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l’intervista

Regionalismo, Nuccio Ordine: «Si tratta di un assunto che non sta né in cielo né in terra»

Il docente, critico letterario e saggista di fama internazionale, interviene sul naufragio di Cutro: «Costoro sono cristi di carne, che non aiutiamo, che lasciamo morire in mare. Questo è il discorso»

Pubblicato il: 03/03/2023 – 12:09
di Emiliano Morrone
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Regionalismo, Nuccio Ordine: «Si tratta di un assunto che non sta né in cielo né in terra»

LAMEZIA TERME Nuccio Ordine è professore ordinario di Letteratura italiana nell’Università della Calabria. Critico letterario e saggista di fama internazionale, è considerato tra i massimi studiosi del Rinascimento e di Giordano Bruno. Ordine ha insegnato in diverse università prestigiose, tra cui Yale, New York University, École Normale Supérieure di Parigi, Paris IV (Paris-Sorbonne) e Paris III (Sorbonne Nouvelle). Con lui ci conosciamo da molti anni, anche per via della comune amicizia con Gianni Vattimo. Perciò evito di dargli del Lei, che significherebbe tradire la fiducia dei lettori. Nonostante debba sentirlo da tempo, il docente dell’Unical mi risponde subito al telefono. «Sono sconvolto – mi dice – dalla notizia della tragedia avvenuta nella nostra terra, nei pressi della spiaggia di Steccato di Cutro. Trovo scandaloso l’atteggiamento del ministro degli Interni e dell’intero governo sulla vicenda, che è una ferita insanabile per tutti». Rimango un momento in silenzio, poi gli chiedo di parlare dell’autonomia differenziata, tema spinoso su cui il Corriere della Calabria ha aperto un dibattito a più voci, tra gli altri sentendo il politologo Isaia Sales, il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, e i filosofi Alfonso Maurizio Iacono e Sergio Givone. Stavolta, però, l’intervista diventa piuttosto una conversazione su princìpi, diritti e questioni di portata globale. Ordine è un fiume in piena: ricorda, paragona, argomenta, ammonisce, trasforma la propria tensione in un discorso sul futuro del Sud e sui mali del capitalismo, sulla logica aziendale e commerciale che, a suo avviso, condiziona la politica, le riforme costituzionali e le grandi scelte dei governi.

Che cosa pensi del regionalismo italiano e dell’autonomia differenziata per come si prospetta?
«Non ho studiato gli effetti del regionalismo sulla vita politica. Quindi, non ho dati per esprimere un giudizio scientifico sull’autonomia differenziata. Però posso dire che esistono due diritti, quello alla conoscenza e quello alla salute, che non possono essere “regionalizzati”. Perché? Perché sono i due pilastri della dignità umana, dunque non possono finire in mano alle variabili impazzite dei partiti che governano una regione o un’altra. Perché ne sono convinto? Intanto perché la nostra Costituzione afferma che il Paese è uno, sicché tutto ciò che tende a dividerlo è anticostituzionale. Riguardo al secondo motivo, vorrei fare dei piccoli esempi di come l’arbitrio nella gestione delle scuole e delle università ci porterebbe, forzando la mano sul regionalismo, a paradossi pazzeschi. Abbiamo avuto la polemica sorta dall’infelice uscita del ministro Valditara. Secondo lui, i professori del Nord dovrebbero guadagnare di più rispetto ai professori del Sud, perché la vita nel Settentrione è più cara. Si tratta di un assunto che non sta né in cielo né in terra». 

In che senso, Nuccio?
«La verità è all’opposto di ciò che il ministro ha detto. In molti paesi del Sud, insegnare significa misurarsi con una serie di disagi che al Nord non hai. Per esempio, penso ai professori che lavorano nelle regioni meridionali, i quali fanno lezione in edifici scolastici completamente inadeguati, insicuri, cadenti, in alcuni casi neppure serviti da un trasporto pubblico efficiente. Penso pure al fatto che uno studente o un professore del Sud, per comprare un libro o per vedere rappresentazione teatrale, deve mettersi in macchina e percorrere chilometri. Nei piccoli paesi meridionali non ci sono librerie né teatri. Ancora, se vivi in una regione del Sud, subisci la precarietà dell’assistenza sanitaria. Quindi, se ti devi curare o se devi sottoporti ad una visita specialistica di un certo tipo, devi andare al Nord. Allora la vita costa molto di più per chi risiede al Sud». 

Sono condizioni sottovalutate dal governo?
«Certo. In Francia, nel 1981 il ministro dell’Educazione nazionale dell’epoca, Alain Savarin, aveva identificato una serie di aree di intervento al fine di correggere le disuguaglianze sociali presenti in quel Paese. Proprio nelle zone segnate dall’abbandono scolastico – e noi sappiamo che il fenomeno è più grave al Sud che al Nord –, proprio nelle zone con pesanti difficoltà economiche, in cui la disoccupazione è più marcata, lo Stato deve compiere uno sforzo finanziario maggiore. Quindi, lo Stato deve aumentare il numero degli insegnanti e dimezzare le classi pollaio che molto spesso vengono formate per risparmiare docenti e spazi. Se tu prendi una classe di 30 persone e la sdoppi in due classi da 15, hai bisogno di due aule, come spesso succede. Proprio in tali contesti, tipici del Sud, oltre ad aumentare gli insegnanti e ad offrire più possibilità, va prevista un’indennità da aggiungere allo stipendio dei professori. Ora, qual è il tema? Il tema è che la questione dei professori è molto grave nel Paese. E non si risolve dando 40 o 50 euro in più ai professori del Nord, per i motivi che ti ho detto. Con l’inasprimento della regionalizzazione, le riferite diseguaglianze tra Sud e Nord aumenterebbero». 

Ci sono altre criticità?
«Poi vi è un’altra questione importante, cioè quella culturale e scientifica. Molti anni fa, la Lega fece delle proposte per il Nord. In Veneto, il presidente Zaia si mosse per regionalizzare la storia e la letteratura. Che cosa vuol dire? Significa che nella testa di questi signori un ragazzo che sta in Veneto deve studiare gli autori veneti; un ragazzo che vive in Calabria deve studiare gli autori calabresi; chi vive in Sardegna studia quelli sardi. È un meccanismo che porterebbe il Paese alla più crassa ignoranza nel giro di due o tre generazioni. Perché? Perché nel Veneto non è che tu devi studiare solo Pietro Bembo perché di lì. No, studi Bembo perché è il padre della lingua italiana con le “Prose della volgar lingua”, con l’idea che il volgare doveva essere per la prosa il modello Boccaccio e per la lirica il modello Petrarca. Ma perché i veneti non dovrebbero studiare Dante, Petrarca e Boccaccio? Perché i veneti non dovrebbero studiare Campanella e Giordano Bruno, o viceversa? In Calabria uno dovrebbe studiare solo Campanella e poi non dovrebbe studiare Bembo, Manzoni, Dante e Petrarca? Sono prospettive che non stanno né in cielo né in terra; sono progetti che porterebbero a una desertificazione, a un’aridità inquietante dei programmi scolastici». 

Dunque temi che l’autonomia differenziata faccia male al Mezzogiorno?
«Sono netto: sulla scuola e sulla sanità, ci deve essere una visione di tipo, come dire, fortemente nazionale. Ciò sul principio, come dicevo prima, che la letteratura possa formare dei buoni cittadini italiani: in grado di capire che gli orientamenti attuali sul regionalismo non servono; in grado di concepirsi come cittadini europei, come cittadini del mondo. Infatti, quando segui una lezione di letteratura italiana, non puoi capirla in profondità senza metterla in relazione con le altre letterature europee o addirittura con le letterature del passato, quindi con la letteratura greca e con la letteratura latina. Le letterature servono ad abbattere i confini nazionali, le letterature servono ad abbattere i confini regionali». 

Per esempio?
«Se io leggo Shakespeare, comprendo che non è un inglese, ma appartiene alla cultura italiana. Perché? L’“Otello” e l’“Amleto” fanno parte di quel canone di classici che noi leggiamo e che ci formano in quanto cittadini. Lo stesso discorso vale per Dante in Cina o per Dante in Francia. Omero non è greco, ma è spagnolo, è francese, tedesco, inglese e così via. E lo stesso vale per il “Don Chisciotte”, che non è un romanzo soltanto spagnolo. La forza della letteratura è che ti fa varcare i confini nazionali, ti fa varcare i confini linguistici ed elimina qualsiasi frontiera mentale. Questa è la letteratura».

La letteratura è, insomma, uno strumento per superare i confini, su cui Massimo Cacciari scrisse un saggio molto interessante agli inizi del nuovo secolo, ritenendoli problematici e fuori del corso della storia?
«Sì. Se c’è una guida nazionale, diventa difficile mettere i programmi scolastici in mano a politici che hanno bisogno di produrre voti, di realizzare operazioni plateali per ingannare e conquistare l’elettorato. Lo stesso discorso vale per la sanità. Il diritto alla vita presuppone una solidarietà nazionale. In questi ambiti, la regionalizzazione non funziona. Regionalizzare in maniera razionale può essere positivo per certi aspetti, perché consente di adattare le leggi a determinate situazioni». 

Per quali aspetti?
«Le scuole si possono aprire un po’ più tardi nelle aree più calde. Noi non abbiamo la stagione sciistica come ce l’hanno nelle Alpi; lì si incomincia prima e poi, magari, nella stagione sciistica si fa una settimana di vacanza. Ci sono, dunque, delle cose che si possono fare e che si possono adattare». 

Sul regionalismo differenziato si dovrebbe allora meditare a fondo?
«Certo. C’è un principio fondamentale, il principio della solidarietà, che ci ricorda che l’Italia è una. È un po’ il discorso che, tantissimi secoli fa, Menenio Agrippa rivolgeva ai romani: quando le braccia decidono di non portare più il cibo in bocca per nuocere allo stomaco, se poi il corpo muore, muore l’uomo. Che cosa intendo significare? Se muore il Sud, il Nord perisce di conseguenza. Se manca la solidarietà, come ci ha insegnato l’esperienza della pandemia, siamo finiti. Parlo di solidarietà all’interno di una nazione, tra le nazioni e tra i continenti. A che serve che il mondo occidentale si vaccini, se poi, in Africa, o negli altri luoghi sofferenti della Terra, il virus si riproduce e quindi crea nuovi ceppi? Perché le persone dei Paesi più poveri non sono vaccinate? Perché non hanno i soldi per vaccinarsi».

Da giorni leggiamo le notizie sulla tragedia di Steccato di Cutro. Al riguardo, il governo italiano ha rimproverato all’Unione europea una distanza insistente, se non un’indifferenza cronica, rispetto alla gestione degli sbarchi. Da un lato, l’Esecutivo chiede aiuto all’Europa; dall’altro, invece, va avanti sull’autonomia differenziata. Prospettiva unitaria sui migranti e autonomia regionale più ampia sono in contraddizione? Qual è il tuo punto di vista? 
«È una contraddizione molto forte. Ed è una contraddizione che tutti i partiti sovranisti esprimono anche rispetto al tema dei migranti. Queste forze politiche sostengono che noi dobbiamo alzare muri in Europa, proprio come Trump li stava alzando e li voleva alzare, addirittura irrobustendoli, negli Stati Uniti d’America. Si crea così un dentro e un fuori: chi costruisce muri e i “barbari”, i “nuovi barbari” che vengono all’assalto. In proposito, mi sovviene un bellissimo racconto di Borges, intitolato “La muraglia e i libri”. Borges dice che c’è un antico imperatore cinese che costruisce la muraglia e nello stesso tempo incendia i libri. E l’autore dice che le due attività lo inquietano molto, perché sono attività con cui, in ogni caso, si vuole eliminare il passato. Infatti, chi innalza muri vuole distruggere il rapporto con la storia». 

Alludi ad un processo del genere anche in Italia?
«Noi abbiamo dimenticato che il nostro è un Paese di migranti. Abbiamo dimenticato che, agli inizi del Novecento, dal Veneto, dalla Calabria, dalla Basilicata, dalla Sicilia, partivano migliaia e migliaia di italiani; a volte senza saper né leggere né scrivere, senza avere niente, neanche una valigia, Partivano soltanto con gli abiti che avevano addosso. Scappavano dalla miseria, dalla fame, dalla disperazione. Ebbene, noi abbiamo dimenticato che quei connazionali andarono all’estero e realizzarono opere straordinarie. Allora è chiaro l’atteggiamento ignorante di chi costruisce i muri e distrugge i libri per distruggere il passato». 

A chi ti riferisci di preciso?
«Ai partiti sovranisti. Orbán, Fratelli d’Italia, la Lega, Vox in Spagna, Le Pen, Trump negli Stati Uniti d’America, tutti questi che cosa fanno? Sono i difensori della verità, cioè sono quelli che con violenza scendono in piazza per impedire, per abrogare leggi di civiltà. Per loro uno spermatozoo che entra in un ovulo ha già costituito un essere umano, contro ogni ragionevolezza e contro ogni evidenza scientifica. Quindi dicono che noi siamo assassini perché uccidiamo una cellula che è una vita. Però, poi, ecco la contraddizione, a loro non importa delle vite dei disperati che vengono in Europa a cercare un futuro migliore fuggendo dalla fame, dalle guerre di religione, dalla miseria. Costoro sono cristi di carne, che non aiutiamo, che lasciamo morire in mare. Questo è il discorso. Come fai a difendere lo zigote, che non è niente, e poi non ti preoccupi della vita di bambini e di esseri umani veri in carne e ossa?».

Ci sono almeno tre Italie: quella del Nord, ricca, produttiva, organizzata, efficiente, piena di servizi; quella del Centro, meno prospera; quella del Sud, la quale deve fare i conti con gravi problemi strutturali, culturali, economici e sociali, che peraltro favoriscono il dominio delle mafie. Secondo te, c’è una questione meridionale, aperta, che il governo non riesce ad inquadrare? Nel contesto, l’autonomia differenziata, soprattutto sulla sanità, sulla scuola, magari anche sull’università, aumenterebbe le differenze tra le diverse aree del Paese?
«Non c’è dubbio. Già senza l’autonomia differenziata, vediamo enormi diseguaglianze. C’è un libro molto bello, di Gianfranco Viesti, sull’università. Nel volume si mostra come le università che hanno di più continuino ad avere di più e le università che hanno di meno continuino ad avere di meno. Allora la redistribuzione dei fondi tra il Nord e il Sud non funziona. Le università del Sud soffrono molto di più di quelle del Nord, perché quando si parla di alleanze con l’impresa, quando si parla di cofinanziamenti, bisogna chiedersi dove siano, nel Sud, le imprese disposte a dare soldi agli atenei. E se tu non hai il cofinanziamento dell’impresa, perdi anche quella parte che potresti metterci per ottenere l’altra che ti darebbe lo Stato. Capisci? Questo che cosa significa? Significa che siamo all’interno di un meccanismo in cui la sperequazione c’è già, di fatto. È un dato evidente, oggettivo. Il principio della solidarietà è quasi svanito, in una realtà non ancora esasperata dal regionalismo differenziato. Che cosa comporterebbe l’autonomia differenziata? Ognuno penserebbe al suo territorio, quindi l’elemento della solidarietà si affievolirebbe fino a perdersi. Dove va l’Italia, con un Sud che non funziona?»

Sei preoccupato per il futuro dell’università?
«Sono molto preoccupato. Non solo per l’autonomia differenziata, che è un pericolo. Nel mondo intero, l’istruzione, la scuola e l’università sono state piegate verso il mercato. Oggi i giovani sono spinti a credere che debbano studiare per imparare un mestiere e guadagnare tanti soldi, sempre di più con le nuove tecnologie. Noi non stiamo formando dei cittadini colti, al contrario delle università e delle scuole del passato. No, stiamo formando consumatori passivi, cioè consumatori abituati, anche a scuola, ad usare la tecnologia, quindi a diventarne sempre più schiavi. Con molta chiarezza, Foucault ci diceva che per essere sorvegliato dovevi stare in un carcere, dovevi stare in un ospedale psichiatrico. Oggi, invece, tu sei controllato 24 ore su 24 da strumenti tipo smartphone, Gps eccetera. Allora non vedi le sbarre della prigione; non vedi l’occhio del “Grande Fratello” che ti controlla; non vedi e quindi sei felice di usare uno strumento che in realtà è la tua prigione. Questo stiamo facendo nelle scuole e nelle università: abbiamo abbassato il livello culturale». 

Oggi la tecnologia favorisce l’impoverimento culturale? Se è così, che fine faranno gli studi umanistici? Stiamo pagando l’aziendalizzazione dei servizi e dei diritti? È la vittoria finale del mercatismo?
«È una tendenza dominante. Ormai, per esempio, imperversano le università telematiche, che servono a vendere diplomi. Purtroppo, anche le scuole e le università di Stato stanno applicando questa logica di tipo imprenditoriale. E perché le università e la scuola non possono essere imprese? Perché la logica dell’impresa non va bene per la conoscenza. Se in un’impresa un ramo non produce, tu lo tagli. Se io ho un solo professore che insegna il sanscrito a due studenti, il Consiglio d’amministrazione potrebbe dire che non è sostenibile pagarlo per così pochi allievi. Quindi, chiudiamo l’insegnamento del sanscrito; domani si chiuderà l’insegnamento del greco, dopodomani quello del latino. Siamo di fronte ad un pericolo tremendo per il futuro della democrazia, perché lentamente tagliamo il rapporto col passato». 

Ne sei turbato, sento.
«Quando moriranno gli ultimi conoscitori del sanscrito, gli ultimi conoscitori del greco, gli ultimi conoscitori del latino, che cosa succederà nel mondo? Di fronte a una scoperta archeologica, di fronte a una pergamena, di fronte a un documento, non ci sarà più un essere umano in grado di decifrare e leggere questi reperti. Nel giro di tre, quattro generazioni, quando non ci sarà più nessuno in grado di decifrare e di tradurre, a che cosa serviranno le biblioteche e gli archivi di Stato? Avremo una rottura con il passato e il trionfo dell’ignoranza. Ma non faremo più caso al fatto che non puoi comprendere il presente e prevedere il futuro, se non conosci il passato». 

È la religione capitalistica, basata sul dogma della tecnologia?
«Sì. La logica della tecnologia che cosa impone? Impone una visione completamente diversa: ti convince che conta il futuro, non il passato. Tutto ciò che è passato è obsoleto perché non serve più. Allora, con sempre maggiore proselitismo, conta il 4.0, il 5.0, poi il 6.0. L’iPhone 14 cancella tutti gli iPhone 13 che ci stanno. Questa logica è nefasta, mira a polverizzare la cultura, che invece ci serve a capire il mondo complesso nel quale siamo immersi. Non so se sono stato chiaro».

Perché permane un silenzio diffuso sulla riforma dell’autonomia differenziata? Perché non c’è partecipazione sull’argomento?
«Intanto, questo e altri disegni di legge non circolano come dovrebbero. Vorrei vedere un progetto di riforma che veramente si prenda in considerazione e che venga considerato come punto di riferimento. Il problema è che alla gente non vengono illustrate le conseguenze dell’autonomia differenziata per come concepita. Altrimenti, come si spiega che anche in Calabria la Lega prenda tanti voti, nonostante le offese da parte dei leghisti? Oggi la propaganda politica è dominante ed è raro che si entri nel merito delle questioni». 

E allora?
«Allora penso che queste riforme possano essere pericolose perché contengono delle trappole. Finiscono, cioè, per sabotare il futuro della scuola, della cultura e della società; finiscono per eliminare la solidarietà che ci dovrebbe essere dentro una nazione. Una delle contraddizioni dei sovranisti è il Paese unico. Siamo dei patrioti, però siamo dei patrioti che sabotiamo le parti del Paese più in difficoltà e anche il domani di quelle popolazioni che soffrono di più. Parliamoci chiaro, chi sta pagando la crisi dell’Ucraina, chi ha pagato le crisi economiche degli ultimi decenni? Sempre le classi povere, che sono diventate più povere, e le classi medie, che stanno trasformandosi in classi povere. Questo è quanto sta accadendo un po’ in tutto il mondo. Si tratta del frutto di un capitalismo, di un neoliberismo rapace che, dopo la Thatcher, ha dettato legge con lo slogan “non ci sono alternative”. Non è vero che non ci sono alternative. Esse si cercano, se si vogliono».

Secondo te andiamo verso la scomparsa della civiltà dei diritti, di cui, però, l’Occidente si vanta?
«Con la caduta del muro di Berlino e del comunismo, il capitalismo ha rotto i margini e ha invaso completamente la vita sociale. In un suo bellissimo libro, intitolato “Il diritto di avere diritti”, espressione che risale ad Hannah Arendt, Stefano Rodotà – tra le menti più lucide che abbiamo avuto in Italia negli ultimi 50 anni – ci ha spiegato che lentamente abbiamo perduto tutti i diritti. Allora, non si reagisce perché i partiti politici non hanno più una funzione di guida della collettività: sono ormai partiti privati, con nomi e cognomi di persone che poi passano come meteore. Viviamo in una crisi molto forte della democrazia e della rappresentatività. Ma è anche una crisi del ragionamento». 

Ti riferisci alla compressione del discorso politico, alla sua riduzione a messaggio commerciale?
«Sì. Non si ragiona più: non si è più abituati al dialogo, specie con l’avvento dei social. Quando ero ragazzo, c’erano i comizi nei Paesi. Duravano un’ora e mezza. Allora un candidato argomentava, doveva argomentare. Oggi i dibattiti televisivi sono spot di un minuto, di un minuto e mezzo, in cui devi dire degli slogan. Non c’è più il ragionamento né i ragazzi sono abituati a ragionare. I 280 caratteri di Twitter e il messaggio scritto via WhatsApp o su Facebook non sono esempi di rigore, di ragionamento e di argomentazione. Tra l’altro, i test con cui i ragazzi vengono addestrati nelle scuole sono la negazione del ragionamento analitico. Sono nozioni ripetute a pappagallo. Ecco, insomma, dove si sta andando. È il tempo della negazione, dell’uccisione della razionalità umana». (redazione@corrierecal.it)

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