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l’ascesa criminale

‘Ndrangheta, Ascone “U Pinnularu” legato «mani e piedi» ai Mancuso di Limbadi

L’uomo è il riferimento del clan nel territorio di Montalto. Dai legami con le cosche di Lamezia a quelli con Pino “Bandera”. Le accuse dei pentiti

Pubblicato il: 11/09/2023 – 7:00
di Giorgio Curcio
‘Ndrangheta, Ascone “U Pinnularu” legato «mani e piedi» ai Mancuso di Limbadi

VIBO VALENTIA Una sorta di “perno” criminale, attorno al quale quasi ogni episodio avvenuto nel suo territorio ha visto lui come protagonista. L’inchiesta “Maestrale-Carthago 2” della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha scavato nel passato, quello più lontano tanto quello più recente, di Salvatore Ascone. Conosciuto da tutti come “U Pinnularu”, il classe ’66 è a tutti gli effetti l’uomo di fiducia e di riferimento assoluto per il potente clan Mancuso di Limbadi nel territorio che comprende località Montalto, al confine delle province di Reggio Calabria e Vibo Valentia, oggetto di una coesistenza di interessi delle cosche criminali attive tra Limbadi e Rosarno, i Mancuso e i Bellocco-Cacciola. Proprio lì dove la vita di Maria Chindamo è stata distrutta.  

La storia criminale di Ascone

La carriera criminale di “U Pinnularu” è travagliata e lunga, tra arresti, accuse, scarcerazioni e una vita passata a gestire i suoi terreni e gli animali. Il suo nome, però, salta fuori già nell’operazione “Perseo” scattata all’alba del 26 luglio 2013 contro le cosche di ‘ndrangheta di Lamezia Terme attive nel narcotraffico, con l’esecuzione di 65 arresti. Di Salvatore Ascone non c’è traccia almeno fino 4 febbraio del 2014 quando le Squadre Mobili di Catanzaro e Vibo Valentia interrompono la sua latitanza a Limbadi, in un locale adibito a stalla di proprietà dei suoi familiari. Nel processo “Perseo bis” con rito abbreviato ottiene, a dicembre 2021, la condanna a 5 anni e 4 mesi. Ascone finisce in arresto di nuovo l’11 luglio del 2019 perché accusato di aver preso parte all’omicidio di Maria Chindamo, ma verrà scarcerato il 2 agosto. A gennaio del 2021 la Cassazione, dichiarando inammissibile il ricorso della procura di Catanzaro, conferma la sua scarcerazione per il caso Chindamo. E, mentre è ancora indagato, a giugno ottiene anche l’assoluzione del gup, in abbreviato, per l’inchiesta “Bianco e nero”, difeso anche in questo caso dall’avvocato Francesco Sabatino, finito in carcere proprio nell’ultimo blitz della Dda di Catanzaro.  

La “carriera” all’ombra dei Mancuso

La storia criminale di Ascone e della sua famiglia è lunga. A parlarne è addirittura Giuseppe Scriva, quello che è considerato a tutti gli effetti uno dei primi collaboratori di giustizia della ‘ndrangheta. «(…) sono in grado di fornire i nominativi di soggetti che sicuramente fanno parte di tale associazione criminosa e che conosco personalmente (…) sono ‘ndranghetisti o “malandrini” Rocco Ascone di Limbadi (…)» ovvero il fratello, classe ’63 di Salvatore, morto nel 1990. Saranno tanti i collaboratori di giustizia che, nel corso degli anni successivi, delineeranno sempre più chiaramente la figura di Salvatore Ascone. Da Giuseppe Giampà ad Andrea Mantella ed Emanuele Mancuso, ma sarà Ewelina Pytlarz a fornire alcuni tra gli elementi più rilevanti. Pytlarz, infatti, era la moglie di Domenico Mancuso, fratello di “Luni Scarpuni” ovvero Pantaleone Mancuso. La donna, dopo aver intrapreso il percorso di collaborazione, ai magistrati racconta episodi fino a quel momento inediti relativi a Salvatore Ascone. «I familiari di mio marito hanno a disposizione delle persone, quali Manuel Calla, Cuturello ed i suoi figli, Ascone e numerosi altri che non conosco personalmente, i quali obbediscono ai loro ordini come i cani addestrati e si butterebbero nel fuoco per loro». Questo racconta Pytlarz il 12 dicembre del 2013 ai magistrati. «Ad ogni perquisizione che subivano Ascone “U Pinnularu” interveniva con un apparecchio e cercava di scoprire se fossero state istallate delle microspie (…) Salvatore Ascone venne immediatamente a casa e ispezionò tutti i locali fino a dietro i mobili avvicinandovi un piccolo apparecchio che teneva in mano per cercare una microspia In tale occasione non fu trovata nessuna microspia».

I rapporti con Pino “Bandera” Mancuso

Che Salvatore Ascone fosse un uomo di “fiducia” della famiglia Mancuso lo certifica, secondo gli inquirenti, anche il rapporto instaurato con un altro elemento di spicco del clan, Giuseppe Mancuso per tutti noto come “Pino Bandera”. Sarebbe stato lui, infatti, ad inviare delle missive a Salvatore Ascone, occultandole nelle confezioni delle merendine consumate in occasione dei colloqui in carcere sostenuti con i propri familiari. È ancora la Pytlarz a raccontarlo ai magistrati il 15 gennaio 2014. «(…) riguardo alle attività criminose dei componenti della famiglia Mancuso, ricordo che mio cognato Pino “Bandera” dal carcere mandava messaggi a Salvatore Ascone nascondendo dei biglietti nelle scatole delle brioche della Kinder (…) Pino portava dalla cella una scatola di brioche che le guardie consentivano che si consumassero insieme a noi familiari. La scatola vuota, ovvero con pochi pezzi di brioche, rimaneva a noi e conteneva un biglietto in una busta con la scritta “PINNULARO” nascosta tra due fondi della scatola incollati tra di loro tali da sembrare un solo foglio». «Una volta a casa – racconta – mio marito Domenico, su ordine di mia suocera, portava la missiva a Salvatore Ascone. Ricordo che ciò è avvenuto due volte una volta mentre Peppe era detenuto a Palmi e l’altra volta non ricordo bene se era in carcere a Catanzaro o a Vibo Valentia».

I rapporti con i clan di Lamezia

Tra chi ha tratteggiato la caratura criminale di “U Pinnularu” c’è anche Giuseppe Giampà, l’uomo dei clan di Lamezia Terme con il quale, secondo l’accusa, Ascone avrebbe instaurato rapporti criminali legati ad ingenti traffici di droga. Ai magistrati, il 25 gennaio del 2013, racconta che nel 2009 «Salvatore Ascone mi chiese il favore di sequestrare un soggetto di nazionalità straniera, forse ucraino o polacco, perché lo interrogassi in quanto ritenuto coinvolto in una rapina ai danni di tale “Luni” il quale so che non fa Mancuso di cognome ma che appartiene comunque ai Mancuso, al quale sono stati rubati 2 o 300.000 euro proventi di narcotraffico». «Ascone – racconta ancora Giampà – mi riferì che loro erano certi che a riferire gli spostamenti del “Luni” a persone del luogo era stato lo straniero. Volevano soltanto la conferma di questa cosa. Io mi rifiutai di sequestralo e interrogarlo, ero disponibile solo ad ucciderlo. Dopodiché non ho saputo più niente della cosa».

Le dichiarazioni di Mantella e Mancuso

«Diego Mancuso diceva che era un ragazzo che era cresciuto con loro e che era vicino ai Mancuso. Io sapevo già che Ascone era vicino a loro da quando, credo nell’anno 2005, me lo presentò Filippo Fiarè in relazione ad una vicenda concernente la vendita di bestiame ai fratelli Micarelli di Briatico, quando Ascone si mise in mezzo per garantire il pagamento del bestiame che io avevo venduto loro». Anche Andrea Mantella, dunque, in un verbale del 2020, riconosce “U Pinnularu” quale uomo legato a mani e piedi alla famiglia Mancuso. A confermare ulteriormente il ruolo di Salvatore Ascone all’interno della famiglia Mancuso è, infine, Emanuele Mancuso. Prima di intraprendere il percorso di collaborazione con la giustizia, infatti, il classe ’88 figlio di Pantaleone Mancuso, alias “L’ingegnere” nonché nipote di Mancuso Luigi, alias “Il Supremo” aveva con Ascone un rapporto molto stretto. «Lui è nato nella ‘ndrangheta ed ha sempre fatto parte della famiglia Mancuso» racconta ai magistrati «si vantava con me di averne fatto parte fin dalla nascita e di essere cresciuto insieme alla mia famiglia. Anzi, io mi stupisco di come non sia mai stato “toccato” dalle Forze dell’ordine. Peraltro, lui ha sempre avuto rapporti con le stesse Forze dell’ordine, al punto che mio padre mi raccomandava di non frequentarlo, poiché “pericoloso”, nel senso che dopo aver trattato affari con un soggetto anche per anni, “se lo vendeva” alle Forze dell’ordine, facendo l’informatore. Inoltre, Ascone ha sempre fatto affari nel traffico di droga con famiglie di ‘ndrangheta del reggino, alle quali si presentava come esponente dei Mancuso». (g.curcio@corrierecal.it)

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