L’asse tra PCC e ‘ndrangheta, così funziona l’accordo «50 e 50» sulla cocaina
Il pm di San Paolo Lincoln Gakia, ascoltato in Commissione antimafia, descrive l’intesa tra il cartello brasiliano e la mafia calabrese sulla gestione del narcotraffico verso l’Europa

ROMA È sul patto criminale tra PCC e ‘Ndrangheta che si fonda l’arrivo, in grandi quantità e con continuità, della cocaina in Europa. A rivelarlo è Lincoln Gakia, magistrato del Pubblico Ministero di San Paolo, ascoltato dalla Commissione parlamentare antimafia. Uno snodo importante che fissa alcuni punti già emersi in recenti inchieste – basti pensare all’operazione Samba della Dda di Torino – e che allo stesso tempo cristallizza aspetti criminali preoccupanti. II cartello brasiliano compra la droga nei Paesi produttori e la imbarca, la mafia italiana la ritira all’arrivo – anche a Gioia Tauro – e la distribuisce sul territorio, con una spartizione dei profitti «cinquanta e cinquanta», tagli corto il procuratore brasiliano.
«’Ndrangheta partner strategico privilegiato»
Ma andiamo con ordine. Allo stato attuale l’alleanza tra il Primo Comando della Capitale (PCC) e la ‘ndrangheta rappresenta oggi il perno centrale del traffico internazionale di cocaina verso l’Europa. Al punto che il PCC – la più grande organizzazione criminale del Sud America – avrebbe abbandonato progressivamente i reati tradizionali per concentrarsi quasi esclusivamente sul traffico internazionale di stupefacenti, scegliendo la ’ndrangheta come partner strategico privilegiato nel mercato europeo. «Non siamo di fronte a una competizione tra mafie – ha spiegato il magistrato brasiliano – ma a una collaborazione strutturata».
I confini estesi, la logistica e il porto di Santos
Quella emersa in Brasile e illustrata dal procuratore di San Paolo in Commissione antimafia è una convergenza fondata, comunque, su ruoli distinti. «Il PCC gestisce l’approvvigionamento e il transito della cocaina dal Sud America, mentre la ’ndrangheta garantisce l’accesso ai porti europei, la distribuzione e il riciclaggio dei profitti». Il Brasile, ha sottolineato ancora Gakia, è diventato oggi il principale hub mondiale della cocaina diretta in Europa. E i motivi sono semplici, quasi logici: i confini estesi con Bolivia, Perù e Colombia – i principali Paesi produttori – e una costa atlantica di oltre 7.000 chilometri. Al centro del sistema c’è il porto di Santos, il più grande dell’America Latina, da cui partirebbe circa il 60% della cocaina destinata al mercato europeo. Ma in questo scenario anche l’Italia rivestirebbe un ruolo chiave. Il magistrato ha indicato esplicitamente la presenza del PCC nel nostro Paese e ha richiamato l’attenzione sui grandi porti, Gioia Tauro in primis, come terminali strategici delle rotte marittime della droga.
La storia del PCC
Il PCC, nato nel 1993 all’interno delle carceri di San Paolo, conta oggi circa 40 mila membri ed è attivo in 28 Paesi. È strutturato come una multinazionale del crimine, con direzioni continentali e una catena di comando che continua a funzionare anche con i leader detenuti, grazie all’uso di comunicazioni criptate. Gakia ha parlato senza esitazioni di organizzazione mafiosa a tutti gli effetti, evidenziando analogie profonde con le mafie italiane: controllo del territorio, uso sistematico della violenza e dell’intimidazione, infiltrazione nelle istituzioni, capacità di sostituirsi allo Stato nelle aree più fragili. Nel suo intervento ha inoltre richiamato l’urgenza di rafforzare la cooperazione giudiziaria internazionale, proponendo la creazione di squadre investigative permanenti tra Brasile ed Europa. Un passaggio cruciale, soprattutto dopo il recente sequestro record di 10 tonnellate di cocaina intercettate in acque spagnole su una nave partita dal Brasile. Un segnale ulteriore – ha concluso – di come «l’asse tra PCC e ’ndrangheta rappresenti oggi una delle minacce più avanzate e strutturate del crimine organizzato globale». (g.curcio@corrierecal.it)
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