La latitanza di Pasquale Bonavota, dalla Calabria al clan di Carmagnola fino a Genova: ecco chi l’avrebbe protetto
Tre arresti su ordine del gip di Genova. Tra loro anche l’ex sindacalista Ceravolo e due calabresi. Avrebbero offerto supporto logistico, soldi e documenti

LAMEZIA TERME C’è anche l’ex sindacalista e membro della segreteria della Filca-Cisl Domenico Ceravolo (cl. ’77), condannato nell’ambito del processo “Factotum” a 11 anni e 10 mesi – in abbreviato – per associazione mafiosa tre i tre soggetti che avrebbero favorito la latitanza di Pasquale Bonavota di Sant’Onofrio. Al 49enne, infatti, i militari del Ros di Genova hanno notificato direttamente in carcere il nuovo ordine di custodia cautelare, emesso dal gip del Tribunale di Genova su richiesta della Distrettuale antimafia del capoluogo ligure. Si tratta di una indagine avviata a seguito dell’arresto di Pasquale Bonavota eseguito il 27 aprile 2023 dai militari del Ros e dei comandi provinciali di Genova e Vibo Valentia. Gli altri due soggetti coinvolti sono Antonio Serratore, classe 1974 di Vibo Valentia, e Rocco Spagnolo, classe 1966 di Siderno.

Le accuse a Ceravolo
L’ex sindacalista piemontese è ritenuto uno dei soggetti che avrebbe favorito la latitanza di Pasquale Bonavota, ex primula rossa e ritenuto boss del locale di ‘ndrangheta di Sant’Onofrio, ma assolto nel processo d’Appello “Rinascita-Scott”. Così com’era stato assolto in Appello e poi in Cassazione dopo un’altra condanna rimediata in primo grado a 28 anni di reclusione nel 2018, anno in cui di Bonavota si erano perse le tracce, al punto da essere considerato tra i latitanti più pericolosi d’Italia, dopo il capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Ceravolo, secondo l’accusa, avrebbe assicurato «supporto materiale al latitante» fornendo, in data antecedente e prossima al 18 giugno 2022 copia della propria carta di identità elettronica.
Le accuse a Serratore e Spagnolo
Tra gli arrestati c’è anche Antonio Serratore, già noto agli inquirenti piemontesi e volto storico della ‘ndrangheta a Moncalieri. Secondo l’ipotesi accusatoria della Dda di Genova, inoltre, Serratore avrebbe assicurato all’allora latitante Pasquale Bonavota «la consegna di generi alimentari e medicinali» nonché di un apparato telefonico cellulare «per le conversazioni riservate consegnato personalmente a Genova nel giugno 2022». Rocco Spagnolo, invece, si sarebbe occupato del «supporto materiale e logistico al latitante, contribuendo alla ricerca di una sistemazione abitativa di Pasquale Bonavota».

La protezione dei clan di Carmagnola e “Serratore CAM”
La ricostruzione della Dda di Genova ricalca in gran parte quella dell’Antimafia di Torino secondo cui Pasquale Bonavota, durante la sua latitanza, avrebbe «goduto del sostegno dei sodalizio piemontese» di Carmagnola, citando proprio Serratore e Ceravolo. Come era già emerso in quell’inchiesta, infatti, Serratore «avrebbe ospitato, nel mese di novembre 2022, all’interno della propria abitazione di La Loggia, Vincenzo Bonavota, figlio di Nicola, prima che lo stesso si recasse a Genova ad incontrare lo zio latitante». Ma non solo: grazie agli approfondimenti resi possibili dall’analisi della copia forense dei contenuti dei devices sequestrati al latitante, era stato possibile accertare come «Serratore abbia finanziato la latitanza stessa» annotavano gli inquirenti nel fermo del settembre 2024. Poi, dall’analisi del Nokia in uso a Pasquale Bonavota era emerso che quest’ultimo «fosse in contatto con un soggetto che viveva a Torino, nei pressi di Moncalieri» registrato come “CAM” nella rubrica. I contatti avvenivano con messaggi – annotavano gli inquirenti nel fermo – nei quali Pasquale Bonavota rivolgeva a “CAM” varie richieste tipo “olio buono”, “calze corte adulto rs 500 nere” “3 confezioni di Riopan” e citava «un certo “muratore” che si sarebbe recato a Genova ed al quale “CAM” avrebbe potuto consegnare tali beni». Antonio Serratore quale «esponente del sodalizio carmagnolese nella gestione del latitante» sarebbe stato documentato «in modo inequivocabile», poiché avrebbe finanziato il latitante nel 2021.
Il documento nel “covo” di Pasquale Bonavota
La questione del documento di riconoscimento riferita al sindacalista Ceravolo era già emersa in passato. E, in particolare, in un interrogatorio risalente a poco più di un anno fa e confluito negli atti dell’inchiesta “Factotum”. I pm ricordarono a Ceravolo proprio l’episodio legato al ritrovamento di una copia del suo documento nell’appartamento usato da Pasquale Bonavota, a Genova, dopo la sua cattura. In una intercettazione, Ceravolo parlava di “riscontro” e “conferma”. «Nessun collegamento. E comunque il collegamento che potevo temere» ha spiegato l’ex sindacalista, «era quello con l’indagine per falsa testimonianza che temevo potesse partire da Catanzaro dopo la mia deposizione a “Rinascita-Scott”». «Non so come sia potuta arrivare in possesso di Bonavota questa fotocopia», spiega Ceravolo, «dietro alla mia auto c’è sempre di tutto, c’è un “ufficio”. Qualcuno me la deve aver trafugata». In una nota, l’avvocato Antonio Scaramozzino spiega: «In questa fase preliminare, riserviamo di leggere gli atti, ma si possono sostenere fin d’ora due punti importanti. Il fatto, sebbene non formalmente contestato, è stato già oggetto di accertamento e addebito nel procedimento principale; il ritrovamento di una fotocopia della carta d’identità non è certamente sufficiente a dimostrare un favoreggiamento di una latitanza». (g.curcio@corrierecal.it)
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