Le mutazioni della ‘ndrangheta, un quadro ancora «incompleto»
Il rapporto tra Chiesa e fenomeno mafioso. Le poche fonti sulla “colonizzazione” della mala lontano dalla Calabria

COSENZA Sono ancora molto ampi gli spazi inesplorati sulla relazione tra cattolicesimo e ’ndrangheta: un tema spinoso indagato dal professore Roberto Violi, dell’Associazione per la Storia sociale del Mezzogiorno e dell’area mediterranea e già docente dell’Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale. La relazione su “La società religiosa tra Stato liberale ed emersione della mafia in Calabria”, tenuta a Cosenza nel corso del convegno “Le mutazioni della ‘ndrangheta“, organizzato dall’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, ha consentito di approfondire un tema forse poco dibattuto.
L’aspetto dinamico del rapporto tra mafia e religione
«La mafia che è in Calabria tende a essere presente in un’articolazione di realtà e quindi anche nell’ambito religioso. Molto su questo tema è stato trattato dagli studi socio-antropologici. Il mio approccio è più di tipo storico, per cercare di capire – al di là di quelle delle forme religiose sacrali, per esempio dei riti – l’aspetto dinamico». Secondo Violi, «l’aspetto più grave è che la religione, il cattolicesimo nel nostro caso, non sia stata sempre in grado di trasmettere un fattore di produzione morale, di un’etica sociale».

Si spieghi meglio. «Nel lungo periodo, allargando lo sguardo e approfondendo il rapporto fra la Chiesa e i fenomeni mafiosi, ci accorgiamo che da un passato nel quale c’è stato un silenzio, una certa inerzia della Chiesa, si è arrivati alla formazione di forze spirituali, culturali e religiose che hanno condotto i gruppi religiosi, i movimenti, i sacerdoti e i laici all’interno della società civile a diventare forze morali e sociali che si battono per la legalità e per il recupero anche della fede cristiana proprio in un’ottica di incompatibilità con i fenomeni mafiosi». È stato un processo lungo, tortuoso, complesso.
La “colonizzazione” della ‘ndrangheta
Ci si interroga spesso sulla nascita della ‘ndrangheta, sul momento esatto nel quale la criminalità calabrese ha deciso di operare un profondo cambiamento sostituendo le figure stereotipate dei contadini arrabbiati e muniti di coppola e lupara, con quella dei malandrini in giacca e cravatta accompagnati da una 24ore sempre piena di danari. È John Dickie, dell’University College di Londra (Gran Bretagna), a discutere della “‘ndrangheta prima della ‘ndrangheta”. «Il problema, come accade sempre con la storia della ‘ndrangheta, è la mancanza di attenzione da parte dello Stato e delle autorità di polizia, perché è da lì che vengono la stragrande maggioranza delle fonti storiche. Vorremmo sapere molto di più sui due decenni dopo l’Unità d’Italia. Abbiamo un quadro abbastanza completo e convincente della ‘ndrangheta della fine dell’Ottocento, ma ancora ci sono molti buchi, molte ricerche ancora da fare sulla diffusione in giro per il mondo, per esempio, sulla sponda australiana», sostiene Dickie.

La ricerca storica non è stata fatta? «Esatto. Bisognerebbe conoscere bene la storia per comprendere meglio questa “colonizzazione” della ‘ndrangheta, come abbia fatto a diffondersi in altre regioni d’Italia», continua Dickie. Che aggiunge: «Stiamo parlando degli anni del miracolo economico, quindi un periodo a cavallo tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60». La narrazione delle dinamiche di cambiamento all’interno della criminalità organizzata calabrese, spesso è stata accompagnata da una serie di falsi miti e di leggende. «Le mafie si distinguono da altre forme di criminalità collettiva anche per il fatto di avere un’ideologia, per avere il bisogno di conquistare consensi nella società non solo attraverso la violenza, ma anche attraverso un’ideologia familista». Come ad esempio il claim “Noi siamo tradizionalisti, rispettiamo le donne”. «Però bisogna stare attenti – dice Dickie – perché anche l’antimafia ha i suoi miti, ha bisogno per esempio di spingere sempre più indietro le origini della ‘ndrangheta perché sembra un buon modo per tenere alta l’attenzione, per convincere le persone della pericolosità della criminalità organizzata calabrese. Questo può anche rivelarsi un boomerang». Perché? «Esagerare sul potere della ‘ndrangheta fa sembrare più difficile sradicare questa organizzazione criminale». (f.b.)