Paesi avanzati che ha determinato l’aumento dei volumi di esportazioni, sia all’aumento dei prezzi che ha generato una crescita del fatturato delle imprese esportatrici. Bisogna poi sottolineare che la Calabria rimane il fanalino di coda fra le regioni italiane in termini di quote percentuali (export share) contribuendo con lo 0,08-0,12% ai flussi commerciali italiani in uscita nel periodo che va dal 2002, anno di entrata in circolazione dell’euro, al 2022. Le quote percentuali calabresi sono particolarmente esigue se comparate al 26-29% della Lombardia, la regione a maggiore vocazione di export, nello stesso arco temporale. Infine è importante evidenziare che la nostra Regione presenta dal 2002 ad oggi un deficit nella bilancia commerciale, ossia le importazioni della Calabria hanno da sempre superato le esportazioni eccetto per i tre settori di punta».

È un trend che prosegue già dalla prima rilevazione riferita al primo trimestre. Secondo lei questo andamento proseguirà per tutto l’anno?
«Nel secondo trimestre del 2022 le esportazioni di merci calabresi sono aumentate dell’8,3% rispetto ai mesi di gennaio-febbraio-marzo 2022. Tuttavia, l’impennata dei prezzi delle commodities energetiche e delle materie prime con i conseguenti rialzi dei costi di produzione e di trasporto e le tensioni geopolitiche fanno pensare a dei possibili rallentamenti nei flussi commerciali. Anche le previsioni di recessione del Fondo Monetario Internazionale vanno in questa direzione a meno che non ci sia una inversione di tendenza dei prezzi delle commodities o vengano adottate pronte misure di sostegno all’economia».

Il conflitto in Ucraina sta comportando un incremento dei costi energetici con ricadute sull’economia anche calabrese

Quali potrebbero essere gli effetti delle tensioni internazionali scatenate dalla guerra in Ucraina sull’andamento delle esportazioni calabresi?
«Le tensioni geopolitiche potranno avere delle ricadute in termini di rallentamenti della domanda regionale, nazionale e internazionale con conseguenti riduzioni dei flussi commerciali e deterioramenti della bilancia commerciale regionale e nazionale. Questo perché le fibrillazioni nei mercati di energia e materie prime generano un aumento dei prezzi di produzione, un conseguente incremento dei prezzi di vendita e un minor potere di acquisto dei consumatori che si troveranno costretti a ridurre la domanda di gran parte dei prodotti. Non sono preoccupanti gli scambi diretti con la Russia e l’Ucraina dal momento che il valore delle merci esportate dalla Calabria in questi Paesi è al di sotto del 3%».

L’incidenza dell’export calabrese sul totale delle esportazioni nazionali resta bassissimo: 0,1%

Però nonostante questa crescita il dato sul livello di esportazioni resta basso. Supera di poco lo zero percentuale della quota nazionale dell’export. A cosa si deve questa fragilità?
«La fragilità della Calabria è di tipo strutturale, innanzitutto il settore manifatturiero è poco sviluppato, le imprese sono a marcata conduzione familiare e concentrate su settori tradizionali, poco innovativi e a bassa produttività. Ad esempio, secondo i dati della Banca d’Italia, nel 2021 le start up innovative calabresi erano solo 264, ossia l’1,9% di quelle presenti sul territorio italiano. Questo valore è significativamente inferiore alla media nazionale del 23,8% e alla media del Mezzogiorno pari all’17,8%. Inoltre le infrastrutture della Regione sono poco efficienti, in particolar modo la rete ferroviaria è carente e i costi di trasporto sono elevati. Il settore pubblico da sempre è stato più attrattivo per i lavoratori rispetto al settore privato, e questo ha determinato un minor sviluppo dell’imprenditoria locale».

L’agroalimenatre resta il settore principale dell’export calabrese

Le imprese calabresi hanno raggiunto una maturazione tale da scommettere sul proprio livello di internazionalizzazione?
«Le strategie di internazionalizzazione sono sempre importanti per promuovere lo sviluppo delle imprese, sicuramente alcune realtà calabresi sono già affermate e note, ma occorre fare di più per potenziare la competitività, le dimensioni e la produttività delle imprese operanti sia nel settore secondario che terziario. Sono indispensabili piani strategici atti a promuovere sistematicità nelle azioni di export, a ben delineare i mercati di sbocco e a scegliere con attenzione i canali distributivi».

Cosa occorrerebbe mettere in campo per incrementare il volume delle esportazioni delle merci calabresi?
«Sicuramente servirebbero più investimenti in innovazione, digitalizzazione e tecnologie avanzate, maggiore interazione fra le imprese sul territorio (reti di impresa), più efficienza della burocrazia e più tavoli di confronto fra settore pubblico e privato. Ma complessivamente per rendere la Calabria più competitiva dovrebbero essere messe in campo varie azioni: un maggior confronto fra i policy maker e le Università presenti sul territorio calabrese, potenziare la rete ferroviaria, migliorare i collegamenti fra aree interne, città, aree costiere e porti, e incentivare l’imprenditoria giovanile, anche grazie a incubatori universitari per stimolare l’innovazione. Ulteriore impulso potrebbe essere dato da sgravi fiscali e altri incentivi per le imprese esportatrici. Anche le esportazioni di servizi, in primis del turismo, potrebbero aiutare a rendere la Regione economicamente più autonoma. Il PNRR potrebbe essere un ottimo punto di partenza per realizzare interventi importanti, ma c’è bisogno di capacità di pianificazione, visione, rapidità nelle azioni di intervento e controlli». (r.desanto@corrierecal.it)

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