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le indagini

Il ritorno della ‘ndrangheta a Milano «grazie al traffico di coca». «È il motore economico dei clan»

Il business della droga e la “rinascita” gruppo Bandiera dopo l’inchiesta Infinito. L’eredità del padre al figlio: «Ti ho dato io la “Santa”»

Pubblicato il: 25/11/2022 – 17:03
di Pablo Petrasso
Il ritorno della ‘ndrangheta a Milano «grazie al traffico di coca». «È il motore economico dei clan»

LAMEZIA TERME La sentenza “Infinito” individua capi e partecipanti al “locale” di Rho, della quale è «certificata l’esistenza e l’operatività sino al 2010». Dodici anni dopo, quel “locale” è rinato. Una rifondazione basata su ciò che resta del clan Bandiera. E sui soldi del narcotraffico. Lo scrivono i magistrati della Dda di Milano: «Si ritiene che proprio il traffico di cocaina sia, dopo le carcerazioni pre-sofferte dai “Bandiera”, il motore economico dell’organizzazione necessario a ri-conferirgli quella solidità finanziaria necessaria a riaffermare il proprio ruolo». Il vecchio capoclan originario di Cropani coinvolge in maniera diretta suo figlio, Cristian Leonardo Bandiera. Per gli inquirenti il “numero due” del “locale”, «benché non avesse stabili entrate economiche derivanti da lavoro autonomo-dipendente», sarebbe riuscito a «rilevare delle attività commerciali (due bar, un pub e un camion ambulante per la somministrazione di bevande e alimenti) fittiziamente intestate a terze persone». La ‘ndrina riprende vigore con la vendita della droga. E grazie al tentativo – andato, almeno in parte, a segno – di tenere i propri capi fuori dal carcere grazie a sconti di pena e benefici carcerari.

«La ‘ndrangheta è tornata». Così padre e figlio lasciano il carcere

Gaetano Bandiera ottiene un differimento di pena dal 18 gennaio 2021 per motivi di salute: torna nella propria abitazione a Rho. Quella concessione sarebbe arrivata «in parte artatamente», almeno riguardo a quella che gli investigatori considerano «falsa o quantomeno accentuata problematica di limitata deambulazione». A Cristian Bandiera, invece, è stato concesso il regime della semilibertà. «Adesso sto lavorando come… mi ha assunto mia mamma… per farmi uscire», dice a Concetta Giancotti, donna considerata al vertice del clan. Bandiera dovrebbe «accudire la propria madre malata», di fatto però se ne occupa Alessandro Furno, una delle persone a disposizione del clan. Il figlio del capo verrà anche assunto «in modo simulato» nel Chupito Bar di Rho, del quale – sempre secondo l’accusa – sarebbe «titolare occulto». Cristian Bandiera, annotano gli inquirenti, è stato arrestato il 25 gennaio 2010 «poiché responsabile di un grave delitto di sangue, ovvero l’omicidio di Artin Avrami», albanese ucciso con un colpo di pistola al cuore durante una rissa da Far West in un pub di Rho. Dopo la carcerazione, Bandiera «ha ottenuto inizialmente (2019) il beneficio della semilibertà e recentemente (maggio 2021) l’affidamento in prova per buona condotta». Oltre ai benefici, i membri del clan Bandiera avevano anche trovato il modo di attivare per sé il Reddito di cittadinanza: assistiti dal bonus, fuori dal carcere e con la gestione del business della coca creano le condizioni per perpetuare il proprio controllo sul territorio. Per dirlo in modo molto più efficace, come fa il boss, «la ‘ndrangheta è tornata».

L’altro boss della “vecchia guardia”

E riparte dalla “vecchia guardia”: gli inquirenti vi iscrivono anche Cesare Rossi, 86enne originario di Tropea condannato in via definitiva per associazione mafiosa, spiegando che «è tuttora in contatto con soggetti affiliati alla ‘ndrangheta». Il riscontro sarebbe in una conversazione tra in cui Gaetano Bandiera rimprovera Antonio Procopio, altro presunto membro del clan, per aver indossato dei pantaloni strappati, abbigliamento che considera «inadeguato». Bandiera raccomanda al 50enne Procopio «di non andare da “Cesare” vestito» in quella maniera perché sarebbe una «mancanza di rispetto». Ancora di una «trascuranza» viene accusato Procopio, che sarebbe venuto meno «al proprio dovere di far visita al “mastro” Cesare Rossi». «Non vai a trovare i mastri tuoi», parole che «affermerebbero l’elevata dote di Rossi, indicato con il titolo di “mastro”».

L’eredità della “Santa” e l’amicizia con «quelli di Guardavalle»

I rapporti con gli altri clan sono fondamentali per il rifondato “locale” di Rho. Secondo i magistrati della Dda di Milano, il capoclan vuole «far sentire ancora il suo “peso” nel gruppo criminale curando in prima persona gli affari di famiglia e rapportandosi personalmente con altri elementi della criminalità organizzata della stessa matrice calabrese. «Questi di Guardavalle sono grandi amici miei», dice. Gli inquirenti segnalano «anche l’affermazione esternata dallo stesso Bandiera in relazione a un eventuale canale di approvvigionamento di cocaina fruibile tramite “Cosimo”, soggetto che si individua in Cosimo Barranca, già capo locale a Milano». Altro passaggio chiave dell’operatività della ‘ndrine starebbe in una conversazione tra Bandiera padre e figlio. Quando quest’ultimo dice «a me mi vogliono tutti bene», riferendosi alle relazioni d’affari con i Gallace, il padre precisa «che la considerazione e il conseguente rispetto nei suoi confronti era chiaramente dovuto, sia per il cognome che porta, ovvero Bandiera, sia per la dote che lo stesso Gaetano Bandiera gli ha conferito». Un’eredità di ‘ndrangheta che il capofamiglia rivendica in una delle intercettazioni agli atti: «Sì, lo so – sono le parole captate dal trojan installato dagli investigatori –, ma lo so …ti chiami Bandiera… La Santa te l’ho fatta io! Non è che ti conoscevano». La rete della ‘ndrangheta nel Milanese è rimasta attiva. Prima sottotraccia, poi in maniera più esplicita, dopo i benefici carcerari ottenuti dai membri del “locale”. A dodici anni dall’inchiesta “Infinito” i clan sono pronti a riprendere il controllo del territorio. (p.petrasso@corrierecal.it)

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