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Le armi e il tritolo della ‘ndrangheta. «Abbastanza da tirare giù mezza montagna»

La lettera del pentito Bruzzese in “’Ndrangheta stragista”. «L’esplosivo nelle disponibilità delle cosche Mancuso e Piromalli»

Pubblicato il: 24/01/2023 – 7:00
di Mariateresa Ripolo
Le armi e il tritolo della ‘ndrangheta. «Abbastanza da tirare giù mezza montagna»

REGGIO CALABRIA Abbastanza tritolo «da tirare giù mezza montagna» nelle disponibilità delle cosche Mancuso e Piromalli. Lo racconta il collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese in una lettera indirizzata al procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo. Nella stessa missiva il figlio di Domenico Bruzzese, esponente di primo piano della cosca Crea di Rizziconi, fa il nome di Aldo Moro e racconta: «Mio padre e Teodoro Crea mi dissero che la ‘ndrangheta aveva le sue responsabilità nel rapimento». Dichiarazioni che potrebbero aggiungere un tassello importante alla fittissima trama raccontata nel corso del processo d’appello “Ndrangheta stragista”. Una trama fatta di intrecci e rapporti oscuri tra ‘ndrangheta, Cosa nostra ed esponenti politici, nel processo che vede alla sbarra il boss palermitano Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, ritenuto espressione della cosca Piromalli di Gioia Tauro, condannati entrambi all’ergastolo in primo grado per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo avvenuto nel 1994.
Girolamo Bruzzese, ascoltato nel corso di precedenti udienze, fa così alcune precisazioni in merito alle dichiarazioni fatte durante il controesame dello scorso 13 dicembre, e potrebbe essere risentito in aula. Alla base di quelle che definisce «dichiarazioni impregnate di amnesie» ci sarebbero «stress» e «preoccupazioni», racconta inoltre il pentito, fratello di Marcello Bruzzese, assassinato in un agguato nel 2018.

«Il summit nell’agrumeto con Craxi e Berlusconi fu di domenica»

Un passaggio della missiva è dedicato all’episodio che, secondo Bruzzese, avrebbe visto protagonisti Silvio Berlusconi e Bettino Craxi, il «summit» che si sarebbe svolto in un agrumeto dove il padre del collaboratore di giustizia avrebbe trascorso la latitanza. A quella riunione, ha raccontato Bruzzese, – avvenuta nell’ottobre-novembre 1978 «dopo l’omicidio di Aldo Moro» e «prima delle elezioni politiche del ‘79» – avrebbero partecipato i vertici della ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. «Quando Silvio Berlusconi arrivò, Peppe Piromalli lo chiamò per nome. Lo conosceva già», aveva raccontato Bruzzese. Nella lettera depositata il pentito precisa anche il giorno della settimana durante il quale si sarebbe svolto l’incontro: «In merito invece alla domanda che mi ha posto l’avvocato di Graviano durante il contro esame, ovvero se io stessi o meno lavorando quel giorno in cui vi fu l’incontro tra Craxi e Berlusconi con gli alti esponenti di alcune famiglie ‘ndranghetiste, la risposta è che gli operai non potevano esserci in quanto ricordo perfettamente che il giorno in cui vi fu l’incontro era domenica». 

I rapporti degli esponenti di ‘ndrangheta, le «doppie affiliazioni» e le «responsabilità nel rapimento Moro»

«Mio padre e Teodoro Crea mi dissero che la ‘Ndrangheta aveva le sue responsabilità nel rapimento del presidente Moro», rivela in un passaggio il pentito che aggiunge: «Il fermo avvenuto nel 1976/1977 a Roma, presso il ristorante Il Fungo dell’Eur, dei soggetti Giuseppe Piromalli, Paolo De Stefano, Pasquale Condello, Mammoliti Saverio e l’esponente della banda della Magliana, era un preliminare atto al rapimento Moro».
Riferimenti poi ai rapporti tra ‘ndrangheta e Cosa nostra e a «doppie affiliazioni» degli esponenti calabresi alle due organizzazioni criminali. «I fratelli Girolamo e Giuseppe Piromalli, il nipote Pino Piromalli detto Facciazza, Luigi Mancuso, Nino Mammoliti, Nino Pesce e Paolo De Stefano avevano la doppia affiliazione alla ‘ndrangheta e alla mafia siciliana», scrive ancora Bruzzese dicendosi anche «dispiaciuto di non aver ricordato del comparato tra Carmine Alvaro e Giuseppe Scopelliti».

Armi da guerra e il tritolo nelle disponibilità dei clan

Armi da guerra, come kalashnikov, e grossi quantitativi di tritolo. Secondo Bruzzese a disposizione dei clan ci sarebbe stato un vero e proprio arsenale. Il traffico di armi, quando il collaboratore era latitante tra il 1997 e il 1998, sarebbe stato gestito dal figlio di Santo Rocco Filippone: «Ha commercializzato nel reggino un notevole quantitativo di armi da guerra», scrive il pentito nella lettera, parlando in particolare di kalashnikov. Bruzzese fa riferimento poi a un grosso quantitativo di esplosivo, e precisamente tritolo, che sarebbe stato in possesso delle cosche Mancuso e Piromalli: «Ricordo che Guerino Avignone disse che questi ne possedevano abbastanza da tirare giù mezza montagna», afferma Bruzzese che racconta di essere stato nelle campagne di Limbadi in una proprietà di un parente di Giuseppe Mancuso, «perché questi ci doveva consegnare circa 10 chili di tritolo, 30 detonatori e 100 metri di miccia a lenta combustione». (redazione@corrierecal.it)

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