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La “lectio magistralis” dell’imprenditore in odore di ‘ndrangheta. «Così mi sono salvato dalle inchieste»

I consigli di Gregorio Coscarella, legato al clan Fiarè, a Colloca. «Allontanati da tutti». La macchina dello zio boss ignorata («ma se posso gli faccio cento favori») e il racconto sui buoni rappo…

Pubblicato il: 05/06/2023 – 18:40
di Pablo Petrasso
La “lectio magistralis” dell’imprenditore in odore di ‘ndrangheta. «Così mi sono salvato dalle inchieste»

VIBO VALENTIA Intorno a Domenico Colloca e Gregorio Coscarella ruota, secondo la Dda di Catanzaro, parte degli affari dei clan del Vibonese nella galassia sanitaria. Gli appalti nelle mense ospedaliere sono cosa loro e di un oligopolio di ditte attraverso una rapporto che, nell’ipotesi dei magistrati, si sviluppa con alcuni manager dell’Asp di Vibo Valentia. Colloca e Coscarella, entrambi da considerarsi innocenti, sarebbero due facilitatori direttamente in contatto con la ‘ndrangheta. Tra le tante conversazioni intercettate e riportate nelle 9mila pagine del decreto di fermo “Maestrale-Carthago”, si rivelano anche le «specifiche accortezze» utilizzate da Coscarella – nipote dei boss Fiarè di San Gregorio d’Ippona – per celare i propri contatti con la cosca. I pm antimafia – l’inchiesta è coordinata dal procuratore Gratteri assieme a Antonio De Bernardo, Annamaria Frustaci e Andrea Buzzelli – considerano uno di quei dialoghi «una lectio magistralis che Coscarella offre a Colloca circa le modalità per salvaguardare l’apparenza». Parliamo, secondo l’accusa, di un imprenditore legato alle cosche del Vibonese, che si aspetta di essere sotto la lente di ingrandimento degli investigatori. E, dunque, fa di tutto per sviarne l’attenzione. 
In questa “lezione”, Coscarella racconta «di essere attento a non farsi vedere per strada con gente pregiudicata, e di fare in modo, nel caso di intercettazioni in corso, di passare per brava persona fuori da ogni tipo di condizionamento mafioso». A Colloca consiglia «anche di non propendere in maniera palese per nessuna compagine politica». L’esempio è il rapporto che (Coscarella, ndr) intrattiene con suo zio Rosario Fiarè, «con il quale non si faceva mai vedere insieme in pubblico, ma rimanendo per qualunque cosa a disposizione». 

«Se vedo la macchina di mio zio non mi fermo. Sono 7-8 anni che sto in pace»

«Devi allontanarti – dice all’amico –. Se politicamente sul territorio appare che siamo separati… è ancora meglio per me! eh! quindi?!! Favori faccio io a loro! Nel senso che se lo devo favorire su una cosa lo favorisco! […] Mimmo io ti dico che mi sono salvato così!». Questa “salvezza”, Coscarella la deve anche a ciò che i parenti captati dicevano di lui. «Io – dice ancora – ti faccio leggere intercettazioni a San Gregorio… “noooo, Gregorio è un montone!”… erano i miei zii stessi che lo dicevano! “passa e non ci saluta per niente!”. Poi lo so io se li saluto o non li saluto… perché se gli serve qualcosa e lo posso fare….. non una… cento…». I favori sì, «però però se io passo davanti al Bar e vedo la macchina di mio zio… io non mio fermo! Me ne vado! E la gente lo vede! lo nota… ed io sto in pace o Mimmo! Sono 7-8 anni che sto in pace! Con la pace!». 

La visita dei carabinieri per chiedere un gruppo elettrogeno

Così in pace – continua la lectio magistralis – da essersi «fatto un’etichetta di brava persona tanto da essere chiamato» da un maresciallo dei carabinieri per risolvere «qualche problema». Il racconto di quella volta che il sottufficiale si sarebbe rivolto a Coscarella perché la caserma era rimasta senza corrente e in poco tempo, con l’aiuto di Pino D’Amico della Dmt Petroli «riuscì a procurargli un gruppo elettrogeno per fornire di corrente elettrica la caserma». D’Amico, per la cronaca, è stato arrestato nel blitz Petrolmafie.  «Tutto questo bordello non mi fermano per niente o Mimmo! Agli altri smontano le macchine, a me non mi fermano per niente… Tu ci credi che ci sono i posti di blocco e a me non mi fermano per niente? Mi fanno passare…». 
Quando, a sera, i carabinieri arrivano a casa di Coscarella, sua moglie si spaventa («i carabinieri, che è successo?»), ma il maresciallo è lì soltanto per chiedere all’imprenditore la cortesia di trovare quel gruppo elettrogeno e riportare la corrente in caserma. Si sentiva così tranquillo da raccontare i suoi metodi all’amico ed esortarlo all’emulazione. Sembra filare tutto liscio per il deus ex machina della ristorazione ospedaliera. Fino a quando, il 10 maggio – giorno del fermo dell’inchiesta “Maestrale-Carthago” – i carabinieri bussano alla sua porta. E non lo fanno perché hanno bisogno di un gruppo elettrogeno. (p.petrasso@corrierecal.it)

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