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Il motore della svolta

Il riscatto di Lea Garofalo e Maria Concetta Cacciola, quel sacrificio che oggi libera i figli dal giogo mafioso

Donne che avrebbero potuto avere un destino diverso. Minori, diventati giovani adulti, che hanno imboccato le strade del crimine per assenza di alternative

Pubblicato il: 17/01/2026 – 18:14
di Mariateresa Ripolo
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Il riscatto di Lea Garofalo e Maria Concetta Cacciola, quel sacrificio che oggi libera i figli dal giogo mafioso

ROMA Donne che avrebbero potuto avere un destino diverso. Minori, diventati giovani adulti, che hanno imboccato le strade del crimine per assenza di alternative. Per loro, la famiglia non è stata un rifugio, ma una gabbia. Sono quasi sempre storie senza lieto fine, perché inglobate in contesti mafiosi e prive di una rete di protezione e assistenza che oggi con il ddl “Liberi di scegliere” potrebbe diventare presto realtà
«Abbiamo arrestato e processato prima i padri e poi i figli». Le parole del presidente del Tribunale dei Minori di Catania Roberto Di Bella, nel corso della presentazione a Montecitorio, restituiscono perfettamente il senso di un cortocircuito che impone la necessità di spezzare la catena di un passaggio generazionale che fino a poco tempo fa sembrava inevitabile.
I risultati del protocollo sperimentale nato a Reggio Calabria proprio da una intuizione di Di Bella, e ora pronto a diventare pilastro legislativo nazionale, sono però la prova che il cambiamento è possibile: 200 minori sottratti alle dinamiche dei clan; 34 donne che hanno scelto la libertà (7 sono oggi collaboratrici); 3 boss che hanno deciso di collaborare.

Il motore della svolta: le donne e l’amore per i figli

Una svolta che parte dalle donne, con una decisione sofferta ma necessaria: tutta ruota intorno ai figli e alla volontà di offrire loro un futuro diverso. Emblematiche le testimonianze delle donne che adesso quel protocollo lo vivono e ne sperano presto la trasformazione in legge: «I miei figli sono la mia ragione di vita», ha raccontato una di loro. «Questa legge ci garantirebbe un lavoro, assistenza sanitaria, di poter lavorare e avere un futuro e vivere una vita onesta».
Il pensiero corre immediatamente a chi non ha avuto questa sponda istituzionale. Cosa sarebbe stato di Lea Garofalo o di Maria Concetta Cacciola se avessero avuto uno Stato pronto ad accoglierle con strumenti adeguati?
L’intervento di Alessandra Cerreti, già sostituto procuratore della Dea di Reggio Calabria, ha scosso l’aula ricordando il dramma di Cacciola, uccisa a 29 anni dalla sua stessa famiglia: fu costretta a bere un litro di acido muriatico come punizione per aver scelto di collaborare con la giustizia. «Fu un dramma. Capimmo che la motivazione furono i bambini: Maria Concetta volle tornare dai suoi figli a Rosarno, e lì morì. Abbiamo deciso che non avremmo mai più potuto permettere che accadesse».
Un dramma come quello di Lea Garofalo, uccisa dall’ex compagno Carlo Cosco. Anche lei sognava per la figlia una vita lontana da quelle logiche di ‘ndrangheta che l’avevano intrappolata per troppo tempo. Una vita da persone libere, che adesso sembra sempre più possibile.

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