Quando la ’ndrangheta parla sottovoce: il caso Sarcone e il potere che non si vede
Con il deposito delle motivazioni, la Cassazione ha chiuso il cerchio su una figura di rilievo della criminalità organizzata trapiantata in Emilia-Romagna

Con il deposito delle motivazioni, avvenuto negli ultimi giorni del 2025, la Corte di Cassazione ha fissato un punto fermo nella lunga vicenda giudiziaria che riguarda Carmine Sarcone, figura centrale della ’ndrangheta trapiantata in Emilia-Romagna. I supremi giudici hanno certificato in modo definitivo il suo ruolo di capo e dirigente operativo del gruppo criminale, confermando la condanna a otto anni e quattro mesi di reclusione per associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori.
Per la Suprema Corte, guidata nelle motivazioni dai giudici Giuseppe De Marzo e Paolo Valiante, il concetto di “capo” non si limita a una posizione simbolica o gerarchica, ma indica chi esercita funzioni decisive nella gestione quotidiana dell’organizzazione, orientandone le scelte strategiche e operative. È esattamente il profilo che, secondo i magistrati, emerge dal percorso criminale di Sarcone, cresciuto all’interno della cosca Grande Aracri e divenuto progressivamente un punto di riferimento, soprattutto dopo l’arresto dei fratelli Nicolino e Gianluigi.
Una storia che affonda le radici nei primi anni Duemila
Le sentenze consentono di ricostruire una storia che affonda le radici nei primi anni Duemila. Nel 2004 Sarcone si spostò da Reggio Emilia a Cutro per offrire un contributo concreto all’omicidio di Antonio Dragone, episodio chiave della guerra di mafia scatenata dalla cosca Grande Aracri. Le indagini hanno accertato il suo ruolo nella fase preparatoria e logistica: dallo studio delle abitudini della vittima al supporto al commando armato, fino all’organizzazione della fuga. A corroborare questa ricostruzione sono state le dichiarazioni di collaboratori di giustizia considerati attendibili, uomini cresciuti nello stesso contesto criminale e a conoscenza diretta delle dinamiche interne.
Un legame stretto, quello tra Sarcone e Nicolino Grande Aracri, capo indiscusso della cosca di Cutro, emerso con forza dalle intercettazioni e dalle testimonianze. Il boss si riferiva a lui con un soprannome confidenziale, utilizzandolo come emissario fidato per affari e riscossioni nel Nord Italia. Un dettaglio che ha avuto anche rilievo processuale, con accese discussioni tra accusa e difesa, risolte grazie a perizie foniche e all’analisi incrociata di audio e video effettuata dagli investigatori specializzati dell’Arma.
Dalle carte giudiziarie emerge inoltre un profilo tutt’altro che marginale: Sarcone partecipava a incontri riservati, intratteneva “dialoghi di ’ndrangheta” con i vertici e veniva indicato come riferimento per operazioni economiche e logistiche. Non solo parole: era anche custode e fornitore di armi, mettendo a disposizione della cosca un arsenale funzionale alle attività criminali, che andavano ben oltre la stagione delle rapine giovanili.
Ricostruito il cuore economico della ‘ndrangheta emiliana
Parallelamente alla dimensione violenta, la Cassazione ha ricostruito il cuore economico della ’ndrangheta emiliana. A partire dalla metà degli anni Duemila, Sarcone e i fratelli avrebbero gestito un vasto sistema di imprese nel settore edilizio e dei servizi, intestate a prestanome e alimentate da frodi fiscali e fatturazioni fittizie. Un modello criminale capace di accumulare ingenti risorse e di mimetizzarsi nel tessuto produttivo regionale.
L’arresto di Carmine Sarcone, eseguito lo scorso settembre dopo la pronuncia definitiva, ha rappresentato l’epilogo operativo di un percorso investigativo portato avanti dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna e dai reparti specializzati di Carabinieri e Dia. Al momento del fermo, Sarcone era già sottoposto a misure di prevenzione.
Resta però aperto un interrogativo più ampio. Come hanno sottolineato magistrati impegnati sul fronte antimafia, l’Emilia-Romagna è un territorio vasto e ad altissima densità economica, dove la presenza mafiosa richiede risorse investigative adeguate. Il caso Sarcone, pur concluso sul piano giudiziario, evidenzia quanto il contrasto alle organizzazioni criminali al Nord resti una sfida complessa, che va ben oltre la singola condanna. (f.v.)
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato