Arghillà, cavalli di ritorno e armi. «Il degrado terreno fertile del sistema criminale»
Telecamere e intercettazioni ricostruiscono l’attività illecita senza sosta. La Procura: «non basta la repressione, le famiglie vivono nel degrado»

REGGIO CALABRIA Diciassette arresti, di cui sette in carcere e dieci agli arresti domiciliari. È il risultato dell’operazione “Car Cash” condotta dai Carabinieri della Compagnia di Reggio Calabria, con il supporto del 14° Battaglione carabinieri Calabria e della stazione di Senago (Milano), che ha smantellato un’organizzazione criminale operante nel quartiere di Arghillà, periferia nord di Reggio Calabria, specializzata nel furto di autovetture, nella ricettazione dei pezzi di ricambio e nelle estorsioni legate al cosiddetto “cavallo di ritorno”.
Le misure cautelari, disposte dal gip del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Procura, sono state illustrate nel corso della conferenza stampa svoltasi al comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria, alla presenza del generale di brigata Cesario Totaro, comandante provinciale dell’Arma, del capitano Francesco Severi, comandante della compagnia di Reggio Calabria, del procuratore aggiunto Stefano Musolino e della sostituta procuratrice Chiara Greco, titolare dell’indagine.
Un’indagine lunga mesi
L’attività investigativa, avviata nell’ottobre 2024 e conclusa nell’aprile 2025, ha consentito di ricostruire un sistema criminale seriale, attivo quotidianamente e senza interruzioni, anche durante le festività e in orario notturno. Le auto venivano rubate in diverse zone della città e condotte quasi immediatamente ad Arghillà. Qui i veicoli venivano smontati in quello che il gip definisce un vero e proprio laboratorio criminale. In alcuni casi, invece, le auto non venivano cannibalizzate ma trattenute per essere restituite dietro pagamento: si tratta dei cosiddetti episodi di “cavallo di ritorno”, in cui gli indagati costringevano i proprietari a versare un compenso per riottenere la vettura, come documentato dalle telecamere di videosorveglianza.
L’ordinanza sottolinea anche l’uso sistematico di contromisure: gli indagati si avvisavano reciprocamente della presenza delle forze dell’ordine, cambiando percorsi e modalità operative per eludere i controlli. I reati venivano commessi con frequenza quasi quotidiana, senza pause, configurando un chiaro allarme sociale. Un modello operativo collaudato, che secondo la Procura non lasciava spazio all’improvvisazione.
Il “cavallo di ritorno” e la normalizzazione del reato
Nel corso della conferenza stampa, la dottoressa Greco ha sottolineato come il “cavallo di ritorno” fosse diventato una pratica quasi normalizzata. In diversi casi, le persone offese non presentavano subito denuncia, ma si attivavano per cercare un contatto, presentandosi già con una somma di denaro pronta per riottenere il veicolo. Tra le vittime figurano anche veicoli parcheggiati davanti a strutture ospedaliere. Emblematico, in questo senso, il furto dell’auto a una troupe televisiva – come ha detto la dottoressa Greco -, del programma “Le Iene”, impegnata ad aprile 2025 a realizzare un servizio sul quartiere. Il furto è avvenuto mentre i giornalisti giravano le riprese: l’azione, quasi “programmata”, è stata immortalata dalle telecamere di sorveglianza.
Videosorveglianza e intercettazioni
Metodo, creatività e dedizione sono state decisive per i militari dell’Arma per sgominare l’attività illecita. Decisivo, infatti, il ruolo delle telecamere di videosorveglianza, che – come ha spiegato il capitano Severi – hanno permesso di ricostruire visivamente numerosi episodi di furto e movimentazione dei veicoli. Le immagini sono state integrate con intercettazioni telefoniche e controlli sul territorio, in un contesto reso complesso dalle continue contromisure adottate dagli indagati, che si avvisavano reciprocamente della presenza delle forze dell’ordine. Centocinquanta carabinieri sono stati impegnati nell’attività di indagine.
L’arma come merce di scambio
Un passaggio particolarmente delicato dell’indagine è stato chiarito dalla dottoressa Greco proprio in conferenza stampa. In uno degli episodi ricostruiti del “cavallo di ritorno”, un’arma è stata ceduta in cambio di un’autovettura rubata. Non si tratta quindi di un rinvenimento casuale, ma di una vera e propria transazione illecita, che conferma come, all’interno del sistema, non circolassero solo veicoli e pezzi di ricambio, ma anche armi.
La magistrata ha precisato che il giudice per le indagini preliminari non ha riconosciuto, allo stato degli atti, la provenienza delittuosa specifica dell’arma, risultata formalmente intestata ad una persona deceduta. Resta però, per la Procura, la gravità sostanziale del fatto: un’arma utilizzata come moneta di scambio all’interno di un circuito criminale strutturato.
Ricambi rubati e danno all’economia legale
L’inchiesta ha inoltre fatto emergere un aspetto economico rilevante. Secondo quanto spiegato dalla dottoressa Greco, alcuni imprenditori del settore automobilistico si sarebbero rivolti agli indagati per acquistare pezzi di ricambio a prezzi nettamente inferiori rispetto al mercato legale. Una dinamica che altera la concorrenza e danneggia gli operatori onesti. La «cannibalizzazione» dei veicoli rubati, come evidenziato nell’ordinanza, presenta, poi, un profilo di impatto ambientale, determinando la creazione di una discarica di carcasse di auto a cielo aperto in un quartiere ad altissima densità abitativa. Il sistema, ha ribadito la Procura, «si alimenta solo perché esiste una domanda consapevole».
Musolino: «Arghillà, il degrado come terreno fertile del sistema criminale»
Nel suo intervento, il procuratore aggiunto Stefano Musolino ha allargato lo sguardo oltre i singoli reati, collocando l’inchiesta dentro una cornice più ampia: quella del degrado urbano e sociale di Arghillà, che nel tempo ha favorito l’insediamento di un sistema criminale stabile.
Musolino ha parlato di un territorio che, per anni, è stato di fatto «lasciato nelle mani di soggetti “professionisti”, capaci di operare alla luce del sole, con la percezione di poter fare ciò che volevano. Non criminalità occasionale, ma gruppi strutturati, già colpiti in passato da operazioni antidroga e oggi emersi in un diverso segmento dell’economia illegale».


Il punto centrale, però, è che la repressione da sola non basta. «Noi possiamo fare repressione, ed è quello che facciamo», è il senso del suo intervento, «ma pensare che sia sufficiente è un errore». Secondo il procuratore aggiunto, i numeri delle operazioni, le statistiche giudiziarie e i blitz rischiano di restare esercizi formali se non vengono accompagnati da una presenza reale e continuativa dello Stato.
Arghillà, ha spiegato Musolino, è il risultato di scelte urbanistiche e sociali sbagliate, che hanno concentrato fragilità, povertà e marginalità in un unico spazio. Un quartiere cresciuto senza servizi adeguati, senza integrazione con il resto della città, dove il degrado abitativo e l’isolamento hanno prodotto una percezione diffusa di abbandono istituzionale.
Un ricordo personale rende l’idea della profondità del problema: «Passeggiando lì», ha raccontato, «rimasi colpito nel vedere bambini vivere in mezzo al degrado, persone ammassate in condizioni indegne, la sensazione che fosse un luogo dove tutto fosse permesso». Una condizione che, nel tempo, ha trasformato l’eccezione in normalità e l’illegalità in alternativa economica.
Ed è qui che, secondo la Procura, nasce il vero rischio: quando lo Stato arretra, altri soggetti occupano quello spazio, offrendo lavoro, reddito e “regole” proprie. Il sistema criminale emerso dall’indagine si è innestato proprio su questo vuoto, sfruttandolo e rafforzandolo.
Musolino ha però voluto ribadire un punto fermo: le prime persone da tutelare sono gli abitanti di Arghillà che non hanno nulla a che fare con la criminalità. Persone che non possono semplicemente trasferirsi altrove, che vivono nel quartiere per necessità e che subiscono quotidianamente le conseguenze del dominio illegale.
Per questo, ha assicurato, «il monitoraggio del territorio non verrà sospeso, ci sono ancora indagini in corso. La presenza delle forze dell’ordine non deve essere episodica, ma costante. Non come risposta emergenziale, ma come segnale concreto che lo Stato c’è, vede e non intende arretrare. Ma è opportuno che anche le altre istituzioni facciano la loro parte, la sola repressione non può bastare». (redazione@corrierecal.it)
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