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Amalia Bruni: «La ricerca? Mi manca da morire. Il Pd è come i Lea, ma lo stiamo ricostruendo» – VIDEO

Intervista alla consigliera regionale: sanità, autonomia differenziata e amministrative. «Lamezia? Non mi candido, serve un nome condiviso»

Pubblicato il: 21/02/2024 – 16:31
Amalia Bruni: «La ricerca? Mi manca da morire. Il Pd è come i Lea, ma lo stiamo ricostruendo» – VIDEO

LAMEZIA TERME «Il Pd? È la mia storia, il mio è stato un ritorno a casa. L’inizio all’interno del gruppo misto era logico e doveva essere fatto perché anche queste scelte e questi cammini devono essere misurati e ponderati, soprattutto perché uno si deve fare conoscere. Io ero un personaggio noto per quello che ho fatto nel settore della medicina, dell’assistenza e della ricerca, ero assolutamente nuovo nel campo della politica. Avevo quindi bisogno di entrare in maniera lenta». Ha esordito così, ripercorrendo brevemente il suo ingresso in politica, Amalia Bruni, ospite dell’ultima puntata di In primo piano, il format condotto settimanalmente da Ugo Floro e in onda su L’altro Corriere tv (canale 75). Neurologa, professore ordinario di neurologia e genetica medica e direttore del Centro regionale di Neurogenetica di Lamezia con risultati eccellenti anche in campo internazionale, Bruni oggi è consigliere regionale del Partito democratico, nonché vice presidente della Commissione Sanità in Consiglio regionale. Nel 2021 è stata la candidata dal centrosinistra e dal Movimento 5 stelle alla presidenza della Regione Calabria, sconfitta dal candidato di centrodestra Roberto Occhiuto. Ma quanto quella scelta l’ha allontanata dal campo della ricerca? «Mi ha allontanato il pensionamento, di fatto. Ma tutto ciò prima o poi sarebbe successo. Ammetto però che mi manca da morire».

Lo stato di salute del Partito democratico

Inevitabile chiedere ad Amalia Bruni qual è, attualmente, lo stato di salute del Partito democratico. La sua risposta è alquanto curiosa: «È come i nostri Lea (Livelli essenziali di assistenza, ndr), un po’ basso. È un partito che comunque è ancora in ricostruzione, è stato per troppi anni commissariato quindi questa cosiddetta nuova fase finalmente con tutti gli organismi e le nomine dei vari segretari ai vari livelli ovviamente ha tempo di dover realizzare degli obiettivi, di dover creare delle compagini, di dover armonizzare anche una serie di pensieri. Essendo un partito democratico che incorpora evidentemente più anime, è chiaro che i tempi di questo ammorbidimento relativo non sono rapidi». L’ingresso in Consiglio regionale di Bruni nell’area del Pd ha portato a prestare maggiore attenzione alla sanità. «Io – ricorda Amalia Bruni – sono vicepresidente della commissione Sanità e anche dell’anti ‘ndrangheta, questo già da quando ero nel gruppo misto. Il lavoro che stiamo facendo nel gruppo è quello di cercare di mettere in comune tutti i vari saperi, gli interessi e le competenze. Sul tema della sanità ho la delega a parlare, ma soprattutto a discutere con tutti gli attori perché è evidente che le scelte devono essere condivise. Tra l’altro appartengo contemporaneamente al tavolo regionale del Dipartimento del Partito Democratico sulla Salute e a quello nazionale che ha messo in piedi Marina Sereni con la quale stiamo lavorando veramente tanto perché i temi trattati non attengono solo alla sanità calabrese ma ci sono molte regioni in sofferenza che stanno entrando addirittura in piano di rientro. Quindi questa tematica di sofferenza grande della regione Calabria può fare da monito perché a livello nazionale possano essere cambiate le legislazioni vecchie che non sono più adeguate. La terra di Calabria dopo 14 anni di commissariamento ha dato tutto il sangue possibile e immaginabile, è rimasta assolutamente strozzata, è rimasta cadavere».
Ma quali sono secondo Amalia Bruni le novità di settore da quando il governatore Roberto Occhiuto è diventato commissario ad acta della Sanità? «A mio avviso ci sono due aspetti da focalizzare. Uno è il dato e il dato sono i punti Lea, che sono 125 mentre prima erano 160. E 160 è il minimo. Ciò significa che non solo non è arrivato un miglioramento, ma c’è stato un decadimento. Perché non si riesce a decollare? Perché fondamentalmente la struttura organizzativa del Dipartimento della Sanità è molto fragile. Tantissime persone sono andate in pensione, si sono ritirate, moltissimi vanno via, ci sono stati dirigenti che hanno addirittura rescisso il contratto, dunque c’è un malessere anche organizzativo importante. Forse, e dico forse provando a interpretare il pensiero del commissario Occhiuto, questa idea di Azienda zero è nata esattamente per cercare di costruire un’azienda zero eliminando il Dipartimento della Salute. Ovviamente a ciò va aggiunto il decesso prematuro del dottor Giuseppe Profiti (ex commissario straordinario di Azienda Zero, ndr), che è stata veramente una grande perdita. Di fatto mancano i pezzi che costruiscono la sanità e questo rende tutto difficile. Anche le grandi idee che uno può avere nella fattispecie del commissario Occhiuto, si scontrano con la realizzazione che è veramente complessa. Quello di cui avremmo bisogno è il management, manca l’amministrazione sanitaria». Bruni evidenzia che tutto si verifica in un contesto in cui mancano sicuramente i medici ma «anche i concorsi a tempo indefinito non sempre sono stati fatti. Vengono fatti a tre mesi o a sei mesi, per cui nessuno si sposta per tre mesi o sei mesi da fuori se non ha una certezza. Ovviamente gli ospedali sono quelli che sono da un punto di vista logistico e quindi anche questo impedisce che un professionista che ha avuto esperienze decenti, non dico fantastiche, ma decenti in altre parti d’Italia, decida di trasferirsi. E i poveri colleghi che sono comunque rimasti, sono degli eroi».

I medici cubani

Sull’approdo in Calabria dei medici cubani Amalia Bruni non le manda a dire. «Con tutto il rispetto – sottolinea – questi dottori hanno storie di preparazione profondamente diverse rispetto alle nostre. Per loro è stato un grande regalo arrivare in questa nostra sanità perché stanno apprendendo moltissimo. Ammetto di non averli conosciuti personalmente, ma so per certo che qui si stanno formando per poi andare via dopo sei mesi. Quindi mi chiedo: non sarebbe meglio formare i giovani specializzanti che poi possono rimanere nel nostro comparto sanità?». Ma quando sta facendo il Pd per smuovere qualcosa? «Noi – ricorda Bruni – abbiamo attaccato Occhiuto ogni volta che c’è stato un provvedimento sul quale non siamo stati d’accordo e abbiamo sottolineato la mancanza di una visione complessiva. Da tutta questa serie di interventi che lui sta compiendo non si desume quale dovrà essere la sanità calabrese del presente e del futuro. Fermo, restando che è evidente che non è lui il responsabile di questo sfascio. O meglio, ha contribuito indirettamente anche perché nel 2009, quando siamo entrati in commissariamento, fu Scopelliti ad avviare questo momento di negatività e lui, Occhiuto, era lì».

L’autonomia differenziata e il problema della comunicazione

Dalla sanità all’autonomia differenziata, altro tema caldo di questi ultimi mesi. Dal Pd ad altri partiti, c’è un largo scontento nei confronti della riforma Calderoli. Tutto ciò, però, in Calabria sembra non emergere con veemenza. «Noi come Pd – precisa Amalia Bruni –, sia nazionale che regionale, non siamo mai stati a favore di questa autonomia differenziata e abbiamo fatto una marea di iniziative sui territori. Ma qui c’è anche un problema di comunicazione. Se Occhiuto dilaga sui giornali e in televisione e i nostri comunicati, le nostre battaglie restano su una superficie per due ore o tre è chiaro che nessuna idea di contrapposizione potrà mai venire fuori. Quindi questa è una responsabilità di una comunicazione, non di un partito o di membri di partito che non si spendono nella giusta direzione per fare notare intanto le diseguaglianze. Il libro bianco è una sintesi estrema di quello che abbiamo fatto in due anni di consiliatura, perché ognuno di noi avrebbe potuto scrivere le stesse dimensioni solo con l’operato che ha cercato di portare avanti. Ed è un operato difficile da far emergere, esattamente perché intanto c’è una scarsa capacità di lettura da parte dell’opinione pubblica. Quando si legge il titolo è già tanto, quindi nel titolo tu dovresti riassumere lo scibile, cosa che è evidentemente impossibile. I comunicati stringati che restano per poco tempo, fai le iniziative e vengono sempre le solite persone che quelle che sono storicamente attente al benessere della collettività e della comunità, quelle che sono più motivate fondamentalmente». Ma cosa spaventa principalmente dell’autonomia differenziata? «Il decreto legge – afferma Amalia Bruni – spacca l’Italia da tutti i punti di vista. Noi il 7 marzo faremo un’iniziativa proprio sull’autonomia differenziata, ho invitato Marina Sereni a venire a dibatterne qui proprio per le ricadute sulla sanità. Che cosa succederà? Intanto non ci sarà più il fondo di perequazione perché le regioni ricche terranno per loro le tasse e quindi non ci saranno i trasferimenti allo Stato. Minori trasferimenti allo Stato, minori trasferimenti alle regioni fragili e di conseguenza le regioni ricche, che cosa faranno? Daranno i loro stipendi aumentati ai medici, perché anche lì mancano, daranno i loro stipendi aumentati ai professori e gli insegnanti perché lì mancano. La stragrande maggioranza degli insegnanti sono tutti nel Sud. Questo provocherà un ulteriore drenaggio delle nostre risorse umane che andranno via via sempre di più fuori. Oggi qui da noi sette persone su mille abitanti ogni anno se ne vanno sistematicamente fuori. Ed è terribile.

La connessione con la società civile

Quando Amalia Bruni si candidò a presidente della Regione, andò a connettersi con la parte della società civile lasciata sempre un po’ in ombra. Da allora cosa è cambiato? «Quello – spiega Bruni – è un percorso che noi facciamo perché comunque nei territori continuiamo a dialogare con il terzo settore, con le associazioni di volontariato, con la collettività, ci sono tante iniziative nei territori a cui si partecipa. Ne dico una per tutte, Comunità Competente, il cui capitano Rubens Curia ha la bellezza di 90 associazioni che la costituiscono e fanno iniziative da tutte le parti e noi siamo spesso presenti condividendo le battaglie».

Elezioni Europee e amministrative

Capitolo Europee. Cosa farà il Pd, sosterrà candidature vincenti di altre regioni, oppure avrà un protagonismo calabrese? «Noi – dice con sicurezza Bruni – avremo sicuramente il nostro protagonismo, di questo stiamo dialogando in maniera importante. Io non mi candiderò, penso che il mio ruolo sia quello di dare qui dei risultati e credo che l’Europa, importantissima, forse è ancora troppo lontana. Bisogna creare delle relazioni con l’Europa sempre più forti perché il sostegno dell’Europa su tutta la programmazione è fondamentale, ma ci sono anche una serie di iniziative che possono essere fatte, penso alla rete delle città europee, che avevo proposto al sindaco Mascaro». Citando Mascaro non si può evitare il discorso su Lamezia Terme e al centro-sinistra sfaldato e in cerca di identità. «Io penso che noi dobbiamo realmente costruirlo questo centro-sinistra – dice Amalia Bruni –, attraverso una composizione ampia. Va costruito perché le operazioni fin qui fatte nascono nella testa solo di alcuni e non di una collettività di partito. Lamezia è una città troppo importante perché possa essere ridotta a una bassa considerazione, come se fosse il “paesicchio” di 400-500 abitanti. Lamezia ha una storia, una geografia, ha un senso non solo all’interno della Regione Calabria, ma deve cercare di recuperare un valore nazionale, perché è un motore per questa Regione e se i cittadini di Lamezia non sono consapevoli di ciò, allora diventa veramente complesso».
Ma chi dovrà essere quindi il candidato del centro-sinistra per Lamezia? Di recente, proprio su L’Altro Corriere Tv, gli ex primi cittadini Doris Lo Moro e Gianni Speranza hanno dato la disponibilità per un loro ritorno in campo. «La figura – spiega Bruni – dovrà emergere esattamente dalla coalizione. Ho grande rispetto per i due ex sindaci che hanno dato la loro disponibilità di aiutare questa terra, tra l’altro sindaci che hanno tenuto fuori la mafia dal comune. Il candidato sindaco potrebbe anche essere uno di loro, ma dovrebbe venire fuori comunque da una coalizione». E Amalia Bruni? Potrebbe essere lei alla fine la candidata di una coalizione condivisa? «Io non mi metto in gioco da questo punto di vista – chiarisce –. Sono disponibile a lavorare per questa città a 360 gradi, anzi, a 359, ma il sindaco penso che sia utile che lo faccia qualcuno che ha una maneggevolezza anche amministrativa che è decisamente superiore alla mia. Ma voglio contribuire a costruire la casa del centrosinistra, me ne sento responsabile, sono il consigliere regionale di questa città, nel bene e nel male, per cui è evidente che io non posso non assumermi questa responsabilità, così come di questa responsabilità se ne fa carico tutto il partito. Il futuro di questa terra in generale non può essere costruito da una persona che ha uno spanna di vita di solo vent’anni al massimo, no, deve essere costruito da chi ha un’aspettativa di vita decisamente più lunga della mia. Non posso essere io a immaginare il futuro di questa terra ben oltre i dieci anni e i vent’anni, lo devono fare i giovani e quindi i giovani vanno reinvestiti in questa responsabilità». (redazione@corrierecal.it)

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