“Jonny”, il sistema che drenava milioni verso i clan di Isola Capo Rizzuto. Sigilli al patrimonio accumulato sulla pelle dei migranti
Il destinatario del sequestro è Leonardo Sacco, ex governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, figura centrale dell’inchiesta insieme a don Edoardo Scordio

CROTONE Un meccanismo che consentiva la distrazione di fondi pubblici destinati al servizio mensa del Centro di accoglienza, per dirottarne una parte: a beneficiarne la cosca Arena di Isola Capo Rizzuto. A smantellare il sistema, l’inchiesta “Jonny” scattata nel maggio 2017 e che portò a 68 arresti e 124 persone indagate. Una indagine che oggi torna a scuotere il territorio crotonese con un nuovo, imponente provvedimento patrimoniale coordinato dalla Dda di Catanzaro. Sotto i sigilli della Guardia di Finanza sono finiti 22 unità immobiliari e 10 appezzamenti di terreno, per un valore complessivo che supera i 7 milioni di euro. Il destinatario del sequestro è Leonardo Sacco, ex governatore della Misericordia di Isola Capo Rizzuto, che gestiva il centro per richiedenti asilo di Sant’Anna, già condannato in appello a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa, truffa e trasferimento fraudolento di valori.
Il cinismo del profitto: «I neri sono un business»
Agli atti dell’inchiesta resta scolpita la frase intercettata dagli inquirenti e attribuita a Sacco, che racchiude gli intenti di un sistema ben collaudato: «I neri sono un importante business per la nostra organizzazione criminale». Il sistema non sarebbe stato possibile senza una figura chiave: accanto a Sacco, l’inchiesta ha messo in luce la figura di Don Edoardo Scordio, parroco della chiesa Maria Assunta e fondatore della Misericordia locale. Secondo la ricostruzione dei magistrati, fu proprio l’associazione di volontariato a farsi tramite della «proposta di affari» che permise alla cosca Arena di mettere le mani sul Centro di Accoglienza Sant’Anna.
Tra il 2006 e il 2015, le imprese vicine al clan avrebbero incamerato circa 103 milioni di euro di fondi pubblici. Di questa enorme torta, oltre 36 milioni sarebbero stati distratti dalle finalità originali – la cura e il nutrimento dei richiedenti asilo – per essere reinvestiti nel mantenimento degli affiliati e nel rafforzamento economico della consorteria mafiosa. Lo scorso aprile Sacco e don Scordio sono stati condannati dalla Corte dei Conti della Calabria al pagamento di oltre 34 milioni di euro in favore del Viminale, soldi di cui, secondo l’accusa, si erano impossessati attraverso una gestione illecita dei fondi per la gestione del centro.
Il sistema
Nell’ordinanza emerse che il clan, «per il tramite dell’articolazione di Isola di Capo Rizzuto della Fraternita di Misericordia acquisiva il controllo delle forniture e dei servizi inerenti l’assistenza ai migranti apprestati nel centro di accoglienza. Acquisiva il controllo dei servizi subappaltati dall’ente c.d. gestore Misericordia, fra i quali quello di catering, per il tramite di imprese di ristorazione gestite da intranei e dotate aziendalmente con danaro della consorteria». Il gip evidenziò come «la cosca Arena ha, quantomeno dal 2006, accentrato nelle proprie mani la gestione delle ingenti risorse pubbliche. Decine di milioni di euro, erogate dallo Stato per l’assistenza ai migrati ricoverati, dopo gli sbarchi, nelle varie strutture del centro di accoglienza Sant’Anna, uno dei più grandi e importanti di Europa”. Tale obiettivo si era realizzato, scrisse ancora il gip, «per effetto di una vera e propria “proposta di affari” che la consorteria ha ricevuto da un insospettabile personaggio»: il fondatore dell’associazione di volontariato Misericordia di Isola di Capo Rizzuto.
Il meccanismo, dunque, passava attraverso il controllo capillare dei subappalti. La Misericordia, in qualità di ente gestore, affidava il servizio catering a società di ristorazione apparentemente autonome, ma in realtà controllate da uomini vicini alla cosca e finanziate con i soldi del clan. Un circuito chiuso dove lo Stato pagava e la ‘ndrangheta incassava, lasciando agli ospiti del centro servizi scadenti a fronte di rimborsi milionari. Emblematica la frase dell’allora procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, che in conferenza stampa parlò della qualità del cibo offerto ai migranti nel centro oggetto dell’indagine. Una frase che delinea i contorni di un business portato avanti a scapito dei più bisognosi: «Noi di solito quel cibo lo diamo ai maiali».
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