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la riflessione

«Non tutti i calabresi sono accoglienti: quando respingemmo i nostri fratelli»

Una storia dimenticata mi è tornata in mente dopo i recenti fatti di Cutro. Nei primi giorni di marzo del 2020 (l’annus horribilis della pandemia), migliaia di calabresi (e di meridionali in gener…

Pubblicato il: 08/03/2023 – 8:38
di Francesco Bevilacqua*
«Non tutti i calabresi sono accoglienti: quando respingemmo i nostri fratelli»

Una storia dimenticata mi è tornata in mente dopo i recenti fatti di Cutro. Nei primi giorni di marzo del 2020 (l’annus horribilis della pandemia), migliaia di calabresi (e di meridionali in genere), che vivevano nel Nord Italia per studio o lavoro, si riversarono nelle stazioni e sulle strade per far rientro in Calabria. Qualcuno aveva fatto trapelare il provvedimento col quale il governo avrebbe chiuso, di lì a poche ore, le frontiere fra le regioni. E poiché fabbriche e scuole erano già state chiuse per il lockdown, i calabresi emigrati cercarono una via di fuga dalla “prigionia” nelle piccole “celle” dei palazzi-alveari delle città del Nord, per rifugiarsi nei loro paesi d’origine. Solo una parte dei nostri emigrati riuscì a rientrare in Calabria. Molti altri rimasero bloccati al Nord: alcuni per scelta, altri per imposizione. Ma mentre le TV mandavano le immagini della Stazione Centrale di Milano presa d’assalto, un coro di indignazione si levò da tanti calabresi di Calabria che intendevano così contrastare l’esodo degli “infetti”, come erano considerati coloro che venivano dalle regioni del Nord. A quelli che tornavano veniva intimato di restare dov’erano per impedire che portassero il contagio in Calabria. Li si accusava di essere irresponsabili e riottosi alle regole. I social si riempirono di invettive, minacce e nel migliore dei casi di giudizi pesantissimi. Fummo in pochi a sostenere le ragioni di chi fuggiva dal Nord, ingaggiando polemiche senza fine con gli ossessionati del respingimento. Questi ultimi si illudevano che il virus potesse rimanere circoscritto nei focolai del Nord. Noi, invece, ritenevamo che una pandemia in un mondo globalizzato e aperto sarebbe dilagata ovunque e che, in ogni caso, i nostri corregionali avevano il diritto di tornare a casa.
I fatti dimostrarono che il contagio al Sud non fu affatto portato da chi rientrava e in men che non si dica i numeri della pandemia divennero simili ovunque. Ciò nonostante, nessuno di coloro che aveva inveito contro i propri “fratelli” ha mai pensato di scusarsi. Lo faccio io adesso, ricordando quei fatti ed osservando quanto sia facile divenire intolleranti, incoerenti, obnubilati dalla paura e dall’ostinazione nel giudicare gli altri: “e che sarà mai? non sono mica costretti a stare in trincea”; “prima non hanno visto l’ora di andarsene dalla Calabria ed ora vorrebbero tornare”; “imparino anche loro a rispettare le regole”; “irresponsabili”; “criminali”; “venite a portarci il contagio”. Sentimenti e gesti, questi, figli dello stesso egoismo, della stessa incapacità di immedesimarsi che porta ancora oggi tanti fustigatori a sostenere che i migranti non debbano fuggire dai loro paesi. Nel nostro mondo, in mezzo a tutti noi, esiste un’altra forma di invasione, una pandemia celata ben più grave di qualunque altra e che nessun Piantedosi o Burioni sarà mai in grado di contrastare, quella della disumanità.

*Avvocato e scrittore

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