Dal latitante (catturato) al nuovo pentito, si riaccendono i riflettori sulla ‘ndrangheta del Tirreno Cosentino
La cattura del presunto dirigente del gruppo ritenuto vicino al clan Muto si inserisce in una stagione di colpi inferti dalla Dda di Catanzaro

CETRARO Il Tirreno Cosentino rappresenta un fronte particolarmente rovente nel contrasto alla criminalità organizzata. La Dda di Catanzaro ha coordinato – negli ultimi anni – una serie di operazioni che hanno consentito di assestare duri colpi ai clan egemoni, decapitando i vertici e ponendo un freno alle fibrillazioni dettate dalla presenza di nuove leve e cani sciolti capaci di mettere a ferro e fuoco interi territori. Il blitz che ha portato – nelle scorse ore – a rintracciare ed arrestare il latitante Giuseppe Scornaienchi apre a nuovi e possibili sviluppi dell’attività investigativa avviata nel cetrarese e volta a smantellare gruppi e sodalizi ritenuti vicini o diretta espressione del potente clan Muto. Don Ennio Stamile, da anni in prima linea nel denunciare malandrini e cosche di ‘ndrangheta, al Corriere della Calabria aveva parlato della presenza «di un “locale” di ‘ndrangheta», mostrando particolare preoccupazione per «le ‘ndrine emergenti, violente e pericolose». Il riferimento è, in primis, ad uno dei più recenti fatti di sangue verificatisi a Cetraro: l’omicidio di Alessandro Cataldo (leggi qui), ma anche ad alcuni episodi meno recenti, come il tentato omicidio compiuto nel giugno del 2022 (leggi qui).
La fuga di Scornaienchi
Tornando all’arresto odierno, Scornaienchi si era inizialmente sottratto rendendosi irreperibile e dando avvio alla sua latitanza. L’articolata attività di indagine, condotta a partire dal mese di ottobre 2022 dai carabinieri della Compagnia di Paola, si è arricchita di alcuni segmenti investigativi sviluppati dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Cosenza. Le investigazioni hanno permesso di supporre l’esistenza di un’associazione per delinquere, attiva a Cetraro e nei territori limitrofi, dedita alla commissione di vari reati aggravati dalle modalità mafiose.
«Controllo del territorio» e una «articolata distribuzione di compiti e funzioni» avrebbero permesso al gruppo criminale ritenuto derivazione della cosca Muto di esercitare il potere sul territorio cetrarese. Alcune parole – riportate nell’inchiesta – pronunciate da uno degli indagati sono illuminanti per chi indaga nel cristallizzare la forza intimidatrice esercitata nei confronti di imprenditori e commercianti. «Tu devi smetterla di rompermi, sono con persone di Cetraro e adesso ti ho fatto avvisare, ti faccio dare fuoco a te e alla macchina». La violenza mostrata sarebbe poi sfociata in un’altra aggressione con vittima una «persona affetta da psicosi schizofreniche». Nel corso dell’attività investigativa emerge un diffuso stato di «assoggettamento materiale e psicologico tale da indurre le vittime a subire passivamente vessazioni e soprusi».
Scornaienchi, secondo l’accusa, sarebbe «promotore e dirigente» impegnato a dettare regole e fissare obiettivi.
Il nuovo pentito e le possibili rivelazioni
“Angioletto”, “Faccia di ghiaccio”, “Il Cinese”: tre appellativi associati a Luigi Berlingieri, pentito gravitante nella galassia criminale del clan degli “Zingari“. La decisione di collaborare con la giustizia è giunta nel corso dell’ultima udienza del processo d’appello, in corso a Catanzaro, che mira a far luce sulla morte di Luciano Martello: ucciso il 12 luglio del 2003 a Fuscaldo per ordine e volere dei rivali del clan Serpa di Paola. Chi lo ha freddato, ha scaricato sul suo corpo dodici colpi di pistola calibro 7.65: un regolamento in piena regola consumato, nei primi anni 2000, sul Tirreno Cosentino segnato da una sanguinosa faida tra clan. Un anno dopo il delitto Martello, tocca ad Antonio Maiorano (ucciso a Paola il 21 Luglio 2004), cadere sotto i colpi della mala. Questa volta però, il fatto di sangue è macchiato da un clamoroso errore. La vittima, infatti, viene scambiata per il reale obiettivo dell’azione omicidiaria. Il gruppo di fuoco entrato in azione è convinto di trovarsi di fronte Giuliano Serpa, poi diventato collaboratore di giustizia, e scarica sul povero Maiorano tre proiettili calibro 9×19. Anni ormai lontani, ma resi attuali dagli sviluppi processuali. Un passato criminale che ritorna puntuale caratterizzato da volti nuovi e vecchi fantasmi. (f.benincasa@corrierecal.it)
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