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la strage dei migranti

I naufraghi “prigionieri” del Jammer: «Tutti hanno provato a chiamare i soccorsi ma non avevamo linea…»

Il drammatico racconto di un superstite davanti al Gip minorile di Catanzaro. L’avvocato Verri: emergono sempre più le falle nei soccorsi

Pubblicato il: 21/03/2023 – 15:39
I naufraghi “prigionieri” del Jammer: «Tutti hanno provato a chiamare i soccorsi ma non avevamo linea…»

CATANZARO Davanti al Gip del Tribunale dei minori di Catanzaro sono proseguite oggi le udienze dell’incidente probatorio del procedimento a carico del 17enne pachistano indagato quale presunto componente dell’equipaggio dell’imbarcazione naufragata nelle acque di Steccato di Cutro (Crotone). Questa mattina era prevista l’escussione di tre superstiti al tragico naufragio dello scorso 26 settembre, ma dei tre è stato dichiarato irreperibile mentre un secondo sopravvissuto non è comparso ed è stato riconvocato per il 4 aprile con la forma dell’accompagnamento coattivo.

Parla un giovane afgano

A essere ascoltato oggi è stato dunque solo un giovane afgano, Kabiry Rohullah, che ha raccontato di essere scampato alla morte nuotando fino a riva. «Il giovane afgano – ha spiegato Domenico Poerio, l’avvocato che ha assistito il teste, parlando con i giornalisti – ha riconosciuto l’odierno indagato dicendo che ha avuto una parte all’inizio, perché aveva nella sua disponibilità una casa nella quale sono stati ospitati i 180 migranti prima della loro partenza verso l’Italia, ha detto che era la casa dei trafficanti. Poi tutti sono stati trasferiti con dei camion in uno dei quali c’era l’odierno indagato. Questo indagato secondo il mio assistito aveva un ruolo nell’organizzazione, un ruolo minore rispetto ad altri individuati come scafisti o piloti ma aiutava l’equipaggio». 

«Gli scafisti non hanno voluto chiamare i soccorsi»

Nel suo racconto, Kabiry Rohullah ha sostenuto che «l’ultima notte il mare era ancora più agitato. Anche quando ci hanno dato i telefonini non avevamo linea perché c’era un Jammer. Se avessi avuto linea avrei chiamato i soccorsi ma non avevo linea. Hanno provato tutti ma nessuno aveva la linea. Abbiamo chiesto agli scafisti di chiamare i soccorsi ma ci hanno detto che non c’era bisogno. Non li hanno chiamati nemmeno vicino alla costa. Quando poi hanno visto delle luci a terra  hanno pensato che fosse la polizia, hanno fatto una manovra repentina per scappare. Le onde alte – ha proseguito il teste – hanno fatto inclinare la barca, poi è avvenuto l’urto». Nel corso dell’escussione del giovane afgano è stata di nuovo affrontata la questione della eventuale presenza a bordo dell’imbarcazione di un borsone pieno di soldi, presenza riferita nei giorni scorsi da alcuni organi di informazione: «Il mio assistito – ha concluso l’avvocato Poerio – ha detto che non ha visto nessun borsone, ma che una coppia che stava nella stiva gliene ha parlato».

Verri: emergono frammenti di verità, falle nei soccorsi

All’udienza odierna ha partecipato anche l’avvocato Francesco Verri, legale dei parenti delle vittime del naufragio di Cutro: «L’aspetto dal mio punto di vista più interessante – ha sostenuto l’avvocato Verri – è legato alle fasi che hanno preceduto l’urto perché il superstite ha dichiarato che gli scafisti puntavano sul favore delle tenebre, volevano cioè arrivare di notte. È un dato acclarato però significativo e anche, a questo punto, processuale, perché così come gli scafisti sanno che arrivando di notte si rendono meno riconoscibili, l’attenzione delle autorità di notte dev’essere maggiore per la stessa speculare ragione. Il drammatico gioco a guardia e ladri presuppone che i ladri facciano i ladri ma che le guardie facciano le guardie. Il superstite – ha quindi concluso Verri – ha dichiarato che ha nuotato circa mezzora e quando è arrivato a terra c’erano già i carabinieri, quindi potrebbe essere arrivato a terra dopo il testimone che abbiamo sentito ieri, che ha invece nuotato solo mezzora ma non ha trovato nessuno, solo un pescatore». «Sono stati tre giorni drammatici. Ascoltare dal vivo il racconto dell’odissea vissuta dai superstiti ci ha permesso di immedesimarci ancora di più e di capire meglio molti fatti. Per esempio, gli scafisti a un certo punto hanno rallentato la navigazione. Volevano arrivare di notte perché per le forze di polizia sarebbe stato più difficile intervenire», ha poi detto all’Adnkronos Verri. «Specularmente, diciamo noi, le autorità avrebbero dovuto dare maggiore attenzione. Poi c’è il tema dei soccorsi – ha aggiunto il legale – Assad, il fratellino morto di freddo e lo zio sono stati in mare per tre ore. Abbiamo raccolto anche queste notizie in aula. E quando i primi superstiti sono arrivati a terra non c’era ancora nessuno. Solo un pescatore. Cominciamo a emergere molti frammenti di verità. Andiamo avanti. La magistratura scoprirà tutto e noi daremo il nostro instancabile contributo».  (c. a.)

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