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La sentenza

Hydra e la “mafia a tre teste” a Milano, il vero colpo è alla ‘ndrangheta: condanne più pesanti per i calabresi

Da Massimo Rosi a Giacomo Cristello, fino a Pizzata, Grasso e Mazzotta: sono loro a pagare il prezzo più alto davanti al gup

Pubblicato il: 17/01/2026 – 6:55
di Giorgio Curcio
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Hydra e la “mafia a tre teste” a Milano, il vero colpo è alla ‘ndrangheta: condanne più pesanti per i calabresi

LAMEZIA TERME Quello che emerge dall’inchiesta Hydra è il racconto di una presunta “mafia a tre teste”: un sistema criminale il cui potere – sempre in equilibrio – sarebbe stato suddiviso tra ’ndrangheta, camorra e Cosa nostra, operanti a Milano e nel suo hinterland. La prima sentenza, quella emessa nel troncone abbreviato, conferma in larga parte l’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia milanese, ma allo stesso tempo ne ridimensiona uno degli assunti centrali.

Duro colpo in abbreviato

La decisione del gup restituisce infatti una fotografia più netta e meno suggestiva del quadro criminale, aprendo scenari differenti in vista del processo ordinario che prenderà il via tra poco più di due mesi. Di fatto, l’unica organizzazione mafiosa riconosciuta e condannata come tale è la ’ndrangheta calabrese.
Per i giudici, solo alla componente calabrese è attribuita l’esistenza di un’associazione mafiosa strutturata e capillare, mentre i soggetti riconducibili agli altri contesti criminali vengono colpiti esclusivamente per reati-fine – traffico di droga, frodi fiscali, riciclaggio – senza il riconoscimento del vincolo associativo mafioso.



Rosi tra gli imputati “simbolo”

In questo senso risultano emblematiche le condanne inflitte ad alcuni imputati “simbolo” del processo, seppur per ragioni tra loro differenti. A cominciare da Massimo Rosi, classe 1968 di Legnano. Nell’ordinanza di chiusura delle indagini viene descritto come una «figura di raccordo, capace di muoversi tra diversi mondi criminali» e di favorire relazioni trasversali, tanto da essere indicato come uno dei perni della cosiddetta mafia a tre teste. Secondo l’accusa – e secondo il gup – Rosi è una delle figure centrali del sistema Hydra: un perno operativo e decisionale, capace di garantire continuità, coordinamento e affidabilità all’interno di un contesto criminale multi-mafioso. Non un soggetto marginale, ma un uomo pienamente inserito nel vincolo associativo, che ne condivide finalità, metodi e strategie. La sua condanna rappresenta il riconoscimento giudiziario di quel “salto di qualità” descritto dall’inchiesta: una criminalità che non vive di conflitti eclatanti, ma di «equilibri, relazioni e affari», capace di mimetizzarsi nel tessuto economico del Nord Italia.



La “cerniera” Cristello

Figura diversa, ma altrettanto significativa, è quella di Giacomo Cristello, crotonese classe 1963, condannato a 11 anni e 2 mesi. Non un capo carismatico, ma un profilo da “cerniera”: meno appariscente, ma funzionale alla tenuta operativa del sistema criminale. Secondo la ricostruzione accolta dal giudice, Cristello sarebbe stato stabilmente inserito in un contesto associativo strutturato, nel quale la componente calabrese – e quindi la ’ndrangheta – avrebbe agito in sinergia con soggetti di altre matrici mafiose. Affidabilità, discrezione e capacità di garantire collegamenti stabili tra uomini, affari e territori sono gli elementi che ne definiscono il ruolo. Se Rosi rappresenta il baricentro del sistema Hydra, Cristello ne è uno degli ingranaggi silenziosi ma indispensabili.

Gli altri calabresi

In questo primo troncone del processo è dunque la ’ndrangheta – e alcuni degli imputati calabresi – ad aver pagato il prezzo più alto in termini di condanne. Emblematici i 14 anni e 4 mesi inflitti a Giuseppe Pizzata, locrese classe 1984, considerato dal gup e dalla Dda non «un semplice partecipe né un soggetto funzionale ai soli reati-fine», ma una figura pienamente inserita nel vincolo associativo, con un ruolo connotato da affidabilità mafiosa, continuità nel tempo e peso operativo.
Condanne pesanti anche per Antonio Grasso, classe 1983 di Siderno (13 anni e 8 mesi), ritenuto «stabilmente inserito nel sistema Hydra», e per Pietro Mazzotta, reggino classe 1968 (13 anni), cui viene attribuito un ruolo funzionale e strategico nella gestione dei rapporti tra le diverse componenti del sistema criminale.

Ora l’ordinario

Quella emessa dal gup è una prima fotografia giudiziaria. Dal 19 marzo prenderà il via il processo ordinario, nel quale verranno riesaminate posizioni, ruoli e responsabilità degli imputati che hanno scelto il rito dibattimentale. Un passaggio che potrà confermare o rimettere in discussione l’impianto fin qui emerso, inclusa la lettura del sistema criminale e il riconoscimento del vincolo associativo. (g.curcio@corrierecal.it)

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