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Le soffiate sulle inchieste, il bancario e l’avvocato al servizio del clan. La rete di protezione del “Sistema Alvaro” a Roma

Le entrature del “locale” capitolino e la sua capacità di anticipare le inchieste. Le indicazioni degli amici: «Ci saranno arresti»

Pubblicato il: 15/11/2022 – 6:57
di Pablo Petrasso
Le soffiate sulle inchieste, il bancario e l’avvocato al servizio del clan. La rete di protezione del “Sistema Alvaro” a Roma

ROMA Tre istantanee scattate in poche ore dalla Dda di Roma. Fermo immagine raccolti nel breve volgere di una giornata, quella in cui la Capitale ha scoperto che la ‘ndrangheta si è parcheggiata in riva al Tevere dotandosi di un “locale” benedetto dalla casa madre calabrese e affidato a due boss, Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo.
Il 10 maggio, prima delle 6 dei mattino gli uomini delle forze dell’ordine si presentano in un bar per eseguirne il sequestro; dentro vi trovano uno stretto congiunto di Alvaro. Mettono tutto a verbale. Il giorno dopo, alle 11,53, quando l’amministratore giudiziario effettua l’accesso nella sede della Valsa Group, società finita nel mirino dei magistrati, il figlio di uno dei boss e altri parenti si parano davanti al professionista e spiegano che «la loro presenza in loco era dovuta all’assenza dei legittimi proprietari nonché familiari e per vigilare sul prosieguo dell’attività». Per gli investigatori le parole contengono «una larvata minaccia»: la “famiglia” osserva tutto. E tenta anche di sbloccare un conto congelato dall’azione della magistratura, forse per svuotarlo e far sparire il denaro. È la terza istantanea: alle 12,27 dell’11 maggio, in una banca di via Anicio Gallo, una persona cerca di accedere al contocorrente dell’Euroma Food con un espediente non troppo sottile. Contatta una dipendente dell’istituto bancario e dice con un sicurezza: «Buongiorno, dovete sbloccare il conto di Euroma Food, mi ha dato l’autorizzazione il direttore, siamo qui». Anche questo tentativo finisce a verbale e confluisce nella fase due dell’inchiesta che ha portato a sequestri per circa 100 milioni di euro. Confermando una convinzione degli inquirenti: la ‘ndrangheta a Roma ha uomini, mezzi ed entrature importanti.

La rete di protezione attorno al “Sistema Alvaro”

Qui inizia la seconda parte della storia e delle ipotesi investigative. C’è una fitta rete di protezione attorno al “Sistema Alvaro” e ai suoi traffici nella Capitale. È (anche) per questo che il gip del Tribunale di Roma ha ritenuto – nei giorni scorsi – necessario disporre misure cautelari che potessero fermare l’attività del “locale” guidato dalla diarchia formata da Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo, boss in coabitazione lungo il Tevere. Il rischio, secondo l’accusa, è quello che «ciascuno degli indagati ponga in essere interventi soppressivi di fonti accusatorie già esistenti o intimidisca e intimorisca testi chiave». Il pericolo di inquinamento delle prove è, insomma, altissimo. E lo dice il fatto che «l’organizzazione mafiosa» sia «già stata in grado di carpire notizie, in violazione al segreto istruttorio, sull’esistenza di indagini» e, addirittura, «di prossime richieste cautelari».

Il boss avvertito dell’indagine. «Ci saranno arresti»

Gli esempi non mancano: in una conversazione del 10 febbraio 2018 tra Antonio Carzo, Domenico Carzo e Giulio Versace il primo riferiva «di essere stato avvertito da Pasquale, poi identificato senza alcun dubbio nell’odierno indagato Pasquale Vitalone, dell’esistenza di un’indagine sulla ‘ndrangheta a Roma che avrebbe portato a numerosi arresti». Il giorno dopo, il boss “romano” parla con un medico di origini calabresi residente nella Capitale e con il quale è stato più volte intercettato. Gli spiega «che il giorno prima aveva saputo dell’esistenza di una indagine per reati associativi sulla ‘ndrangheta radicata a Roma (“ieri mi parlavano che c’è un’associazione nei confronti di noi altri calabresi”) coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma “e riguardante la famiglia nostra”, cioè la cosca Alvaro».

Gli accertamenti bancari svelati dal «direttore di filiale»

Era stata capace «di carpire notizie dell’esistenza di indagini importanti» anche l’ala alvariana “locale” di ‘ndrangheta romano. Gli inquirenti si riferiscono, in questo caso, al ruolo di Fabio Marsili, «direttore di filiale della Banca Popolare di Milano». Marsili, secondo quanto riportato nell’ordinanza di custodia cautelare, avrebbe «passato a Pasquale Valente la notizia che le società e le aziende del gruppo Alvaro, tra cui anche quelle di Valente (che aveva presentato gli Alvaro-Palamara al Marsili), erano state sottoposte ad accertamenti bancari dalla Dda di Roma, con atto notificato dalla Dia». Un dato, questo, «riscontrato come vero e compatibile con la data della conversazione tra Marsili e Valente». Su questo punto – sono sempre passaggi dell’ordinanza – «il Tdl di Roma ha confermato l’incolpazione quanto al favoreggiamento aggravato». Marsili avrebbe parlato, in proposito, di «un’indagine grossa». Di più: il bancario avrebbe riferito al “capo” Vincenzo Alvaro «dell’esistenza di una ispezione interna dei funzionari della Bpm su alcuni conti correnti e certe operazioni di aziende riferibili in fatto ad Alvaro. O meglio – continua il gip – Marsili in contemporanea alle richieste degli ispettori a lui rivolte, chiamava Alvato e lo informava suggerendo anche» gli interventi necessari «per regolarizzare la situazione prima che ci fossero contestazioni formali».

L’avvocato scelto dal clan per veicolare notizie dal carcere

Il sistema si occupava anche di intervenire per risolvere problemi. Accade con il fallimento di una delle aziende del gruppo, la “Zio Melo srl”. In quel caso il legale rappresentante, «oltre ad aver continuato a prendere il denaro» per conto degli uomini del clan «nonostante il fallimento già dichiarato, aveva avuto anche raccomandazioni di stare tranquillo in quanto sarebbe stato difeso da un avvocato di fiducia del clan criminale che lo avrebbe pagato, come ammesso – non senza difficoltà e con continue contestazioni – nell’interrogatorio dell’11 maggio 2022». È il clan a gestire le nomine degli avvocati per tenere sotto controlli prestanome e complici. Da Alvaro arriva, infatti, un ordine specifico «di far nominare un certo avvocato di fiducia» da parte di Marco Pomponio dopo l’arresto in modo da «far arrivare al detenuto notizie e far uscire dal carcere informazioni».
Il locale romano potrebbe, poi, influire sulle prove anche con la propria «capacità intimidatoria». «Nessuna delle persone offese ha presentato denunce», sintetizza il gip e «anche gli amministratori giudiziari nonostante la qualifica di pubblici ufficiali (…), solo con notevole difficoltà e dopo essere stati ripetutamente escussi da questo Ufficio hanno riconosciuto di avere paura in ragione della fama criminale della cosca Alvaro». È bastato un semplice tentativo di fare un inventario in un deposito di tabacchi appartenente a una ditta del clan per scatenare un pestaggio. E poi pressioni per ritrattare le relazioni indirizzate agli amministratori giudiziari, puntualmente smentite per «paura». È una leva forte per convincere a collaborare chi dovrebbe controllare il presunto patrimonio mafioso per conto dello Stato. Fotogrammi di un film già visto troppe volte. (p.petrasso@corrierecal.it)

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