L’America di Trump e la “geografia politica” italiana
L’ipotesi di intervento statunitense e la domanda di Galeazzo Bignami

Spesso in questi giorni si legge la fatidica frase ad effetto riportata su diverse Testate giornalistiche: «dobbiamo stare dalla parte dei manifestanti contro il regime degli ayatollah», che traduce il pensiero diffuso dai Media occidentali. Sono in pochi, però, a chiedersi il perché in Iran da più di quarant’anni governa un clero sciita, che qui in Occidente viene descritto come oppressivo retrogrado e illiberale. Se proviamo a dare uno sguardo alla storia essa, come al solito insegna molte cose, soprattutto quando non è scritta dai vinti: aprile 1951 il Parlamento iraniano vota a larga maggioranza per la nomina di Mohammad Mossadeq come Primo Ministro socialista nazionalista laico. Il primo obiettivo della sua agenda politica è la nazionalizzazione del petrolio iraniano con la conseguente cacciata a pedate, lì dove il sole non batte mai, del cartello del petrolio anglo-americano. La domanda come si suol dire sorge spontanea: come potrebbe mai finire la storia di un leader che lotta per l’indipendenza proprio paese contro il potere economico occidentale? Male ovviamente.
L’operazione Ajax
Nell’ agosto 1953, a poco più di due anni dal suo insediamento la CIA, insieme all’MI6 britannico, attuano l’operazione Ajax all’interno dell’Iran e ottengono il risultato di far deporre Mossadeq, così il cartello del petrolio può tornare tranquillamente a saccheggiare la risorsa principale del Paese, mentre il potere viene assunto in modo autoritario dallo scià Mohammad Reza Pahlavi, per conto dei mandanti del cartello del petrolio. Al netto del ritratto romantico tracciato in Occidente, il regime dello scià è stato una feroce dittatura con arresti di massa degli oppositori comunisti islamici, si sono registrate torture e omicidi politici il tutto realizzato attraverso la Savak, l’organizzazione nazionale per la sicurezza e l’informazione. Si calcola che tra il 1970 e il 1978, sono state incarcerate 100.000 persone 10.000 torturate e tra le 4000 e i 5000 uccise, anche se alcune stime parlano di 7.500 e in questo contesto si colloca anche la repressione nei confronti del clero sciita e la conseguente cacciata dal paese dell’ayatollah Ruholla Khomeyni. È ovvio che in un Paese cole l’Iran con un fortissimo senso religioso se viene repressa la principale espressione religiosa succede la rivolta, che è esattamente quello che è successo nel 1979 con il rientro in patria Khomeyni, la conseguente uscita di scena dello scià Reza Pahlavi e l’inizio del governo degli ayatollah. Gli americani che, come profetizzava Gaber, hanno la “cultura di esportare democrazia”, direi che hanno già creato parecchi danni all’Iran e forse sarebbe il caso una buona volta di starne fuori, ma conoscendo l’idiozia di Trump, ci possiamo attendere di tutto. Non foss’altro perché c’è tanto petrolio, proprio come il Venezuela.
La geografia politica d’Italia
Le idiozie, certo, non terminano in America raggiungono anche un pezzo autorevole del Parlamento italiano. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla camera Galeazzo Bignami ha posto una domanda che per il suo acuto senso politico e geografico è davvero importante: come mai non c’è una flottiglia per l’Iran? Probabilmente, il neo-Magellano della politica italiana, confida nel fatto che il suo elettorato, come egli stesso d’altronde, non abbia neanche la benché minima nozione di geografia. Caro Galeazzo, evito di ricordarle la risposta dell’autista di un famoso film comico a Renzo Montagnani, a proposito “di chi fosse il don Galeazzo”. Per raggiungere l’Iran via mare una flottiglia dovrebbe, partendo dal Mediterraneo, attraversare il canale di Suez, il Mar Rosso, il Golfo di Aden, il Mar Arabico, il Golfo di Oman e il Golfo Persico. Oppure, in alternativa, come l’esploratore portoghese Vasco da Gama, magari potrebbe circumnavigare l’Africa attraversando l’Oceano Atlantico e quello Indiano, ma arrivare proprio a Teheran via amare, di fatto è comunque impossibile dall’Europa. Caldamente consigliato per tutti i “parenti d’Italia” un corso di geografia.
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