Dove la Calabria resta in piedi
Ci siamo abituati alla convivenza con il rischio, fino al punto da pensare che il peggio non potrà mai accadere sul serio

COSENZA Nelle ultime settimane la Calabria si è ritrovata sotto assedio del maltempo. Sul territorio regionale si è nuovamente rovesciata una quantità enorme d’acqua dopo quella, che già aveva saturato terreni e letti fluviali a seguito del ciclone Harry con impressionanti cumulate di pioggia, superiori in alcuni casi anche ai 550 millimetri. Il ciclone Urlike ha portato ulteriori 200 millimetri abbondanti di pioggia, provocando la rottura di argini e l’esondazione dei fiumi Crati, Busento, Campagnano, Iassa, Coscile e l’ingrossamento repentino delle portate di molti altri corsi d’acqua (il Savuto si è alzato di quasi 4 metri in 24 ore), mettendo in allarme l’intera regione. I danni maggiori li ha provocati il Crati, il più grande fiume calabrese che, tracimando, ha ricoperto di fango le campagne, i centri abitati e quelli produttivi della Piana di Sibari: circa 200 gli sfollati. A preoccupare è la violenza di questo ennesimo disastro climatico: accumuli di pioggia superiori a 230 millimetri si sono registrati ad Altilia, Aprigliano, Belsito e addirittura di 251 millimetri a Decollatura, Sant’Agata d’Esaro. I dati forniti dal Centro Funzionale Multirischi Regione Calabria restituiscono numeri ancora più drammatici a Fuscaldo (270 millimetri) e Montalto Uffugo (294 millimetri). Numeri che raccontano di un’ondata eccezionale, se si pensa che l’esondazione del fiume Crati nel solo territorio di Cassano allo Ionio ha provocato 20 milioni di euro di danni. Questa la prima stima, ovviamente provvisoria.



Le piogge estreme
Stanno diventando sempre più frequenti le piogge estreme, che riversano grandi quantità di acqua nell’arco di pochi minuti e in aree di pochi chilometri, tanto che in alcune zone d’Italia sono raddoppiate rispetto a 35 anni fa. È quanto emerge dallo studio internazionale pubblicato sulla rivista Natural Hazards and Earth System Sciences e guidato dall’Italia con l’Università di Milano. I dati analizzati dai ricercatori guidati da Francesco Cavalleri indicano che i temporali estremi si concentrano in particolare in estate e autunno.
«I risultati della ricerca contribuiscono alla comprensione degli effetti del cambiamento climatico sulle precipitazioni estreme in Italia – afferma Cavalleri – e forniscono informazioni utili per le politiche di protezione civile, per la resilienza delle infrastrutture esistenti e la pianificazione di quelle future». Il lavoro sottolinea anche l’utilità di nuove tipologie di analisi: gli autori dello studio hanno infatti esaminato il periodo 1986-2022 utilizzando dati atmosferici ad alta risoluzione, un procedimento chiamato “rianalisi“. «Un utilizzo più diffuso di questi strumenti è di grande importanza – aggiunge Maurizio Maugeri, che ha coordinato la ricerca – perché permette di migliorare notevolmente la valutazione dei rischi legati a frane, alluvioni e altri fenomeni idrogeologici estremi».
Nulla sembra essere cambiato
La storia si ripete. Come osserva l’antropologo Vito Teti: «Le minacce della natura, le acque devastanti, i terremoti incombevano sui paesi (…) bastavano piogge eccezionali, che spesso seguivano a siccità prolungate, per metterne a repentaglio la vita. Ogni giorno i contadini (ma anche pastori e pescatori) interrogavano il cielo, le nuvole, il sole, e la loro attività quotidiana si svolgeva sotto il segno della fretta – altro che mitologia e retorica della lentezza tradizionale –, della paura, della premura, delle preoccupazioni, dei pianti – quando bastava un temporale o una forte calura per vanificare il lavoro di mesi e ripiombare nella fame più nera –, delle preghiere, dei riti, delle processioni per ottenere dai santi, dal Signore, dalla Madonna, la fine di piogge che duravano giorni o di siccità prolungata che tutto bruciava».
Il racconto di un paradosso. Se le esondazioni spaventano, l’acqua – la risorsa idrica così preziosa – diventa inesorabilmente un nemico da combattere, il simbolo di una emergenza da contenere. «Qui abbiamo un Dio, che quando piove ci porta a mare, e quando non piove secca il mondo», diceva, nella sua inchiesta a inizio Novecento un contadino di Rossano a Francesco Saverio Nitti. Scrive ancora Nitti: «Molti comuni di Calabria, e moltissimi di Basilicata, pare che viaggiano per opera dei torrenti e delle frane: ve ne sono alcuni che si spostano da un anno all’altro». Lo scritto risale al 1968, nulla sembra essere cambiato.
I paesi si sgretolano, i volontari resistono
Il cambiamento climatico è un fattore di rischio significativo, il dato è assodato. I disastri provocati da frane e smottamenti sono sotto gli occhi di tutti e tornano alle mente le immagini che riportano alla disperazione degli abitanti di Cavallerizzo, testimoni dello scatenarsi di un movimento franoso che, presente da secoli come minaccia, a lungo era stato tenuto sotto controllo e sorvegliato ma che, a furia di successivi interventi sul suolo e assenza di manutenzione e cura del territorio, e nonostante gli «avvertimenti» di san Giorgio e del drago, alla fine si era attivato, colpendo l’abitato fino a determinarne l’abbandono. «Ciò a dimostrazione di un tipico atteggiamento del Sapiens, il quale se da un lato è angosciato rispetto alle manifestazioni più sconvolgenti della natura, dall’altro elabora una cultura della convivenza con il rischio, fino al punto da pensare che il peggio non potrà mai accadere sul serio», scrive ancora Teti.
Per fortuna ci sono i volontari, un esercito di resilienti. Accanto alle operazioni quotidiane e continue di soccorso, appare virtuoso l’impegno di chi – anche con mezzi di fortuna – ha deciso di dare una mano. Nella zona di Molino Irto, nel Cosentino, le attività colpite hanno sottolineato l’apporto di cittadini, degli ultras del Cosenza Calcio e della Pro Loco di Dipignano, che hanno aiutato a rimuovere il fango e contribuire – per quanto possibile – ad un graduale ritorno alla normalità. Sul territorio cosentino sono entrate in azione anche squadre strutturate, come quelle del Gruppo Lucano di Protezione Civile, impegnate fin dalla giornata di sabato nelle aree più colpite. Complessivamente sono stati impiegati circa 70 volontari in più giorni (20 sabato, 40 domenica e 10 nella giornata successiva). I gruppi hanno operato con mezzi del Modulo Idrogeologico, idrovore, motopompe e interventi di rimozione fango, lavaggio e ripristino di aree e strutture. Oltre allo svuotamento dell’acqua, è proseguita anche l’assistenza diretta alla popolazione, soprattutto nelle abitazioni invase dal fango. Anche sul lungomare di Catanzaro, colpito duramente da vento e onde, l’apporto delle associazioni è stato fondamentale. Come riportato dal Csv Calabria Centro, volontari della Protezione civile, Vigili del fuoco e associazioni provenienti da tutta la regione hanno cooperato fianco a fianco per liberare strade, attività commerciali e spazi pubblici da fango, detriti e sabbia. Un lavoro continuo, spesso senza sosta, che ha permesso di riportare condizioni minime di sicurezza e accessibilità, in un contesto in cui la fase emergenziale lascia spazio ad una lunga fase di ripristino dei luoghi feriti dai cicloni. A Tarsia, inoltre, le associazioni locali hanno deciso di unire le forze, avviando una raccolta fondi su GoFundMe per intervenire tempestivamente e acquistare beni di prima necessità: cibo, acqua e kit di emergenza per chi è rimasto isolato o è stato evacuato, con un’attenzione particolare alla zona di Ferramonti. In quattro giorni sono stati raccolti 18mila euro, segno di una solidarietà concreta e diffusa. (f.benincasa@corrierecal.it)
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