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l’inchiesta

Ibrida, imprenditrice e chiusa nei fortini: la strana ‘ndrangheta di Rho

Dall’ultima inchiesta sul clan Bandiera si dipanano vecchie e nuove storie del “locale” che un tempo era definito «una vergogna». Tra incroci con la politica e nuove figure femminili di comando

Pubblicato il: 01/12/2022 – 6:46
di Paride Leporace
Ibrida, imprenditrice e chiusa nei fortini: la strana ‘ndrangheta di Rho

Per capire meglio la ‘ndrangheta a Rho periferia di Milano mi affido a Luigino, un operaio calabrese residente da quelle parti dal 1985 e oggi rientrato a casa.
In un circolo ricreativo in via del Carroccio una volta ha visto una persona entrare e dire «Chi n’è Bandera», «Signu io diciami». Bandera sta per Bandiera famiglia. Calabresi di ’ndrangheta.
Due ragazzi che Luigino allenava al calcio in una squadra giovanile sono stati coinvolti nell’ultima operazione sul crimine in Lombardia, operazione “Vico Rando”, dal nome antico di Rho, 49 persone arrestate. Non immaginava il coinvolgimento di quei due giocatori, Luigino.
Immersa, nascosta, difficile da decifrare la ‘ndrangheta a Rho. Luigino la percepiva ma non ne aveva mai visto il ghigno duro e violento che pur esiste.

Il fortino dei Bandiera

L’ultima operazione è nata da un’intercettazione trasmessa dai magistrati di Torino ai colleghi di Milano. Un’estorsione architettata da Gaetano Bandiera, già condannato nell’antica operazione Infinito e riuscito ad andare ai domiciliari per un finto malanno che lo avrebbe costretto a sedere su una carrozzella per invalidi: «Voglio che vieni a trovarmi. Senti lo zio Gaetano che ti vuole bene. Ti devo dire due parole e basta. Non ti tocca nessuno! Non avere preoccupazione». Una bella preoccupazione invece per il titolare del bar di Caronno Pertusella recarsi nella palazzina popolare dei Bandiera trasformata in un fortino con telecamere in ogni angolo, e due leoni incatenati in marmo all’ingresso della casa di famiglia.

Storia (trentennale) di un locale di ‘ndrangheta

Carmelo Novella

Secondo un’altra intercettazione del 2008 il locale di ‘ndrangheta esisterebbe da almeno trent’anni prima. Non avrebbe un locale madre in Calabria e spesso i componenti non sono calabresi. In antica prosa giudiziaria, infatti, trovi che capobastone sarebbe stato anche Stefano Sanfilippo, originario di Gela, ma sposato con Concetta Bressi, calabrese di Badolato. Era il luogotenente di Carmelo Novella. Il boss che il 14 luglio del 2008 sta al Bar “Reduci e combattenti” di San Vittore Olona, nel Milanese, quando due killer arrivati da Guardavalle in Calabria nel giardinetto gli puntano la pistola alla testa e lo finiscono chiudendo le sue mire scissioniste. Non voleva dare conto ai padrini di giù.
In un’altra intercettazione utile a capire il fregolismo del locale di Rho si ascolta: «U’ locale di Rho è la vergogna dei locali. Dei cristiani nel locale di Rho, solo uno è buono». Un bel risiko quel locale.

La donna boss e le nuove forme della ‘ndrangheta

Caterina Giancotti (a sinistra) prima donna boss di un “locale” in Lombardia

Dall’ultima operazione “Vico Rando” emergerebbe un ruolo apicale nel clan di una donna pugliese, Caterina Giancotti, 45 anni, originaria di Triggiano in provincia di Bari. Sarebbe secondo gli inquirenti la prima donna che capeggia un clan in Lombardia. Una bella novità sociologica un capo donna e pugliese. Eppure anche un autorevole esperto come Nicola Gratteri nel best seller “Fratelli di Sangue” desume che dall’operazione “Notte di San Vito” Rho è uno dei sedici locali lombardi di ‘ndrangheta dei Mazzaferro di Gioiosa Ionica. Da allora cosa è accaduto nella periferia di Milano? Molte operazioni hanno disarticolato i clan che si riorganizzano in nuove ibride forme?

Una ‘ndrangheta difficile da identificare

A Rho la ‘ndrangheta certo esiste ma è difficile da identificare. Una città che dal 1881 al 1971 ha visto crescere la sua popolazione da 7000 a 47000 persone grazie al boom industriale, in larga parte calabresi. E che negli anni 60 ha conosciuto i primi ‘ndranghetisti, giunti insieme ai migranti dell’epoca. Oggi molti emigrati sono anziani e hanno un rapporto stretto con il loro luogo che è periferia di sviluppo metropolitano che però vive come una media città di provincia. Le aree dismesse industriali hanno trovato la nuova vocazione con Expò. In un questionario sottoposto ad un campione di residenti di Rho e Pero pubblicato in una ricerca sociologica i cittadini hanno risposto che le loro preoccupazioni sono nell’ordine l’inquinamento, il traffico, la difficoltà di parcheggio. Solo l’11 per cento ha indicato il “rischio criminalità”.
Ma non manca la sensibilità civica. Lunedì scorso, il sindaco in un auditorium ha invitato il magistrato Alessandra Dolci della Dda a parlare di mafia agli studenti in un incontro pubblico.

Fiera Milano Rho

L’ex candidato dei Comunisti italiani presunto esattore del racket

La ‘ndrangheta di Rho forse la comprendi meglio da certe sfumature. Nell’ultima operazione è stato arrestato Vittorio Marchio, 72 anni. Nel 2012 aveva promesso un alloggio comunale a una famiglia in difficoltà usando la carta intestata del Comune ed era stato licenziato da impiegato comunale. Desta più sensazione che cinque anni prima era stato il candidato sindaco dei Comunisti italiani, colui che oggi risulta essere un presunto esattore del racket.

Luigi Calogero Addisi

Certo, caso piccolo rispetto a quello dell’ottobre del 2014 quando Ilda Boccassini arresta il consigliere comunale di Rho del Pd, Luigi Calogero Addisi, originario di San Calogero, paese della provincia di Vibo, finito nei guai per mediazioni di terreni e concorso esterno con l’organizzazione. Il fatto è che Addisi ha sposato una donna della famiglia Mancuso di Limbadi e lo avevano visto troppo in affari con quello zio acquisito che si chiama Pantaleone. Una storia di terreni industriali da riconvertire in zone residenziali per i quali Addisi aveva assicurato «In Comune ci penso io». Non era in grado di controllare nulla. È finito condannato a 5 anni e nelle memorie di archivio è rimasto l’imbarazzo del Pd locale per aver strappato al centrodestra un consigliere che non ha portato molto lustro.

Il pentito che comandava a Rho

Ha parlato di Rho anche il pentito Francesco Oliverio che lì comandava quelli di Cutro e Isola Capo Rizzuto. Al processo Aemilia ha raccontato come con i suoi uomini entrarono nell’accampamento degli zingari per una spedizione punitiva. «Il Comune di Cornaredo (dieci minuti da Rho in auto) non riusciva a sfrattarli e noi li abbiamo cacciati in una notte. Perché c’erano delle donne che andavano a rubare ai vecchietti e noi questa cosa non la sopportavamo. Glielo abbiamo detto una, due, tre volte. Poi gli abbiamo messo una stecca di dinamite sotto una roulotte disabitata, l’abbiamo fatta saltare e il mattino dopo non c’era più nessuno. Perché la ‘ndrangheta con il popolo ci sa fare. Con il consenso ci sa fare e questo torna utile al momento delle elezioni». Di questo pentito ha detto il consigliere regionale Tizzoni: «Oliverio, cresciuto e residente da molti anni a Rho, in diversi importanti processi sta aiutando i magistrati a comprendere meglio dove e come si muovono le locali sui nostri territori. Un paio di mesi fa al processo Aemilia durante una sua deposizione ha dichiarato che quando era a capo della ‘ndrina rhodense beneficiava dell’aiuto della politica locale e della polizia municipale. In quegli anni Oliverio era intestatario o aveva partecipazioni in diverse attività commerciali: un ristorante, un’impresa edile e altro. Oggi è ancora titolare dell’impresa edile e il ristorante, in centro città, lo ha intestato ai figli». Non ci sono stati grandi sviluppi su questo versante.

I traffici e la vocazione a diventare mafia imprenditrice

Il locale di Rho compare anche nelle carte della Direzione distrettuale di Trieste in cui si legge che l’organizzazione garantiva il proprio supporto agli ‘ndranghetisti di Monfalcone, in provincia di Gorizia, in cambio del 5 per cento sui proventi illeciti del traffico di droga e di armi. Un traffico, quello gestito dalla cosca friulana, capace di muovere fino a un chilo di cocaina alla settimana.
Per stare al presente anche alla cosca ibrida dei Bandiera hanno sequestrato la scorsa settimana un pub a Pero, un bar a Vanzago e uno a Rho, una rivendita ambulante di panini, una palazzina a Lainate. Ibrida o riconosciuta la vocazione a diventare imprenditrice è sempre uguale.
È lontana quella frase di un prefetto milanese che disse «A Milano non c’è mafia». Dopo l’ultima operazione che ha arrestato 49 persone il prefetto Francesco Messina, direttore Anticrimine della polizia, ha detto ai giornalisti: «L’operazione eseguita oggi testimonia che l’agire mafioso della ‘ndrangheta in Nord Italia ha assunto da tempo caratteristiche assolutamente sovrapponibili a quelle che ne caratterizzano l’azione nei territori in cui il fenomeno è endemico».
Una ‘ndrangheta tutta da decifrare quella di Rho, alle porte di Milano. Arrivata al tempo delle raffinerie industriali e oggi ancora nascosta nei suoi fortini al tempo del digitale. E con le donne che possono prenderne anche il comando. (redazione@corrierecal.it)

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