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Maracas, tamburelli e tarantelle. «Così aiutiamo i pazienti a risvegliare i ricordi»

Un pomeriggio nel Caffè Alzheimer di Cosenza: si condividono momenti di socialità ritrovando attraverso la musica le tracce di episodi ed emozioni del passato

Pubblicato il: 03/03/2024 – 16:00
di Benedetta Caira
Maracas, tamburelli e tarantelle. «Così aiutiamo i pazienti a risvegliare i ricordi»

COSENZA «Te la ricordi questa canzone? La tua canzone preferita. Te l’ho cantata per anni, non puoi non ricordarlo».  Quando i ricordi sbiadiscono vengono inghiottite anche le parole dette e stradette, quelle che erano sempre state preziose. Uno dopo l’altro l’Alzheimer mette sottosopra i cassetti delle cose accadute, lì dove c’erano ordine e rigore resta solo confusione e nomi e luoghi che sfuggono o che sembrano non essere mai esistiti. C’è però una porta della memoria che rimane socchiusa, dove la musica riesce a insinuarsi e illumina, risveglia. È una magia quella che accade durante gli incontri del Caffè Alzheimer di Cosenza promosso dai Rotary Club del distretto di Cosenza. In cerchio, uno accanto all’altro, ci sono i pazienti e i loro familiari e si lasciano guidare dai ritmi che li conducono lontano, fino al ricordo o almeno alle tracce di esso. L’ultima volta, venerdì scorso, è successo con la tarantella, scandendo il tempo con maracas e tamburelli. Franca (il nome è di fantasia come quelli che seguiranno) ha sentito il desiderio di alzarsi e ballare, come faceva da ragazza, «mi piaceva tanto, poi ho sposato un uomo senza né musica né gambe» ride e guarda suo marito che resta serio, sul punto di commuoversi per quei lampi di autenticità. In pochi minuti la stanza è una balera, è una rotonda sul mare. Questo gruppo eterogeneo condivide momenti di intimità e condivisione diventa famiglia, si conforta, sdrammatizza sulla malattia, in cui ognuno svela un pezzetto di sé alla volta.
Non solo musica, da tre anni gli incontri del Caffè Alzheimer stimolano i malati di Alzheimer e i loro familiari attraverso canali diversi, grazie al lavoro volontario di ben 16 professionisti – tra musicoterapeute, psicoterapeute e logopediste – che a rotazione aiutano i pazienti a riconoscere le parole e a liberare le emozioni, esercizi preziosi per riprendere a comunicare con il mondo. Tutti gli incontri poi, si concludono con la consumazione di te e pasticcini, come in ogni Café che si rispetti.

Una boccata di ossigeno in una routine che è spesso fatta di isolamento e solitudine. «È necessario risvegliare le coscienze e restare vicini ai malati e alle loro famiglie che non trovano nelle istituzioni nessun supporto» sottolinea Il responsabile del progetto, il medico Pietro Leo. «Il Caffè Alzheimer è nato – spiega – facendo tesoro di esperienze di altre regioni e nella consapevolezza di una grave carenza di assistenza pubblica. Di Alzheimer si ammalano sempre più persone, ma se ne parla ancora poco e soprattutto le istituzioni pubbliche – sanitarie e no – non sono state in grado di stare al passo con l’evolvere del numero dei malati e con i bisogni economici e sociali delle famiglie interessate».
Ci si diverte, si ride e si sorride nonostante l’amarezza e il dispiacere in sottofondo. «Ti piace la tarantella?». Francesca non riesce a rispondere ma parlano i suoi occhi. «E pensare che faceva parte di un gruppo folk, quando era più giovane» suggerisce con un sospiro, suo marito seduto accanto a lei. Nel buco nero della malattia precipitano i giorni, le consuetudini, le emozioni vissute, le cose da cui non ci si separava mai, i gesti scontati, il passato e certe volte pure il presente. Dimmi quando verrai, dimmi quando, quando, quando…parte la musica e dalle prime note i piedi sono impazienti di tenere il tempo, le labbra si muovono perché le parole della canzone arrivano da lontanissimo e tornano a galla. Qualcuno le associa a un ricordo: «Mio padre mi portava al mare e mi diceva: fai la brava e papà ti porta dappertutto». Lo dice sottovoce Giovanna, affidando l’emozione alla sua vicina, una delle volontarie del progetto. “Ho giocato tre numeri a lotto…”, l’incipit della canzone che arriva dalle casse accende i sorrisi sui volti di molti dei partecipanti. Con gli occhi chiusi qualcuno si concentra e sorride, cerca di riappropriarsi di luoghi e sensazioni, di definire i contorni di quella suggestione. Luisa batte le mani, muove la testa a tempo. «Da giovani si ballava!» dice sorprendendosi nel suo accento campano. Arriva di nuovo la voglia di muoversi, di alzarsi e danzare, tutti insieme. Del resto, è proprio questa la finalità degli incontri al Caffè Alzheimer. «Sbloccare il ricordo, fare in modo che il ricordo sia presente» spiega Sonia Falcone, una delle musicoterapeute volontarie. «E succede che le persone apparentemente assenti, con il sollecito sonoro e musicale prendano la parola e in quel gesto si affermano e dimostrano di esserci, di esistere». Una emozione condivisa anche con i familiari, «essendo coinvolti anche i caregiver – aggiunge – l’obiettivo principale è quello di restituire ai loro accompagnatori quelle parti sane o dimenticate dei loro cari, perché ogni tanto ci si dimentica di chi dimentica». Difficile raccontare quale sia, tra i tanti, il momento indimenticabile di questa esperienza.
«Li porto tutti nel cuore – precisa la musicoterapeuta – ma sicuramente non potrò mai dimenticare il giorno in cui ho conosciuto le persone con Alzheimer del mio gruppo. C’era, in particolare, una di loro che sembrava apparentemente assente e molto disinteressata, ma appena ho messo la traccia di Bella Ciao, non solo l’ha riconosciuta ma ha cominciato a cantarla ricordandone esattamente ogni parola. Un’emozione incredibile sia per me che per suo marito».
Quando il tempo a disposizione finisce c’è chi è deluso, avrebbe voluto continuare a cantare, ma è il momento del tè e dei pasticcini, nell’altra stanza. La sala si svuota, resta la lavagna su cui come per ogni incontro sono state appuntate le parole e le frasi più significative dell’incontro, su tutte ne spicca una: “Oggi mi sono ringiovanita parecchio”.

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